Come si difende l’Iran

Tra minacce, proclami e passi indietro, gli USA cercano di scatenare l’opinione pubblica occidentale contro l’Iran, senza però muovere arma, come se volessero alimentare la protesta contro l’ennesimo “nemico della democrazia” ma senza la reale convinzione di attaccare. In questo interessante e asciutto articolo di InsideOver, a firma del giornalista Lorenzo Vita, sono descritti tutti i motivi per cui Trump non è così convinto di attaccare l’Iran.


(tratto da it.insideover.com, di Lorenzo Vita) – Uomini, missili, alleati e i Pasdaran: ecco perché il Pentagono teme l’Iran

Donald Trump ha fermato l’attacco contro l’Iran, perché nella mente del leader della Casa Bianca non c’è motivo di avventurarsi in un nuovo conflitto in Medio Oriente che questa volta potrebbe avere effetti devastanti su tutta la regione (e sicuramente anche nel mondo). Ma non è solo Trump ad aver fermato i falchi della sua amministrazione. C’è un’altra parte fondamentale dello Stato americano ad aver chiesto di non arrivare a una guerra aperta e che da tempo frena su intervento armato: il Pentagono.

I generali americani non vogliono una guerra con Teheran. O quantomeno E il motivo è che sanno perfettamente che la pur netta superiorità tecnologica degli Stati Uniti non sarebbe capace di coprire tutti i rischi di una guerra su vasta scala contro quella che è considerabile la maggiore potenza militare del Medio Oriente insieme a Israele. Sottovalutare la forza della Repubblica islamica è un errore che al Pentagono sanno perfettamente di non poter compiere. Teheran ha già dimostrato di avere la capacità di reagire agli attacchi, ma soprattutto ha dimostrato una capacità strategica ben superiore rispetto ai Paesi del Medio Oriente con cui si confrontano e si sono confrontati gli Stati Uniti in questi anni. E una guerra diretta con l’Iran non sarebbe affatto priva di conseguenze per le forze armate statunitensi e per i loro alleati.
iran mappa politicaMappa di Alberto Bellotto
Da un punto di vista numerico, quindi, l’Iran rappresenta già di suo un rivale più che impegnativo per un intervento di qualsiasi esercito, ed è evidentemente la potenza più forte di tutto il Golfo Persico e del Medio Oriente. La quantità non è certamente sinonimo di qualità. E questo lo dimostra il fatto che dal punto di vista aeronautico e marittimo, così come quello missilistico, Teheran non possa competere con Washington. Almeno allo stato attuale. L’Iran possiede circa 300 aerei da guerra che però in larga parte sono Mig-29 e Su-24 o vecchi F-4, F-5 e F-14 acquistati prima della rivoluzione islamica dell’Ayatollah Khomeini. A questi si devono aggiungere 89 aerei da trasporto e 104 aerei da addestramento.
Stesso discorso può effettuarsi con la marina militare. L’Iran, secondo gli ultimi dati, può contare su una flotta di navi da guerra di circa un centinaio di imbarcazioni, comprensive di mezzi di superficie e sottomarini. E anche se non può essere paragonata alla flotta degli Stati Uniti, già presente nel Golfo Persico con la Quinta Flotta, è del tutto evidente che può comunque essere considerata uno strumento da guerra capace di colpire in maniera assolutamente incisiva i Paesi limitrofi e le flotte mercantili e militari che transitano nel Golfo Persico, un’area che è in larga parte controllata non tanto dai mezzi della marina iraniana quanto da quella dei Guardiani della Rivoluzione. Se a questo si aggiunge il sistema di mine subacquee che le autorità persiane hanno messo in diverse aree del mare che divide l’Iran dalla Penisola arabica, in particolare nello Stretto di Hormuz, e tutto il sistema di motoscafi d’assalto che hanno i Pasdaran, si comprende il motivo del timore che il Golfo possa trasformarsi in un vero e proprio inferno.
Il timore passa poi all’arsenale missilistico. Dal punto di vista difensivo, l’Iran possiede circa 150 sistemi I-Hawks cui si sono aggiunte le forniture di sistemi S-300 russi. Consegne congelate per circa una decina di anni, e il cui blocco è stato rimosso dalla Russia nel 2016 con la consegna del primo S-300. Teheran ha richiesto di iniziare le trattative con Mosca per l’acquisto degli S-400. Ma per ora dal Cremlino tutto tace, consapevoli che armare eccessivamente l’Iran non vada a vantaggio della propria strategia mediorientale. A questi sistemi, si aggiunge poi la capacità missilistica offensiva. Una capacità la cui punta di diamante è rappresentata dallo Shahab-3, missile balistico Mrbm, che ha una gittata di quasi 1300 chilometri con una variante che può arrivare anche a duemila chilometri. Soltanto con questi missili, l’Iran può raggiungere qualsiasi capitale del Medio Oriente così come gli obiettivi americani e degli alleati Usa nella regione.
È soprattutto da quest’ultimo dato che si può capire il motivo per cui il Pentagono e il presidente degli Stati Uniti non vogliono giungere a un conflitto militare. Perché una guerra con l’Iran prevede lo scontro con un nemico che può far davvero incendiare una regione. Teheran può colpire tutti gli alleati Usa nel Golfo e in Medio Oriente, ma può soprattutto mettere in pericolo sia il mare dove transita una gran parte del petrolio mondiale sia tutte le aree di conflitto in cui è coinvolto l’Iran. Le forze della Repubblica islamica non solo possono colpire gli alleati, ma possono far deflagrare conflitti in ogni area dove sono presenti i proxy di Teheran. Può incendiare il confine israelo-libanese con Hezbollah, la Siria, l’Iraq e lo Yemen (con le milizie Houti) fino a tutte le milizie legate a Teheran nel mondo e le forze Quds. Forze che possono mettere a repentaglio anche il traffico navale nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. Gli Stati Uniti non possono permettersi un rischio di questo livello: l’Iran in questi anni ha costruito una rete di alleanze che può essere perfettamente in grado di mettere a repentaglio l’intera regione.
Proprio per questo motivo, l’approccio della Casa Bianca e del Pentagono è stato molto meno duro rispetto a quello di alcuni consiglieri dell’amministrazione americana. Un conflitto? Meglio di no. O almeno non con bombardieri e navi. In questo senso, il fatto che Washington abbia optato per un’ondata di attacchi cyber contro le infrastrutture militari iraniane e in particolare dei Pasdaran non è casuale. Si è voluto colpire l’Iran a livello cibernetico con un raid chirurgico ma che non potesse scatenare una rappresaglia militare convenzionale. Ma attenzione a dare per scontata la guerra cyber e il vantaggio tecnologico americano. L’Iran ha una forza tecnologica che supera di gran lunga le aspettative di molti detrattori. E questo attacco Usa è servito anche a testare le capacità difensive del cyberwarfare persiano.