Recensione | Damascus Time. Un film di cui attendiamo la distribuzione in Italia

(www.aurhelio.it) – 29.04.2019 – Il film, uscito nel 2018, del regista Ebrahim Hatamikia, narra la prospettiva iraniana sulla guerra in Siria. Un lungometraggio sul quale si sono espressi anche il Ministro degli esteri della Repubblica Islamica, Javad Zarif e il Generale Pasdaran, Qasem Soleimani, definendolo un capolavoro. 

La trama verte sulla storia di due piloti iraniani, Younis e Ali, rispettivamente padre e figlio, impegnati in operazioni di lancio di aiuti umanitari alla popolazione civile in un periodo della guerrain Siria che vede l’avanzata inarrestabile del Daesh e l’isolamento di vaste aree del Paese. Alì, compiuta la sua missione avrebbe dovuto fare rientro in Patria, atteso dalla moglie in procinto di dare alla luce il loro bambino. All’ultimo, tuttavia, fa la difficile scelta di prendere parte, al fianco del padre, ad un’ultima urgente missione. Quella che lo vede impegnato nell’evacuazione per via aerea di civili da Palmira, sulla quale incombe la minaccia imminente del califfato.

Ci si sarebbe attesi un film che metta in buona luce l’operato dell’Iran, anche con quei risvolti un po’ propagandistici con cui ogni Paese dipinge sempre sé stesso, specie in questo genere di pellicole. Non è qui il caso.

Innanzitutto, il film si distingue da quanto ci ha abituato la vulgata Hollywoodiana, dove c’è sempre un Tom Cruise di turno che arriva e salva la pelle a tutti, mentre gli abitanti del luogo vengono spesso dipinti come degli incapaci. Qui invece, considerando che i protagonisti sono iraniani e il film si rivolge ad un pubblico principalmente di iraniani, diverse sono le scene che mostrano il sacrificio dei soldati siriani impegnati con coraggio nella lotta contro Daesh. Gli stessi due piloti iraniani, in realtà, partecipano alla missione non perché sarebbero i migliori, o perché i siriani non fossero capaci di pilotare un aereo in quelle condizioni, ma perché erano gli unici due piloti disponibili in quel momento in Siria, gli altri essendo tutti impegnati sul campo.

Nel dipingere l’Iran il regista fa una scelta, ancora una volta, in controtendenza a quanto ci saremo aspettati. All’inizio del film, in una video telefonata, la suocera rimprovera ad Alì di stare in Siria mentre la figlia è in ospedale, lamentando che anche l’Iran ha i suoi problemi. I protagonisti, inoltre, sono lontani dall’essere dipinti con i soliti stereotipi degli eroi all’americana. Alì viene mostrato tremante dalla paura, in altre scene piange al pensiero che potrebbe non riabbracciare più la moglie o vedere il bambino che sta per nascere. Younis, dal canto suo, già reduce della guerra tra Iran e Iraq, è molto più sicuro e calmo e, di fronte ai rimproveri del figlio che gli fa notare di non essere stato molto presente come padre, si lascia sfuggire anche un gesto d’amore.

Di contro alle scene appena descritte, fa da contrasto il rapporto dello sceicco dell’ISIS con suo figlio, anche lui jihadista. L’umanità viene sostituita qui dalla brutalità del padre e dall’impulsività egocentrica del giovane guerrigliero. Diversi, inoltre, sono gli episodi narranti il fanatismo nichilista delle milizie del Daesh, dal lancio di un’autobomba contro civili in fuga, alle decapitazioni di prigionieri. Presente tra le fila del Daesh anche una componente occidentale europea, impegnata nelle attività di marketing delle atrocità del califfato. Degno di nota è il ruolo tutt’altro che succube di alcune donne nel campo del Daesh.

Politicamente, risulta significativo il dialogo tra lo sceicco del Daesh e Younis. Alle parole che un giorno anche Teheran sarebbe caduta sotto il loro controllo, Younis gli ricorda che Israele è più vicino di quanto non lo sia l’Iran. Lo sceicco allora, che sarebbe stato lui stesso decapitato da lì a poco, da un commilitone, gli risponde che il loro problema è contro coloro che corrompono l’Islam. L’episodio è emblematico del nichilismo e il settarismo intrinseci nell’ISIS.

Il film, poco conosciuto in Italia, è interessante, oltre che per le accuse di alcuni politici occidentali all’indirizzo dell’Iran, anche per i recenti risvolti politici internazionali che hanno visto gli Stati Uniti inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista nera del terrorismo.

In tal senso va detto che Mohammad-Ali Jafari, Comandante in Capo dei Guardiani della Rivoluzione si è congratulato personalmente con Ebrahim Hatamikia al momento della consegna del premio come miglior regista durante il Festival.

Internazionale del Film “Fajr”.

Nico Di Ferro

Su YouTube circolano ampi stralci del film, ancora non sottotitolati. L’anteprima nella versione persiana:

https://www.youtube.com/watch?v=38SWdppaTG4&feature=share