Per il Solstizio d’estate

di Maurizio Rossi

«Noi salutiamo il Solstizio fecondo. Noi salutiamo la luce. Noi apriamo i nostri cuori. Noi alziamo le nostre mani. Sali fiamma! Sali! Noi salutiamo il Sole. Noi salutiamo la vita. Noi salutiamo colui che fu l’inizio.»

Fin dalla più remota antichità, al momento del Solstizio d’estate, attorno alla data del 21 giugno, l’Astro solare manifestava il culmine del suo trionfo sulle tenebre, annunciando però allo stesso tempo l’inizio del suo inarrestabile declino fino al Solstizio d’inverno quando l’Astro dava proprio l’impressione di sprofondare, di essere inghiottito per non dover ricomparire mai più. Invece, come per miracolo, esso risaliva di nuovo verso la volta celeste tornando vittoriosamente a risplendere in una perfetta forma ciclica. Un monito che invitava al rispetto del senso ciclico dell’esistenza, da sempre governante la vita umana.

I Solstizi rivestivano il compito portare l’uomo da uno stato all’altro, non a caso i nostri antenati li ritenevano come altrettante porte, quello d’estate come «la porta degli uomini» mentre quello d’inverno come «la porta dell’Immortalità» o anche come «la via degli immortali».

Nell’antica Roma i due Solstizi erano infatti consacrati a Giano bifronte, il dio guardiano delle soglie e dei passaggi. Il Cristianesimo vi sostituì i due San Giovanni: il Battista per il Solstizio d’estate – i fuochi di San Giovanni – e l’Evangelista per il Solstizio d’inverno, mantenendone sostanzialmente inalterati i significati. Un riassorbimento operato dal Cristianesimo nei confronti di quelle festività solari che erano da sempre particolarmente radicate nel costume popolare, fedelmente tramandate di generazione in generazione e gelosamente custodite nell’intima anima del popolo. Non saranno l’unico caso conosciuto di riadattamento in direzione di un’immagine del Cristo solare il più possibile combaciante con l’identità delle popolazioni europee.

Fu invece Omero a descrivere il misterioso antro dell’isola di Itaca dove si aprivano le due porte: una era rivolta a Borea, rappresentando la discesa degli uomini; mentre l’altra, che era rivolta a Noto, era il passaggio riservato alle divinità invalicabile per gli uomini. Per la prima porta solstiziale, quella estiva, si entrava nel mondo della piena manifestazione umana; attraverso l’altra invece si accedeva agli stati sopraindividuali rimandando ad una conoscenza che si trasmetteva inalterata in modo attraverso i cicli.

Questa manifestazione astronomica venne allora vissuta come una straordinaria espressione di un immutato Ordine cosmico di cui sia i viventi che i non viventi erano parte organica; e quindi ritualizzata attraverso specifici riferimenti sacralizzanti e simbolici, come d’altronde avveniva per tutti quei fenomeni naturali che vennero interpretati come segni sensibili di significati superiori, come manifestazioni di volontà divine e quindi come autentiche teofanie. Anche lo scrittore francese Henry de Montherlant confermerà la natura sovraordinante del Solstizio con questo significativo passaggio: “La vittoria della ruota solare non è soltanto la vittoria del Sole, la vittoria della paganìa. E’ la vittoria del principio solare che è eterno ritorno – la ruota gira, dice la gente. In questo giorno vedo trionfare il principio di cui sono imbevuto, che ho cantato, che, con estrema coscienza, sento governare la mia vita. L’alternanza. Tutto ciò che sottostà all’alternanza. Chi comprende ciò ha compreso tutto. I greci l’hanno perfettamente assimilato.”

