“Al fuoco del Vulcano, al fuoco della Tradizione!” – recensione del Campo di Formazione Militante 2019

Con l’estate arrivano le ferie, il riposo ed il divertimento nelle località più in voga: settimane dove ogni individuo cerca di sfuggire a sé stesso e alla vita lavorativa di tutti i giorni, trovando piaceri fugaci e frenetiche serate. Una linea che sicuramente non si confà a chi ha deciso di partecipare al Campo di Formazione Militante 2019, organizzato dalla comunità siciliana di Heliodromos. Infatti, come ogni anno, le comunità che mirano a presidiare il Fronte della Tradizione si ritrovano sulle pendici dell’Etna, pronte ad affrontare una settimana all’insegna del duro lavoro e del cameratismo, affinché escano rinvigorite quelle attitudini di disciplina e di sacrificio che sono alla base di una grande opera di formazione, sia personale che comunitaria.  

Lontani dai condizionamenti della catena di montaggio quotidiana, la vita torna ad essere scandita dai ritmi della natura, nella dimensione autentica del tempo e dello spazio: il sorgere e il calar del sole determinerà la sveglia nelle camerate e il termine delle attività, per poi accompagnarci al riposo.  


La sveglia suona alle 5.30, il cielo inizia a schiarire e ci si compatta per il saluto al sole, seguito dall’ordinario risveglio muscolare. Pur non essendo abituati a certi orari, l’immagine del sole – con la purezza dell’alba – ci trasmette quella bellezza misteriosa che lui solo può generare, alimentando il cuore di ognuno. 
Dopo un’energetica colazione, ognuno trova la propria collocazione all’interno delle diverse squadre di lavoro, quest’ultime poi si dividono i lavori di manutenzione della struttura che ci ospita e della terra: si va dai lavori nella vigna alla sistemazione perimetrale della recinzione, dalla pulizia generale dei campi al montaggio di un cancello. Ciò che spinge a tale impegno – convinti che l’importante non è ciò che si compie, ma come lo si compie – non è la fuga “mistica” nel verde della natura o il mito del buon selvaggio, ma il cercar di destare il nostro Essere conferendo una forma all’azione, opponendo all’agitazione inerziale dell’Io una disciplina che miri alla lucidità, alla stabilità ed alla fermezza.  

I lavori mattutini rendono chiaro il senso più autentico del dono. Un dono animato dall’entusiasmo del cuore e dalla voglia di dare tutto sé stessi con la consapevolezza di fare ciò che va fatto. Il lavoro è reso Sacro proprio da questo dono, che lo eleva a mezzo finalizzato alla Formazione personale.  

Simultaneamente all’impegno nei campi, c’è chi si occupa dell’organizzazione del casale: sono i ragazzi della corvée, che senza sosta lavorano affinché tutto sia ottimale. Sono loro ad occuparsi della cucina e della riuscita della grande tavolata pronta ad ospitare tutte le squadre al termine dei lavori. Un pranzo genuino e frugale – impreziosito dall’impegno costante dei camerati in cucina – accompagna il confronto e le risate delle giovani anime che siedono a tavola. Un pranzo che dopo tanto lavoro fa riscoprire il valore della terra e la qualità dei piatti, rivelandoci tutto un altro sapore.  

Al riposo del primo pomeriggio, seguono diverse attività che si vedono alternare nei giorni: sono le proiezioni di film, le conferenze e il confronto con i camerati a riempire i nostri pomeriggi. La prima conferenza pone all’attenzione il tema del campo: il Sacrificio. Un Sacrificio non mosso da egoismo, ma da volontà impersonale; non aspirante a piaceri borghesi, ma alla Conoscenza. Il Sacrificio è donare, “gettare il cuore oltre l’ostacolo”, rinunciare a ciò che piace, superare i propri limiti e attaccamenti. A differenza delle sue deformazioni moderne il Sacrificio, così inteso, è azione Sacra. Tema che traccerà la direzione da seguire per tutta la durata del campo, affinché l’attitudine ad esso ne esca fortificata. 

