Se Saviano strumentalizza anche la boxe…

 
Chi lo scorso sabato notte ha avuto l’ardire di alzarsi alle 3 del mattino per seguire il match Ruiz VS Joshua, per il titolo mondiale dei pesi massimi, ha potuto assistere ad una di quelle storie indelebili tra le pagine della boxe. 
Le premesse sono da copione: Joshua, campione invincibile, e con il più alto tasso di vittorie per KO della storia dei pesi massimi, ha bisogno di un match prima di affrontare l’avversario d’oltreoceano Wilder. L’uno inglese, l’altro americano; entrambi di origini africane; uno tecnico e scaltro, l’altro rozzo ma dalla potenza devastante. Insieme si spartiscono le cinture dei pesi massimi di tutte le federazioni professionistiche di pugilato. 
Dopo la vittoria di Wilder e le sfide a distanza, tutta la stampa è concentrata su questi due colossi. Lo showbiz ruota intorno a loro due. 
Ma a gettare scompiglio tra gli eroi della boxe mondiale ci pensa Andy Ruiz Junior: californiano, dalle fiere origini messicane, che nasconde dietro all’aspetto trasandato e fuori forma velocità di braccia e potenza incredibili, una mascella d’acciaio e capacità difensive fuori dal normale. 
La storia di Andy Ruiz è la storia di chi persevera, di chi rimane concentrato di fronte alle pressioni, alle avversità; di chi dedica la propria vita al sacrificio e alla lotta.
Il pubblico, dopo un primo e ovvio momento di stupore, è tutto con El ponce, che acclama il suo nuovo eroe americano. 
Lascia quindi l’amaro in bocca la narrativa di chi tenta a tutti i costi di politicizzare un’impresa così eccezionale. Quei ‘casual fan’, come li chiamano nel paese di Ruiz, come Roberto Saviano che vedono in un americano dalle origini messicane, con una sola sconfitta ai punti e un palmares degno dei grandi pugili in pensione, un “cicciottello semisconosciuto” (??) che ha caricato i suoi pugni col livore nei confronti dell’oppressore Trumpiano (Joshua ripetiamolo, oltre ad essere nero non è nemmeno americano!). 
Insomma, suggeriamo a Roberto Saviano di guardare i match di Ruiz contro i suoi “connazionali” messicani. Forse capirebbe che i “sampietrini nelle mani” non li dedica solo a questi immaginari angloafricani filotrumpisti. Oppure continuasse, come ha sempre fatto, ad applicare il suo dilettantismo universale nei campi che gli competono (chissà quali, poi…).