Steve Bannon, Guo Wengui e quella strana spy-story con la Cina

Steve Bannon non smette di far parlare di sé, sia pure, stavolta, in via indiretta.

Infatti, in questi giorni, ha avuto ampio risalto sulla stampa americana, in particolare attraverso il Wall Street Journal, il nuovo, clamoroso capitolo dell’intricata vicenda del misterioso dissidente cinese Guo Wengui, conosciuto anche come Liles Kwok, buon amico e sodale dell’ex stratega di Trump. Ma andiamo con ordine.

Guo Wengui, già miliardario imprenditore cinese nel settore edilizio, da alcuni anni è “rifugiato” negli Stati Uniti (peraltro in un lussuosissimo appartamento al centro di New York), dove ha chiesto asilo politico in qualità di dissidente del regime di Pechino. Le autorità cinesi avrebbero spiccato un mandato di cattura nei suoi confronti, ufficialmente per processarlo per frode e corruzione, in particolare dopo che Wengui aveva denunciato a sua volta gli scandali della corruzione e delle trame oscure tra politica ed imprenditorialità in Cina, e le persecuzioni ai danni di dissidenti politici, imprenditori o uomini d’affari non piegati ai diktat del governo. Di recente, Wengui aveva accusato direttamente il governo cinese di essere responsabile della morte in Francia, nel luglio 2018, dell’imprenditore Wang Jian (fondatore e co-presidente del colosso HNA Group, cresciuto negli anni fino a divenire la casa madre della quarta compagnia aerea cinese, la Hainan Airlines), caduto in circostanze misteriose in un precipizio, mente posava per una foto: episodio che gli inquirenti francesi si erano affrettati a liquidare ufficialmente come un incidente.

Le autorità americane, finora, si sono sempre rifiutate di estradare l’ex imprenditore cinese.

L’incontro tra Wengui e Bannon (che, in una delle sue innumerevoli vite precedenti, pare abbia vissuto per un certo periodo a Shangai, dove avrebbe diretto un sito di scommesse online) risale all’ottobre 2017. Nel dicembre 2018, poi, i due hanno annunciato la costituzione di una Fondazione, con un fondo di dotazione iniziale di 100 milioni di dollari, diretti a sostenere le inchieste sulla corruzione cinese, finanziare le attività di raccolta e di pubblica diffusione delle prove delle violazioni di diritti umani in Cina, offrire sostegno ai perseguitati dal regime di Pechino, uomini politici, giornalisti, imprenditori, ecc. che siano. Non solo: la Fondazione si prefigge anche l’obiettivo di denunciare le banche e le aziende della finanza statunitense che siano in qualche modo responsabili dell’avanzata cinese nell’economia americana. A tale riguardo, Bannon ha espressamente dichiarato al New York Times: “Da populista lo trovo vergognoso. Dobbiamo chiamare le élites del paese alle loro responsabilità”.

L’iniziativa di Bannon non era estemporanea, ma rientrava nel quadro di una “guerra economica” contro la Cina, uno dei nemici giurati dell’amministrazione americana nonché del progetto pan-sovranista bannoniano a difesa dei “valori” dell’Occidente, insieme all’Iran, alla Turchia e all’Islam in genere (il famoso “fascismo islamico”, come lo definì l’ex stratega di Trump). In effetti Bannon, sia pure non più ufficialmente legato al presidente americano, continua di fatto a svolgere, anche nella sua veste di grande mecenate del populismo transcontinentale, un ruolo attivo su vari fronti a livello internazionale.

Tuttavia, a metà settembre 2017, quindi poco prima dell’incontro con Wengui, secondo il Financial Times, Bannon sarebbe andato in Cina per incontrare segretamente a Zhongnanhai, il quartier generale del partito comunista cinese nonché sede del governo della Repubblica Popolare, a due passi da Pechino, Wang Qishan, considerato il secondo uomo più potente del regime dopo il presidente Xi Jinping. Capo della Commissione centrale di vigilanza del Partito Comunista, che, nell’ambito della campagna anticorruzione lanciata dal presidente cinese nel 2013, avrebbe espulso dal PCC non solo diverse decine di migliaia di vere o presunte “mele marce”, ma anche, con l’occasione, svariati oppositori interni alla linea politica uscita vincitrice dal XVIII° Congresso del Partito.