Il sole cala all’orizzonte e la giornata si chiude con un’ottima cena e canti legionari rivolti al cielo, nel ricordo degli eroi che ci hanno preceduto; miti e leggende che sempre saranno d’esempio e che attualizzano le parole del Capitano Codreanu per cui solo chi ha il cuore puro può cantare.  

Nella parte centrale della settimana, ci apprestiamo ad affrontare l’escursione sull’Etna. Temperature caldissime, con cibo e acqua razionati per tutti, necessitano di autocontrollo e disciplina: difficoltà che oltre a mettere alla prova offrono l’opportunità di toccare con mano ciò che è essenziale e ciò che è superfluo. 
Dopo quattro ore di marcia arriviamo al rifugio, ad un’altezza di 1800 metri, dove mangiamo e ci prepariamo per l’accampamento notturno, sotto un cielo stellato. 

Alle 3.30 di notte, con zaino in spalla e torce frontali iniziamo l’impervia salita che ci condurrà sino al cratere: “Al fuoco del vulcano, al fuoco della Tradizione”! 
L’ascesa è la sintesi di tutto il campo, una salita che ci pone di fronte alla sofferenza del sacrificio: un Sacrificio che è volontà d’affermazione contro la bestia e la debolezza che risiede in noi stessi. È in questo momento che le Idee più nobili iniziano a prendere forma, quasi come un’evocazione, irradiandoci un’energia unica in grado di spingerci sempre più in alto sino al cratere del vulcano. Un momento in cui si assapora realmente cosa significa vivere, nella sua accezione più alta. Un momento che, simile ad una catarsi, purifica dalla mediocrità a cui l’uomo moderno è soggetto. Un’ascesa che deve esser interiorizzata in tutti i suoi aspetti per divenire azione trasfigurante, affinché si riesca a vivere il quotidiano con la stessa tensione della salita. 

Tutto il gruppo macina distanze con fatica ma senza cedere il passo, cercando di rimanere unito: un unico grande corpo che muove verso la vetta situata a 3300 metri. Dopo diverse ore arriviamo al cratere tra gioia e soddisfazione per aver stretto i denti e continuato a salire, consapevoli di aver spostato l’asticella dei nostri limiti ancora più in alto. La foschia è molta ed il vulcano emette molti fumi, quindi dopo qualche minuto di riposo, discendiamo stanchi ma felici verso il casale, dove ci aspetta un pasto abbondante.

Tornati alla base, abbiamo un ultimo impegno a cui dar fede prima di tornare a casa: i Giochi comunitari, ispirati ai ludi romani. Le squadre che si contenderanno l’alloro della vittoria sono le stesse che si sono cimentate nei diversi lavori del Campo Militante, dove hanno diviso lavoro e fatica. Il tiro alla fune, la corsa, il lancio del peso, il salto in lungo, il tiro con l’arco e la lotta: sono queste le discipline che con goliardia, ma anche con sano agonismo, vedranno l’affrontarsi senza esclusione di colpi dei partecipanti, pronti a dare il massimo e a confrontarsi con gli altri. Tra errori da matita rossa e grandi gesti atletici, tra urla di fatica e quelle per l’incitamento, c’è la gioia, la determinazione e la volontà del far trasparire all’esterno tutta la luce che ci portiamo dentro.  

Il campo si conclude quindi con le premiazioni e canti di gruppo per celebrare il Campo di formazione militante. Un’esperienza di una settimana che ha determinato una linea netta di confine tra ciò che occorre Essere, per restare in piedi, e ciò che fa cadere in basso. Da una parte c’è amore per il Fuoco regolatore, in cui si è presenti a sé stessi, dall’altra c’è un fuoco tellurico distruggitore, che porta solo attaccamenti. Un confine labile, che illude. Un confine che bisogna tenere bene a mente se si vuole operare nella giusta direzione, nel Fronte della Tradizione.  

Ora si torna alla quotidianità, ai nostri studi e ai nostri lavori, ma con un fuoco ancora più grande, ancora più consolidato, ancora più ambizioso nel cuore: quel “Fuoco del vulcano, fuoco della Tradizione” che divamperà sempre, nella prima linea della Rivoluzione.