Caro lettore, di Roma non hai capito un ‘fico secco’

L’articolo pubblicato il 6 giugno scorso, “Roma è identità e confini. Chi glielo spiega a Luca Barbarossa?” ha provocato la seguente risposta da parte di un lettore:

Peccato che Terminus fosse la divinità dei confini del podere. Una sorta di divinità propiziatoria per il raccolto. I sacrifici per questa divinità non erano umani e finivano in feste d’incontro e di amicizia.
Peccato, perchè sarebbe troppo lunga la lista d’imperatori e generali con la pelle scura nel corso di x secoli d’impero.
Peccato perché sarebbe troppo elementare spiegare il concetto di pax romana, a cui si ispirano gli Stati Uniti nelle fondamenta del loro diritto di cittadinanza.
Però si può ricordare che la caduta del 476 fu causata dall’unico caso in cui l’impero negò cittadinanza ai Goti, terrorizzati dalle scorribande degli Unni.
Sopravviverò lo stesso nell’ignorare il titolo accademico di chi scrive un articolo come questo.
Però ci si potrebbe fare una canzone. Il cantante merita.
Avrebbe sicuramente più successo di Barbarossa e Mannarino.

A tali considerazioni, del tutto campate in aria e dettate dalla fregola di battere le mani su una tastiera, rispondiamo così:

1)  PELLE SCURA… MA NON TROPPO

Alle generalizzazioni riguardanti la “pelle scura” di alcuni generali romani (eccezionalità limitate che trovano comunque una loro dignità e spiegazione) o imperatori (si tratta forse ancora della vulgata sulla dinastia dei Severi?) rispondiamo velocemente.

Settimio Severo

Vi è un episodio emblematico. L’imperatore Settimio Severo in età avanzata fu colto da numerosi omina mortis (presagi di morte). Uno di questi avvenne nei pressi di Luguvallum (l’odierna Carlisle) allorché un soldato di razza etiope, molto scuro, gli si fece incontro con una ghirlanda formata da rami di cipresso. L’imperatore ne ebbe un presagio funesto, dato non solo dal cipresso della corona offertagli ma specialmente dal colore della pelle nera, essendo considerato a Roma quel colore, assai poco fausto nella tradizione religiosa latina. L’imperatore allora diede ordine che quell’uomo fosse immediatamente allontanato dalla sua vista (Aethiops quidam e numero militari, clarae inter scurras famae et celebratorum semper iocorum, cum corona e cupressu facta eidem occurrit. quem cum ille iratus removeri ab oculis praecepisset, et coloris eius tactus omine).

Il racconto, riportato nella Historia Augusta, indica chiaramente l’assoluta eccezionalità della presenza di uomini dalla pelle nera presso l’esercito romano e come un tale aspetto fosse sorprendente, persino per chi, come un Settimio Severo, secondo la vulgata a cui si accennava prima, sarebbe stato di pelle, non tanto scura, ma “bronzea”.

2)  TERMINUS NON ERA IL DIO DELLE FESTICCIOLE

Il lettore ci bacchetta: “Peccato che Terminus fosse la divinità dei confini del podere. Una sorta di divinità propiziatoria per il raccolto. I sacrifici per questa divinità non erano umani e finivano in feste d’incontro e di amicizia”. Per sua sfortuna, però, Terminus non è stato solo la “divinità dei confini del podere” o “propiziatoria per il raccolto”.

Terminus

Terminus infatti può essere interpretato sia come divinità minore, e in questo potrebbe forse avere la sua origine, sia come attributo particolare o epiteto di Giove. Questo secondo caso sembrerebbe essere il più felice per quanto riguarda lo sviluppo completo delle caratteristiche e delle funzioni che vanno a tratteggiare il Terminus maggiormente noto alle fonti antiche. Interessante notare come Terminus pare non avesse templi ma ricevesse il suo culto direttamente nel luogo delle pietre terminali (che da lui prendono per l’appunto il nome). L’unica eccezione, importantissima ai fini della ricerca, sarebbe il tempio di Giove Capitolino.  

