Per il Sacrificio ci vuole solo cuore

Forse una molecola? Oppure un batterio? Magari una vitamina assunta con più frequenza? O magari il segno zodiacale? Insomma, questi pseudo-scienziati da quattro soldi cercano invano di ritrovare in qualche improbabile causa alimentare, genetica o comunque materiale, la causa prima della differenza che sta tra uomini votati allo spirito di sacrificio e uomini da divano, che mai si mettono in gioco o donano se stessi in qualche sforzo che la vita ‘ordinaria’ richiede. Ma lo sappiamo bene che l’animo per il Sacrificio non si rintraccia nell’ascendente zodiacale né in qualche batterio assunto, bensì nell’anima, ossia in quella parte dell’uomo che, se orientata verticalmente dall’Intenzione, sprigiona la Volontà di impegnarsi e donarsi, di sacrificarsi, di spingersi oltre l’ostacolo contingente, superando la paura di fallire, col coraggio per ascendere. Non ci sono pilloline o studi pseudo-scientifici che ti diranno se puoi o meno metterti in gioco, ma solo la sottomissione attiva al tuo dovere, l’adempimento alla chiamata, la forza coraggiosa di chi risponde “sì” fuggendo borghesissimi calcoli e congetture. Anche nello sport.


(tratto da www.repubblica.it) – Sedentari o sportivi? Tutto dipende da un batterio
E’ più presente nel microbioma delle persone che fanno molta corsa. Ecco come questo microorganismo potrebbe venirci in aiuto per fare sport
ATLETI, runner, maratoneti e altri sportivi hanno una marcia in più, non solo nelle gambe, ma anche nel microbioma. Oggi, infatti, uno studio coordinato dal Joslin Diabetes Center a Boston ha messo in evidenza che nel loromicrobioma intestinale, cioè nell’insieme di tutti i microorganismi presenti nell’intestino, c’è anche un batterio che, a sorpresa, favorisce la performance fisica. I ricercatori hanno scoperto che la concentrazione di questo microorganismo aumenta dopo la corsa e hanno cercato di capire quali processi innesca. I risultati suggeriscono che l’assunzione di probiotici contenenti il batterio in questione potrebbe migliorare le capacità di muoversi anche in chi è sedentario. La ricerca è pubblicata su Nature Medicine.
Il batterio – Il lavoro dei ricercatori è iniziato nel 2015, quando hanno raccolto e analizzato campioni di feci di 15 partecipanti alla maratona di Boston per studiare il microbioma intestinale. I campioni sono stati prelevati nella settimana precedente e in quella successiva alla gara per osservare eventuali cambiamenti nel microbioma. I dati sono stati comparati con quelli ottenuti dai campioni di 10 persone sedentarie.
L’attenzione dei ricercatori è caduta subito su un batterio, appartenente al genere Veillonella, che risultava significativamente aumentato, negli atleti, dopo la maratona. In generale, il batterio Veillonella può trovarsi naturalmente nell’apparato respiratorio e digerente dell’essere umano e in rari casi può portare infezioni delle vie respiratorie e dei genitali. In base ai risultati, inoltre, questo microbo era in generale più abbondante negli sportivi che nelle persone sedentarie. L’idea che il batterio possa avere un ruolo nell’attività fisica è stata poi confermata da un’analisi condotta in un modello di topo. L’indagine ha mostrato che l’animale, dopo aver assunto integratori contenenti il batterio, era molto più abile nella corsa.
I risultati, una maggiore potenza fisica – Veillonella si nutre di acido lattico, un composto che si accumula dopo l’esercizio e che negli atleti è prodotto abbondantemente dai muscoli sottoposti a un forte sforzo, mentre per chi non è allenato viene generato in grande quantità anche in presenza di un’attività di media intensità. “La nostra prima ipotesi era che il batterio funzionasse come uno scarico metabolico che rimuove l’acido lattico dal sistema”, sottolinea Aleksandar D. Kostic, coautore del paper, “con l’idea che l’acido lattico formato nei muscoli produca stanchezza”. Tuttavia, l’ipotesi che il composto sia associato alla fatica sembra non essere valida, secondo i ricercatori, che hanno cercato nuove strade per far luce sui meccanismi.
A questo punto, gli autori hanno svolto uno studio di metagenomica, ovvero hanno utilizzato di tecniche di genomica applicate a comunità microbiche direttamente nel loro ambiente naturale, senza manipolarle. E sono riusciti a tracciare il Dna dei microorganismi presenti in queste comunità per capire cosa succede dopo aver praticato sport intenso. I ricercatori si sono accorti che aumentava la concentrazione di alcuni enzimi che trasformano l’acido lattico in un composto più corto, chiamato acido propionico. Dalle analisi dei ricercatori emerge che la chiave del legame fra microbioma e attività fisica è proprio in questo acido, dato che, una volta introdotto direttamente nel microbioma intestinale dei topi, il composto ha potenziato le loro abilità di correre.
Una supplementazione? – Tuttavia, se assunto per bocca l’acido propionico potrebbe non fare lo stesso effetto, dato che viene facilmente spezzato dai succhi gastrici prima di arrivare nell’intestino e svolgere la sua azione. Mentre, secondo i ricercatori, una supplementazione con probiotici contenente l’intero batterio Veillonella – l’interruttore del meccanismo osservato – potrebbe essere efficace per ottenere questo risultato. Gli autori, infatti, stanno studiando la possibilità che una supplementazione di questo genere possa essere d’aiuto agli atleti e agli sportivi. Atrarne beneficio, proseguono gli specialisti, potrebbero essere anche le persone sedentarie e con disturbi metabolici che non riescono a ottenere i benefici necessari per migliorare la forma fisica e ridurre il rischio di varie patologie. “Aumentare l’abilità di svolgere attività fisica – commenta Kostic – è un forte predittore della salute complessiva e fornisce una protezione contro malattie cardiovascolari e diabete e favorisce una maggiore sopravvivenza”.
Per ora si tratta soltanto di un’ipotesi, che deve essere studiata attentamente. La scoperta di questo legame fra microbioma e attività fisica apre nuove strade di ricerca. “Si tratta di un esempio davvero importante di come il microbioma si è evoluto per essere sempre più integrato nell’ospite”, conclude il ricercatore, una presenza simbiotica in cui l’ospite – l’essere umano, in particolare l’atleta – porta benefici al batterio e questo a sua volta apporta dei vantaggi all’organismo.