Meno cultura, più KULTUR ⋅ Il Dispaccio

“[…] la visione del mondo può esser più precisa in un uomo senza particolare istruzione che non in uno scrittore, nel soldato, nell’appartenente ad un ceppo aristocratico e nel contadino fedele alla terra che non nell’intellettuale borghese, nel “professore” o nel giornalista) (Julius Evola, Gli uomini e le rovine)

Togliere la ‘cultura’

Come sempre accaduto, anche all’indomani delle elezioni europee di maggio, la sinistra ha tentato di giustificare il proprio fallimento denunciando che i voti dei suoi avversari siano stati espressi da elettori che non avrebbero nemmeno la licenza media. L’ha denunciato la Sinistra dei salotti, della “cultura”, della “buona scuola”, della “istruzione”, delle lezioncine europeiste, degli studiosi e dei maestri: quelli che governano la cultura. Anche per questo, e per quel che diremo fra poco, dobbiamo riprenderci la Vera Cultura.

Che bruci la cultura. Che sia solo Kultur

Ribadendo che noi, dichiaratamente antisistemici, non abbiamo nulla a che spartire con le forze politiche in campo, cogliamo comunque questa contraddizione in termini: da una parte sono democratici, dall’altra criticano il suffragio universale. Ciò è un evidente controsenso, un cortocircuito, un cul de sac, in cui si finisce quando si perde la barra verticale, quando si sguazza nel mare del relativismo, padre della democrazia. Quando, in poche parole, si sposa la sterile cultura e si dimentica la Kultur.

Cosa sia la Kultur, è presto detto: tale termine, quasi intraducibile dalla lingua tedesca, è possibile renderlo con “Civiltà”. Allora, è Kultur tutto ciò che, basato su una visione del mondo “verticale”, sacrale, spirituale, in altre parole, tradizionale, proponga un radicale cambiamento interiore, che sia creatore di civiltà: è cultura non fine a se stessa, bensì utile strumento alla FormAzione di sé, all’esercizio, all’ascesi.

Kultur è formazione radicale, non mera erudizione accademica. Kultur è sudore, fisico o figurato, dell’uomo che si applica nel coltivarsi tenendo sempre a mente che ogni sforzo, sia esso mentale ovvero fisico, non ha senso (non è ‘reale’) bensì è illusorio quando non si innesta nel solco del simbolo tradizionale, ossia quando non è strumentale ad avvicinare l’uomo a Dio, alla Tradizione. Kultur è pensiero che informa l’azione, non “pensiero culturale” che pratica l’auto-erotismo, auto-compiacendosi nella masturbazione mentale. Ancora, è la Cultura Autentica “che coltiva uomini, non la ‘culturina’ da salotto – sia essa liberale o conservatrice – delle belle penne e dell’aria disincantata dei caffè del centro”. È istruzione che rende ‘strumento’, non è istruzione che fornisce ‘istruzioni’ per cittadini lobotomizzati. Infine, la cultura e l’istruzione possono dire tutto e il contrario di tutto, accettano tutto e passano tutto (salvo il “male assoluto”…). La Kultur invece fa il contrario: seleziona, depura, scarta, eleva, premia, migliora, brucia e illumina. Cultura per le orde di Gog&Magog in copertina, Kultur per pochi degni senza nome.

Kultur fonda Civiltà

Non a caso la contrapposizione tra Kultur e istruzione trova esasperazione proprio in seno ad una società democratica, in cui le competenze quasi mai sono corrisposte da altrettante qualità umane: infatti, la conoscenza ‘meramente e limitatamente’ teorica non dà nessun valore aggiunto, al di fuori di quello professionale, se non esprime una realtà, un cambiamento, la rivoluzione interiore. Al contrario, la sola erudizione è una chimera sterile ed illusoria.