Sembra che i cinesi fossero incuriositi dai contenuti politici ed economici del populismo sovranista di Bannon, temi che quest’ultimo avrebbe trattato in un suo misterioso discorso, a porte chiuse e vietato alla stampa, che avrebbe tenuto durante un viaggio ad Hong Kong risalente a pochi giorni prima, nell’ambito di un convegno organizzato dalla società di investimenti CLSA. In quella occasione, Bannon avrebbe anche lodato il sistema economico cinese, ricordato certe “affinità” tra Stati Uniti e Cina, risalenti alla Seconda guerra mondiale, e riferito della profonda stima che Trump nutrirebbe nei confronti del presidente Xi Jinping come leader politico.

Comunque sia, considerando la linea ferocemente anticinese di Bannon, fin dai toni apocalittici della campagna elettorale trumpiana, ricambiata dal disprezzo del gigante asiatico verso l’ex braccio destro del presidente statunitense (soltanto pochi giorni prima dell’incontro, il Quotidiano del popolo, organo ufficiale del Comitato centrale del PCC, aveva commentato le dimissioni di Bannon dal ruolo di consigliere di Trump con un articolo intitolato: “L’ideologia anti-cinese di Bannon appartiene al posto in cui si trova: la pattumiera”), l’incontro risultò una sorpresa per tutti, e, visti i contenuti, avrebbe comportato un clamoroso quanto enigmatico cambio di rotta da parte di Bannon, almeno “in privato”.

Si può pensare che, di fatto, l’incontro tra Bannon e Wang Qishan costituisse una sorta di “mini-summit” preparatorio in vista della visita di Trump in Cina del novembre 2017, e, nonostante le smentite di rito da parte del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lu Kang, che aveva dichiarato di “non essere a conoscenza” del presunto incontro, sicuramente la Cina era alla ricerca di interlocutori in seno all’amministrazione americana, dopo il fallimento dei contatti con Jared Kushner (prima individuato come possibile punto di riferimento, e poi accantonato perché apparso meno influente nelle decisioni di Trump), o col segretario al Commercio americano Wilbur Ross (che avrebbe dovuto convincere Trump a rinunciare all’idea dei dazi, in cambio di un taglio alla sovrapproduzione di acciaio). L’entourage di Xi Jinping aveva, d’altronde, la necessità di scoprire le reali intenzioni del Presidente americano circa dazi e chiusure protezionistiche nei confronti del gigante asiatico, nonché di capire come evitare una guerra commerciale con gli Stati Uniti.

Oppure, si può ipotizzare che i cinesi, come sopra accennato, volessero semplicemente saperne di più circa alcune tematiche del “bannonismo”, per verificare i termini di qualche possibile contatto o aggiornamento nei rapporti geopolitici, se non in via ufficiale con il governo americano, perlomeno con alcuni gruppi di forza all’interno del paese a stelle e strisce.

O, ancora, nulla esclude che Bannon e Wang Qishan abbiano parlato di Guo Wengui e delle sue destabilizzanti rivelazioni a raffica sul governo cinese.

Ad ogni modo, ciò che è certo, è che, poche settimane dopo, Bannon avrebbe incontrato proprio l’ex imprenditore rifugiatosi negli Stati Uniti, e rinfocolato di nuovo, ufficialmente, i toni anticinesi, sostenendo che l’America si trova, nei confronti della Cina, in una situazione simile a quella della guerra fredda con l’Unione Sovietica: “Se non risolviamo i nostri problemi con la Cina ne usciremo distrutti economicamente”.

Guo Wengui, oltre all’amicizia con Bannon, sembra, peraltro, ben inserito anche nell’entourage del Presidente Trump, avendo ottenuto ad esempio la tessera di socio di Mar-a-Lago, gigantesca villa anni Venti a Palm Beach, in Florida, già residenza invernale dei presidenti americani, acquistata da Trump nel 1985.

L’ex imprenditore cinese, per puntellare la propria attività, aveva inoltre stipulato un contratto di collaborazione con una società di ricerche della Virginia, la Strategic Vision US, in forza del quale, a fronte di un corrispettivo di ben nove milioni di dollari, avrebbe dovuto indagare su una quindicina di cittadini cinesi residenti negli Stati Uniti, che sarebbero in realtà delle “spie” al soldo di Pechino, infiltrate in territorio statunitense. 

