“Sera di Giugno”, pensieri di un militante

Sera di Giugno“, lo spettacolo, in memoria di Francesco Cecchin, è stata una iniziativa militante: ideato da militanti, sceneggiato e recitato da militanti, per un pubblico militante.
 
Militante, appunto, è stato lo stile di  scrittura: ne è uscita una trama essenziale, che in modo semplice e asciutto ha saputo raccontare la storia di Francesco Cecchin. Il ragazzino che abbandona il muretto ed entra per la prima volta in un sezione del Fronte, nella sua Piazza Vescovio. Le prime esperienze politiche, in quegli anni difficili, la goliardia e il cameratismo, il confronto fisico con i compagni, e, infine, la tragica morte. 
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Anche l’impegno degli attori, dai 15 anni in su, nessuno dei quali professionisti, è stato meritorio: dove non arrivava la tecnica, ha compensato il cuore e la voglia di ricordare in modo degno il sacrificio di Francesco. 
 
In particolare, proprio il personaggio di Cecchin ha avuto un ruolo di primo piano. È un Francesco cresciuto, un eterno diciassettenne fuori dal tempo, quello che, seduto sulla panchina di casa sua, Piazza Vescovio, un pacchetto di sigarette in mano e le chiavi strette nell’altra, apre lo spettacolo. Osserva la gente, che quarant’anni dopo appare così presa da se stessa, le macchine, che sono così diverse, arrotondate, l’aria, divenuta offuscata, e riflette. Sugli anni passati, pesanti come macigni proprio perché non li ha vissuti. 
 
In piazza c’è una madre che discute col figlio adolescente, che le ha chiesto cosa sia la targa al centro della piazza. Lei racconta la storia, liquidandola come la caduta di un ragazzino che stava scappando da qualcuno. “Caduto? Io non sono caduto!”. Francesco assiste stupefatto. E inizia a raccontare una storia che dopo otto lustri ancora attende giustizia da un’aula di tribunale. Ma, si sa, la nostra Giustizia non è di questo mondo.

Alla fine dello spettacolo, sarà proprio quel ragazzo che rincorreva la madre distratta chiedendole di una strana storia di tanti anni prima, a raccogliere il testimone di Francesco. Ha iniziato a fare militanza, e con i suoi camerati sta preparando uno striscione importante. Ma per alzarlo c’è bisogno di una mano, in tre non ce la fanno. Arrivano da dietro i camerati degli anni ’70, quelli che scherzavano, cantavano, lottavano con Francesco, e lo tirano su insieme a loro. C’è scritto FRANCESCO VIVE.
Proprio questa ultima scena, la più emozionante, trasmette l’intero senso dello spettacolo, che va oltre il lato sentimentale. Quello della continuità ideale e della memoria che si onora con l’azione. La nostra memoria, infatti, non è storica, ma spirituale. Non siamo legati al passato e alle 

forme, che muoiono con gli uomini e passano con gli anni: il nostro Fronte è eterno, è quello di chiunque abbia, dovunque e in ogni tempo, testimoniato i valori eterni della Tradizione. Dalle Termopili ai samurai giapponesi, dalla Charlemagne a Francesco e gli altri martiri degli anni di piombo.

“Sera di Giugno” ci ricorda infatti che la memoria di Francesco Cecchin non può avvenire solo una volta l’anno. I caduti vivono e combattono insieme a noi ogni volta che, nella nostra militia quotidiana e con il dono nelle file della nostra Comunità, scegliamo di affermare – combattendo quel borghese che si nasconde dentro di noi – i valori per cui loro hanno vissuto e si sono sacrificati.
A dare una marcia in più allo spettacolo è stata la felice scelta di alternare la recitazione con molte delle canzoni più significative, suonate sul palco da alcuni dei volti più noti della musica alternativa, La Vecchia Sezione, Chiara Ciavardini e Francesco Mancinelli. Da “Generazione ’78” alla immancabile “Sera di Giugno”, il numeroso pubblico (più di duecento persone, rappresentative di tutte le generazioni di militanti), ha cantato quasi sottovoce i suoi inni, in un misto tra commozione e una strana paura di intromettersi, di sovrastare con la propria voce qualcosa di speciale.

“Sera di Giugno” rimarrà nel tempo come una iniziativa riuscitissima, che ha avuto luogo solo grazie al contributo impersonale di diverse Comunità e individualità unite da un progetto comune e autofinanziato (senza “eminenze” alle spalle…). Il ricavato, coerentemente con il significato dello spettacolo, è stato destinato alla solidarietà concreta verso i camerati in difficoltà.
 
“La rosa giace a terra recisa, ma la bandiera è alta ancora!
Francesco era primavera, 
Francesco era libertà!”