VIDEO | Nietzsche e la decadenza dell’umanità attuale

Il tema dell’ultimo uomo e della decadenza in “Così parlò Zarathustra” profettizza in maniera sublime la crisi dell’attuale civiltà moderna. La condanna radicale della mediocrità fatta da Zarathustra sembra celata da queste metropoli sfavillanti abitate da falsi superuomini.

Con disincantata ironia Nietzsche interpreta il quadro della nostra vita moderna: l’ultimo uomo è colui che appartiene a quest’umanità livellata, omologata, incapace di pensare se non all’unisono come il gregge, che ha bisogno dei divertimenti circensi di massa, del tempo libero organizzato, per non venir divorati dall’orribile noia di una vita che non vuole più nulla, che in fondo vuole il “nulla”.

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La prefazione di Zarathustra

Quand’ebbe pronunciato queste parole, Zarathustra guardò un’altra volta il popolo e tacque. «Ridono» disse nel suo cuore: «essi non mi comprendono; la mia voce non è fatta per i loro orecchi».

Bisogna dunque spezzar loro prima gli orecchi affinché apprendano a comprendere con gli occhi? Bisogna far dello strepito come i suonatori di timpani e i predicatori della penitenza? O forse non prestano fede che a chi balbetta?

Essi possedono qualche cosa, di cui vanno superbi; come chiamano mai codesta cosa? La chiamano educazione; la quale li distingue dai pastori di capre.

Perciò odono malvolontieri la parola «disprezzo» usata contro di loro. Parlerò dunque alla loro superbia.

Dirò loro di ciò che più è spregevole: cioè dell’ultimo uomo.

E Zarathustra, allora, disse al popolo cosi:

«È giunto il tempo che l’uomo si proponga una meta. È giunto il tempo che l’uomo getti il seme della sua più alta speranza.

Il suo terreno è abbastanza ricco, oggi, per ciò. Ma un giorno sarà impoverito e sfruttato e non potrà dar vita a nessun albero di alto fusto.

Guai! Si appressa il tempo in cui l’uomo non lancerà più la freccia della sua brama oltre l’uomo, e la corda del suo arco avrà disappreso a sibilare!

Io vi dico: bisogna aver ancora un caos in sé per poter generare una stella danzante. Io vi dico: voi avete ancora del caos in voi.

Ahimè! Prossimo è il tempo in cui l’uomo non potrà più generare nessuna stella! Ahimè! Prossimo è il tempo del più spregevole tra gli uomini, che non saprà né anche più disprezzare sé stesso.

Ecco! Io vi mostro l’ultimo uomo.

Che cosa è amore? Che cosa è creazione? Che cosa è brama? Che cosa è l’astro? — così chiede l’ultimo uomo, ammiccando.

La terra sarà allora divenuta piccina, e su di essa saltellerà l’ultimo uomo che impicciolisce ogni cosa. La sua razza è tenace, come quella della pulce; l’ultimo uomo vive più a lungo di tutti.

Noi abbiamo inventata la felicità — dicono, ammiccando, gli ultimi uomini.

Essi hanno abbandonate le regioni dov’era dura la vita: giacché han bisogno di calore. Si ama ancora il vicino e ci si stropiccia a lui, perché si ha bisogno di calore.

L’ammalarsi e il diffidare è per essi un peccato: ei camminano guardinghi. Un folle è colui che ancora incespica nei sassi o negli uomini!

Di quando in quando un po’ di veleno: ciò produce sogni gradevoli. E molto veleno alla fine, per procurarsi una piacevole morte.

Si lavora ancora perché il lavoro è uno svago. Ma si ha cura che lo svago non esalti troppo i nervi.

Non si diviene più né poveri né ricchi; entrambe queste cose dàn soverchio fastidio. Chi desidera ancora di regnare? chi di obbedire?

Nessun pastore: un sol gregge! Ognuno vuole la stessa cosa, ognuno è la stessa cosa: chi la pensa diversamente ripara volontario al manicomio.

«Una volta tutto il mondo era pazzo — dicono i più astuti, ammiccando.

Noi siamo assennati e sappiamo tutto ciò che è avvenuto; abbiamo dunque diritto d’irridere ogni cosa. Ci si bisticcia ancora, ma ci si riconcilia presto — per non guastarci lo stomaco. Si hanno i proprii svaghi del giorno, e quelli della notte; ma si tiene in gran conto la salute.

Noi abbiamo inventato la felicità — dicono gli ultimi uomini, ammiccando».

E qui finì il primo discorso di Zarathustra, che anche è chiamato l’«introduzione»: poi che in questo momento lo interruppe il vociar gioivo della folla. «Dà a noi quest’ultimo uomo, o Zarathustra — esclamavano — fa che noi diventiamo simili a quest’ultimo uomo. E noi rinunziamo volentieri al superuomo!». E tutto il popolo era giubilante e faceva schioccare la lingua.

Ma Zarathustra s’attristò e disse nel suo cuore:

«Essi non mi comprendono: io non sono la voce che conviene a questi orecchi.

Forse troppo a lungo dimorai nella montagna, troppo a lungo forse ascoltai il mormorio dei ruscelli e degli alberi: ora parlo a loro nel linguaggio dei pastori di capre.

Serena è l’anima mia come la montagna nel mattino.

Ma essi pensano che io sia freddo: essi mi scambiano per un buffone che sa burle atroci.

Mi guardano e ridono: e ancor ridendo mi odiano. È ghiaccio nel loro riso».

“Il discorso degli ultimi uomini” – Così parlò Zarathustra