Dunque, che valore ha una persona istruita, ma codarda? Per noi, nessuno: meglio un ignorante col cuore puro, che un vile codardo pluri-laureato. Cosa dà vita a una civiltà? L’idea, la Kultur che questa civiltà incarna e la capacità di agire e sacrificarsi per questa Idea, perché nulla di grande nasce dall’ignavia. Questa è Kultur: rendere il proprio agire un atto creativo di Civiltà, sostanziato dalla Tradizione.

Non è un caso che l’attività della Comunità Militante Raido sia interamente votata alla Kultur, dedicando a quest’ultima, in alcuni casi, anche nominalmente determinate iniziative: dalla promozione del Kultur Lab – laboratorio annuale di militanza e cooperazione tra diverse comunità militanti – ai quaderni e alle conferenze di Kulturkampf, fino al Kultur Camp, campo estivo annuale aperto alle comunità militanti che partecipano al Kultur Lab. Il fiore della Kultur deve sbocciare nell’azione.

Kultur, tra contadini, commercianti e guerrieri

La Kultur è quella del contadino che, coltivando la terra, vi vedeva un’analogia del lavoro su se stesso, rendendosi conto che smuovere la terra, renderla fertile, coltivarla e farla fruttare sono le medesime tappe del lavoro che un uomo doveva fare su di sé. Il fatto che ciò non sia un vaneggiamento romantico è testimoniato anche dalla stessa parola ‘cultura’, che condivide la radice della parola latina ‘colere’: coltivare.

Kultur è quella dei costruttori antichi e medievali, i quali vedevano, nell’arte che svolgevano, un riflesso della loro stessa natura, interpretando ogni atto e strumento del mestiere quale simbolo di realtà più profonde. Per questo, noi possiamo ancora godere della perfezione degli acquedotti romani o delle cattedrali medievali, la cui Bellezza esprime l’ordine interiorizzato dal suo costruttore, che si riverbera – solo successivamente ma necessariamente – nell’utilità e nella concretezza di quelle opere. Belle, vere, giuste.

Kultur, ancora, è quella del guerriero delle società tradizionali, il quale viveva la battaglia interiore nella battaglia esteriore: il nemico che gli si parava di fronte, generando l’istinto di autoconservazione, era l’immagine del nemico interiore che gli suggeriva di desistere dall’impresa. Ai più increduli, si ricordano i concetti di Grande e Piccola Guerra Santa, proprii degli ordini cavallereschi medievali sia cristiani che islamici, ma non solo.

Istruzione, il cancro nelle scuole e nelle università

Solamente tale spirito di Kultur è il fondamento della Civiltà autenticamente europea, che oggi, da oltre settant’anni, stiamo svendendo per la retorica della modernità, per l’istruzione dettata con la bacchetta dalle grigie eminenze di Bruxelles: infatti oggi, diversamente, l’istruzione moderna (e post-moderna), ridotta a mero nozionismo, è del tutto sterile, se non dannosa. È un’attività meramente mnemonica e mentale, che non ha nessuna relazione con se stessi e col mondo. È un accumulo artificioso di nozioni sterili che nascono da questo mondo perverso e che in questo mondo perverso moriranno: ne è prova il fatto che, se non vengono quotidianamente rinfrescate, l’uomo le dimentica facilmente. Perché non possono entrare nel cuore.

Il ciclo di istruzione che va dalle elementari alle scuole superiori diffonde sempre più, a livello di massa, idee utili solamente ad una concezione materiale e liquida dell’uomo: è sufficiente pensare all’insegnamento indiscriminato di mere teorie scientifiche, spacciate per verità assolute, come, ad esempio, quello della teoria evoluzionista.

Non è poi casuale che si levi sempre più tempo a materie, quali il latino, il greco e la filosofia, le quali, rappresentando la più diretta espressione della nostra civiltà, forniscono al giovane studente esempi etici e strumenti di pensiero idonei a stimolare una riflessione e un modo di vivere estranei al modello consumista.