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Pertanto, i momenti solstiziali si ricollegarono a simbologie connesse alla Luce ed al Sole che risorge invincibile dagli abissi, richiamando così la visione della rinascita luminosa della vera vita dalla caduta nelle tenebre, del chiudersi di una fase e dell’inizio di un nuovo ciclo, il mistero della catartica rigenerazione dopo la caduta. Come ricordava Julius Evola: “Nel simbolismo primordiale il segno del Sole come «Vita», «Luce delle Terre», è anche il segno dell’Uomo. E come nel suo corso annuale il Sole muore e rinasce, così anche l’Uomo ha il suo «anno», muore e risorge. Questo stesso significato fu suggerito, nelle origini, dal Solstizio d’inverno, a conferirgli il carattere di un «mistero».”

Abbiamo quindi i due Solstizi complementari, ma differenti. Ambedue carichi di aspettative. Ambedue significativi nell’ordinata scansione ciclica della vita.

Sempre nell’antica Roma il mese di Giugno rimandava a IVNO, Regina e Madre degli Dei, sposa e sorella di IVPITER. IVNO è la psiche-anima di IVPITER, è l’aere -anima che esso spande e come tale è l’anima in sé, ma specialmente l’anima femminile, parallela all’animo maschile, il Genius che è IVPITER. Il periodo di Giugno vede allora il culmine del Sole, il Solstizio; la liberazione dall’elemento tellurico e l’inizio della ardente AESTAS che segna appunto la Vittoria, il Trionfo del ciclo del Sole-Spiritus.

Giornate di fuochi e di festa, di luminose immagini solari, di riconfermate identità radicate nel corpo e nell’anima delle Comunità nel senso di una originaria trasmissione tradizionale e di una profonda appartenenza che troviamo ben illustrate nelle seguenti parole di Dominique Venner, così appassionate e così significative: “Io sono della Terra degli alberi e delle foreste, delle querce e dei cinghiali, delle vigne e dei tetti spioventi, delle epopee e delle fiabe, del Solstizio d’inverno e di San Giovanni di estate. È una risposta a coloro che pretendono che l’Europa non sappia cosa essa stessa sia. È un modo per dire che cerco rifugio in me, più vicino possibile alle mie radici e non in una lontananza che mi è estranea. Il santuario in cui vado a raccogliermi è la foresta profonda e misteriosa delle mie origini. Il mio libro sacro è l’Iliade così come l’Odissea, poemi fondatori e rivelatori dell’anima europea. Questi poemi attingono alle stesse fonti delle leggende celtiche e germaniche, di cui manifestano in modo superiore la spiritualità implicita. Del resto non tiro affatto una riga sui secoli cristiani. La cattedrale di Chartres fa parte del mio universo allo stesso titolo di Stonehenge o del Partenone. Questa è l’eredità che occorre assumere. La storia degli europei non è semplice. Essa è scandita di rotture al di là delle quali ci è dato di ritrovare la nostra memoria e la continuità della nostra Tradizione primordiale.”

Il Solstizio – il Sole si ferma – è il momento dove diventa possibile ricevere il massimo della potenza solare: la mistica forza che unisce il cielo alla terra si manifesta più forte – non a caso nelle credenze germaniche la raffigurazione di tale unione, la congiunzione organica del cielo con la terra, era ben presente nell’iconografia dell’Irminsul, il maestoso Albero cosmico della Vita le cui possenti radici affondavano fino alle viscere della terra e la sua folta e ramificata chioma sorreggeva stabilmente la volta celeste.

Attorno alle secolari querce, che nell’immaginario popolare delle comunità germaniche riproponevano la sacralità protettrice dell’Irminsul, si celebravano solennemente le ricorrenze solstiziali.

Il Solstizio d’estate volle rappresentare la pregnante manifestazione della potenza solare del divino, l’affermazione sacra e ciclica della vita per effetto dell’unione dell’Uomo con la Donna, di tutto ciò che è sano, giusto e bello – eticamente sano e giusto. Della natura sbocciata, della fertilità della terra e della procreazione che daranno nuova vita in maniera altrettanto ciclica. Della gioia, della spensieratezza e dell’amore, della Comunità e delle famiglie che riscoprono lo spirito originario della festa, l’importanza della memoria degli antenati e degli speciali vincoli che a loro ci legano, la riconferma del necessario perdurare dell’esistenza e dei caratteri del nostro popolo, della nostra peculiare identità spirituale riferita al mito dell’Origine di una Tradizione primordiale.