Tutto bene, fin qui, apparentemente: Bannon, in chiave di grande mecenate del populismo internazionale e di buon filantropo in versione ufficialmente anti-Soros, finanzia e sostiene tutte le operazioni, le organizzazioni e le persone che abbiano delle finalità compatibili e coerenti con i suoi obiettivi: dall’internazionale sovranista “The Movement” ai singoli partiti, movimenti e uomini politici amici, fino ad una Fondazione che elargisce denaro al fine di smascherare le violazioni dei diritti umani perpetrate dal governo cinese.

Ma c’è un però.

Qualche giorno fa, come accennavamo, il Wall Street Journal ha fatto scoppiare una vera e propria bomba mediatica, riportando la notizia secondo la quale la Strategic Vision US avrebbe scoperto che i nominativi delle presunte spie cinesi su cui Wengui avrebbe dovuto indagare, erano, in realtà, catalogati dal governo americano come “Records Protected”, quindi come nominativi sensibili appartenenti a soggetti sotto protezione, che appoggiano la politica americana: oppositori in incognito del governo cinese, dunque, e non infiltrati! Pertanto, la società americana vorrebbe ottenere giudizialmente la risoluzione del contratto stipulato con Wengui, recuperare il milione di dollari già corrisposti a quest’ultimo come “acconto”, ed essere risarcita del danno subito.

Chi è, allora, Guo Wengui? Un finto oppositore del governo cinese, che, in realtà, al soldo di Pechino, ha il compito di scovare veri dissidenti quale agente infiltrato negli Stati Uniti, o un ricco imprenditore un tempo ben inserito nei torbidi meccanismi della corruzione tra potere politico, servizi segreti e mondo imprenditoriale cinese, ora effettivamente caduto in disgrazia (si raccontava che Wengui avesse ricevuto, un paio di anni, fa una visita non proprio amichevole nel suo appartamento di Manhattan da parte di quattro funzionari di Pechino) ed accolto a braccia aperte dallo Zio Sam?

E mister Bannon, in tutto questo, che ruolo ha? È una “povera vittima”, raggirato da Wengui e dal governo cinese, oppure c’è dell’altro? C’è un collegamento con lo strano incontro del 2017 con Wang Qishan in territorio cinese, che precedette di pochi giorni l’incontro con Wengui e la pianificazione della costituzione della Fondazione? Nessuno può saperlo.

Il camaleontismo ed il doppiogiochismo di Bannon, sicuramente, rendono possibile qualunque scenario da “film”, per quanto inverosimile possa apparire.

La Comunità Militante Raido, unitamente a RigenerAzione Evola ed a prestigiose penne quali quelle di Claudio Mutti, Maurizio Blondet, Andrea Marcigliano e Gianluca Marletta, ha ampiamente parlato del vero volto di Steve Bannon nel pamphlet “Inganno Bannon”, edito da Cinabro Edizioni, la cui lettura continuiamo a consigliare, trattandosi di un’opera che consente realmente, quale unico approfondimento editoriale alternativo al momento disponibile in materia, di scavare nel profondo del progetto pan-sovranista e dell’ “ideologia” (ci si passi l’espressione) di Steve Bannon. Un uomo che, al di là delle contingenze del momento, dei periodi di alti e bassi e di maggiore o minore visibilità, dev’essere ancora tenuto sott’occhio, poiché rimane uno “strumento” prezioso nelle mani dell’amministrazione statunitense, in grado di svolgere un’attività strumentale talvolta più politica, altre volte più “accademica”, talvolta ancora da filantropo o da mecenate al sostegno delle cause volta per volta funzionali ad obiettivi strategici e geopolitici ben precisi.

Fonti:

https://www.corriere.it/esteri/19_luglio_23/dissidente-cinese-ora-accusato-spionaggio-55cbc7fe-ad84-11e9-aafc-ff288f0f153c.shtml

https://www.corriere.it/esteri/18_dicembre_05/bannon-l-alleanza-anticomunista-il-miliardario-cinese-dissidente-54d3ec5e-f890-11e8-95fd-6a8b22868d97.shtml

https://www.ilfoglio.it/esteri/2017/10/18/news/sinofobia-made-in-usa-158294/

https://www.agi.it/estero/bannon_cina_xi_jinping-2187412/news/2017-09-27/

http://www.cinaforum.net/incontro-segreto-bannon-wang-pechino-mr-bannon-che-diavolo-ci-fai-a-zhongnanhai/

https://it.insideover.com/politica/il-viaggio-segreto-di-steve-bannon-a-pechino.html