Infine, l’istruzione universitaria, ormai solo apparentemente prestigiosa, con i suoi corsi di laurea tende a formare i perfetti ingranaggi del domani: uomini e donne che sappiano mettere in campo solamente le loro competenze tecniche, sfruttati come schiavi sui propri posti di lavoro, ma convinti di fare una gran carriera e che, nella stragrande maggioranza dei casi, tra laurea, specializzazione, master e tirocini, hanno saputo curare solamente la loro spasmodica ambizione, dimenticandosi di essere uomini, prima che professionisti. Questi, dall’alto della loro “formazione”, non sono altro che le più appetibili pedine del gioco del produci-consuma-crepa: detentori di denaro e sempre più privi di legami quali, ad esempio, quello familiare (rimandabile, di fronte ad una posizione professionale di spicco).

Militanza, scuola di Kultur

Alla luce di tutto ciò, la militanza è un’ottima scuola di Kultur. Nell’aderenza ad una Visione del mondo – che non si impara sui libri, ma è intimo sentire – il militante offre le proprie capacità, le proprie qualità, al servizio dell’Idea che sceglie di servire. Egli deve compiere una scelta necessaria: mettere l’Idea al centro della propria vita, donarsi in un sacrificio costante, essere disposto a tutto per essa e, solamente così, dare una qualità al proprio agire.

Oggi, di fronte alla diffusione di idee corrosive, da una parte, e alla ormai triste inconsistenza di contenuti anche da parte di chi si proclama in lotta con la società attuale il militante della Tradizione ha una responsabilità decisiva, che gli deriva dal privilegio della propria scelta. Il suo ruolo gli impone di riappropriarsi delle zone lasciate libere dalla desolazione imperante. Ogni militante, ordinandosi nella gerarchia di una comunità, deve dare il suo contributo: chi ha esperienza nell’ambito del commercio potrà dare vita ad attività economiche a sostegno della propria comunità, chi possiede una formazione culturale potrà organizzare momenti di approfondimento, lo sportivo potrà organizzare attività ludiche e fisiche. Solamente così egli civilizzerà il mondo che lo circonda, dandogli la forma del Vero, del Giusto e del Bello che preliminarmente, ma anche contestualmente, avrà ridestato in sé tramite un intenso lavoro di formazione.

Alla stessa stregua del contadino, del costruttore o del guerriero delle civiltà tradizionali.

È allora un inganno insidioso quello del “cane sciolto”, quello di chi pensa di poter fare a meno di una comunità; senza la quale viene meno ogni lavoro di formazione. Inoltre, è proprio questo l’atteggiamento tipico dell’intellettuale che, apparentemente disgustato dalla modernità, ne è invece portatore sano. Chi fugge il confronto e la gerarchia rifugge la Tradizione e alimenta il proprio individualismo: il peggiore dei tradimenti in nome dell’Idea, edulcorato da un bell’alibi.

Infine, allora, oggi fare Kultur è vivere attivamente l’incontro tra l’azione di testimonianza, che deve essere condotta nel mondo, e il continuo lavoro di formazione su di sé, che tale sforzo impone.

È l’azione di chi crede nelle idee che diventano azione, secondo il monito di Ezra Pound. È la legge di chi non può fare altrimenti, come insegna Julius Evola.

Il democratico ha il culto della problematica, della dialettica, della discussione e trasformerebbe volentieri la vita in un caffè o in un parlamento. Per l’uomo di destra, al contrario, la ricerca intellettuale e l’espressione artistica acquistano un senso soltanto come comunicazione con la sfera dell’essere, con un qualcosa che — comunque concepito — non appartiene più al regno della discussione ma a quello della verità. Il vero uomo di destra è istintivamente homo religiosus non nel senso meramente fideistico-devozionale del termine, ma perché misura i suoi valori non col metro del progresso ma con quello della verità” (Adriamo Romualdi, Idee per una cultura di destra)

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