Il Solstizio d’estate è il cerchio della vita alimentato dalla sacralità benefica del Sole che rappresenta il centro della vita, il momento dove il divino viene felicemente incontro agli uomini. I fuochi solstiziali non rappresentarono altro che una sacra incandescenza che – come la potenza divina del Sole – non avrebbe mai avuto fine, non cessando mai di ardere proteggendoci e sconfiggendo le forze oscure e telluriche, scacciando le tenebre lontano dal mondo degli uomini.

Partendo dalla Tradizione, comprendiamo altresì come nel momento del Solstizio siano contemporaneamente presenti sia un ordinamento di natura fisica e sia un ordinamento di natura metafisica, come d’altronde esistono una distinta natura mortale e una distinta natura immortale, come é da sempre presente la ragione superiore dell’essere, principio e vera iniziazione verso il sovramondo e quella infera del divenire, purtroppo oggi sempre più drammaticamente dominante nelle sue peggiori e aberranti manifestazioni caricaturali.

Allora, per comprendere appieno l’anima del Solstizio è necessario quindi allargare lo sguardo verso orizzonti più vasti e più lontani, verso un passato arcaico, ma non per questo a noi meno vicino, per poter arrivare a comprendere le comuni e specifiche origini culturali, etniche e spirituali della nostra patria continentale europea: “gli europei sono divisi da un po’ di storia e uniti da molta Storia”, puntualizzò Drieu La Rochelle.

Il ritorno solstiziale alla memoria ancestrale delle Origini, alle sorgenti, allo spazio e alla dimensione delle Origini, alle stirpi dell’Ascia, della Luce e del Fuoco; i popoli destinati per vocazione superiore, per diritto/dovere a portare il Lògos, la Legge e a ripristinare il Kòsmos, l’Ordine.

Da queste stirpi auree noi discendiamo e sempre da loro abbiamo appreso i simbolismi verticalizzanti di una visione virile e sovrannaturale della lotta come fondamento dell’esistenza. Le manifestazioni armonicamente complementari e sensibili di un superiore Ordine divino e metafisico, i segni e i simboli sacralizzanti di un irradiamento spirituale proveniente dall’alto, di un armonioso ordinamento di natura cosmogonica e naturale dell’esistenza in ogni sua espressione: il Kòsmos visibile e quello invisibile.

Da loro abbiamo ricevuto in dono il Solstizio – il Sole invincibile.

Grazie a loro sorgerà il mito fondante dell’Europa e della ninfa fanciulla che cavalca il toro bianco.

Proprio come ci trasmise Adriano Romualdi, rimarcando orgogliosamente il fatto incontestabile che era esistita un’unità spirituale e una sapienza originaria – la Tradizione – che andavano dalla nordica Islanda all’India vedica, che avevano lasciato la loro potente impronta nell’Ellade arcaica, nella Sparta dorica, a Roma, nelle terre celtiche, nell’India degli Arii e nel mondo germanico, in monumenti epici e fondatori come l’Iliade, l’Odissea, l’Eneide, il Mahābhārata, il Nibelungenlied e l’Edda di Snorri, e nell’insegnamento di Platone, di Eraclito, di Plutarco, di Seneca, di Marco Aurelio, di Nietzsche, di Julius Evola, di Dominique Venner.

Partecipi di questo deposito millenario, volgiamo allora lo sguardo il più serenamente possibile verso quelle fiamme che alte si leveranno verso il cielo affinché una consegna venga di nuovo riconfermata e la gioia si diffonda.

In alto i cuori!