Qui, Giove, divinità suprema, “ospiterebbe” due divinità minori: Terminus e Juventas. Questa sorta di trittico numinoso trova la sua spiegazione e confronto alla luce della comparazione con materiali indoiranici. Al livello sovrano, vicino ai due grandi dei Varuna e Mitra, ma collegati più strettamente a Mitra, esistevano due sovrani minori, Aryaman e Bhaga, il primo, patrono degli uomini “Arya” considerati come società, il secondo,personificato, patrono dell’equa ripartizione dei beni tra questi “Arya”. Trasposizioni zoroastriane garantiscono l’antichità di questa struttura, il cui significato è chiaro: il grande dio sovrano ha due accoliti che si occupano l’uno dei consociati, l’altro dei beni spartiti tra questi.

Tale doveva essere il valore originario di Juventus e Terminus: la prima preposta a controllare e tutelare l’ingresso dei giovani nella società degli uomini, proteggendoli fin quando si trovavano nell’età più interessante, l’altra, personificata o meno, tutela o segna la spartizione delle proprietà, non più mobiliari (soprattutto greggi, come nel caso del vedico Bhaga) ma fondiarie, come è normale in una società definitivamente sedentaria come quella romana. Può anche darsi, invece, che questi due interessi della sovranità abbiano determinato originariamente due aspetti di Giove destinati solo in seguito a divenire poi autonomi, “specializzandosi”.

L’importanza della pietra terminale rappresenta dunque il segno di un diritto che proveniva da una proprietà, da un contratto. Il culto di Terminus è collegabile, nella quotidianità della vita del cittadino romano, a quello della Buona Fede. Non a caso, infatti, i Romani indicarono sia Fides che Terminus come le divinità predilette di Numa Pompilio. E nel capitolo 16 della Vita di Numa leggiamo espressa non la storia, ma l’autentica ideologia romana: «Si dice che egli per primo costruì un tempio a Fides e a Terminus. Egli insegnò ai Romani che il più grande giuramento che potessero fare era quello, ancora oggi praticato, in nome di Fides. A Terminus, che è il Limite, i Romani sacrificavano al margine dei campi, nel culto pubblico e nel culto privato… E fu Numa che delimitò il territorio di Roma. Romolo non aveva voluto farlo, poiché, misurando il suo territorio, sarebbe stato costretto a riconoscere le sue usurpazioni di territori altrui; la frontiera, infatti, se viene rispettata è fonte di potere, ma se viene violata è testimone dell’ingiustizia…»
Ecco dunque il Limite.

E vediamo anche di ricordare cosa scriveva Ovidio a proposito della celebrazione dei Terminalia, il 23 febbraio:
«I padroni dei due campi ti incoronano, ciascuno dalla propria parte; ti recano ciascuno una corona, una focaccia sacra. [E, dopo le offerte rustiche (frumento, miele, vino, il sangue di un agnello o di un porcellino)], i vicini si riuniscono, celebrano una festa semplice e cantano le tue lodi, o Terminus: sei tu che limiti i popoli, le città, i vasti regni; senza di te ogni lembo di terra susciterebbe processi.»

Superfluo sarebbe accennare al profetico “Impero senza confini” cui sarebbe stata destinata Roma e di cui Terminus era elemento fondamentale, ma crediamo che Plutarco e Ovidio abbiano già spiegato tutto.

3)  CONSIGLI FINALI

Ai paralleli con la Pax Romana made in USA, alle altre generalizzazioni trite e ritrite sulla caduta dell’Impero Romano e alle velate accuse di non possedere titoli accademici adeguati nemmeno ci pare il caso di rispondere (o di vantarcene?), ma ci limiteremo a consigliare al nostro interlocutore di leggere qualcosa di diverso dal solo Gibbon (se non è da Wikipedia che si abbevera!), che sembrano essere le sue fonti predilette da quello che dice e dal modo in cui lo espone.

***

Fonti, Autori e Bibliografia essenziale: SHA, Sev. 22; Plutarco; Ovidio; Livio; Varrone; S. Agostino; De Civitate Dei; Studi Linguistici in onore di Vittore Pisani 1969; Dumézil, La Religione romana arcaica; Dumézil, Mitra-Varuna essai sur deux représentations indo-européennes de la souveraineté; André Magdelain, REL. 40 1962.

Articoli consigliati: Claudio Mutti – La Geopolitica tra sacro e profano

    Claudio Mutti – Confini e muri