“Divide et impera”: Bergoglio e il Papa

(a cura della redazione di AzioneTradizionale.com)

Ultimamente, Papa Francesco sta facendo molto parlare di sé; tuttavia, tra i tante, ha colto la nostra attenzione, in particolare, questo articolo, in cui, correttamente, il suo autore, pur da posizioni per noi assolutamente non condivisibili, si sofferma sulla una scissione che oggi dilania la Chiesa cattolica e che vede, da una parte, le posizioni di Jorge Bergoglio e del suo entourage e, dall’altra, quelle dei fedeli più legati alle tradizionali posizioni del Cattolicesimo.

È, infatti, innegabile che il Pontificato di Papa Francesco sin da subito abbia suscitato una generale perplessità presso gran parte dei cattolici, per i molti innegabili atteggiamenti da pop-star che Jorge Bergoglio ha assunto sin dal suo insediamento; ma anche per le sue moltissime aperture di tipo progressista, sulla base del «chi sono io per giudicare?».
Ultimamente, tale crisi è esplosa sulla questione dell’immigrazione, che sembra essere, per Bergoglio, una vera ossessione; tale da riempire ormai anche una buona parte delle omelie domenicali di molti semplici presbiteri.

In conseguenza di tutto quanto ciò, in moltissimi si trovano in una quanto mai netta discordanza dalle posizioni ufficiali dell’attuale Magistero.

A questo punto, partendo dalle argomentazioni espresse nell’articolo riportato, appare opportuno fornire degli spunti, affinché tale questione possa essere affrontata dall’unico punto di vista che, in merito, riteniamo accettabile: quello tradizionale.

 

  • Autorità e gerarchia: distinguere la funzione e la persona

 

È necessario subito postulare che le posizioni personali di Jorge Bergoglio destano a pieno titolo non poche perplessità, per via del suo carattere indiscutibilmente corrosivo, ma anche che, nonostante ciò, per un cattolico è assolutamente illecito mettere in discussione l’Autorità del Papa.

Infatti, chi ha una Visione tradizionale (e non tradizionalista!) deve essere cosciente che la negazione della Gerarchia è un fatto del tutto antitradizionale.

Poiché la Tradizione si trasmette tramite le forme, ma non si cristallizza nelle stesse (se ne negherebbe, altrimenti, l’universalità) è necessario sempre riferirsi alla stessa per superare la dialettica tra le posizioni più progressiste e quelle, invece, conservatrici (proprio perché, nell’ambito di una tradizione, appare un controsenso dividersi in conservatori e progressisti: o si aderisce alla Verità, che comunque è sempre al di là degli aspetti formali, o la si ignora).

La Dottrina ci invita infatti, sempre, a distinguere la funzione dalla persona che la incarna. Questi potrebbe anche essere un farabutto, che però, dal momento che ha ricevuto una trasmissione, agisce sempre quale strumento della stessa. Ancor di più, tale concetto è presente nel Cattolicesimo con la dottrina del “ex opere operato”, in ordine alla quale gli atti rituali e sacramentali sono sempre validi, in virtù del fatto che siano stati compiuti da un ministro regolarmente ordinato, senza che possano venire in alcun modo condizionati dalle mancanze dello stesso. Chi compie il rito è infatti, in quell’istante, lo strumento ed il tramite delle influenze spirituali trasmesse.

Per tale motivo, allo stesso modo, l’Autorità a capo della gerarchia svolge sempre, ontologicamente, la funzione di Pontefice, seppur eticamente o moralmente ne sia indegno.

Queste sono, tuttavia, linee generali, indipendenti dalle dinamiche relative al fatto che vi siano due Pontefici (rectius che il Papa “ufficiale” sia affiancato dal Papa “emerito”) ed a tutto quel che ciò possa comportare in tema di chi, effettivamente, incarni oggi l’Autorità.

Alla luce di ciò, occorre aver coscienza che il cuore della Liturgia non è nelle omelie (rispetto alle quali, ormai, è a volte meglio tapparsi le orecchie) né negli aspetti cerimoniali (ormai in via di decadimento, da una parte, di sclerotizzazione, dall’altra) bensì nell’unico vero atto rituale che conta: la Consacrazione eucaristica e la partecipazione all’Eucarestia, la cui effettività è garantita dalla regolare ordinazione di chi compie il rito, la quale è sempre legittima a condizione che la trasmissione apostolica (che lega ogni presbitero ordinato direttamente a Gesù Cristo) sia ininterrotta; nonché per il principio dell’ex opere operato, poc’anzi affermato, e della Presenza Reale del Cristo nell’Eucarestia.

Pertanto, su tali basi, non è lecito mettere in discussione l’effettività dei riti e della gerarchia semplicemente in considerazione delle lacune dottrinarie, dolose o colpose, dei suoi rappresentanti; è necessario piuttosto combattere ancor più tenacemente contro ogni errore, confortati dalla promessa per cui “portae inferi non praevalebunt”.

 

  • Il pericolo delle posizioni di Jorge Bergoglio

 

Le posizioni di Jorge Bergoglio sull’immigrazione rappresentano, inoltre una seria minaccia all’integrità del Cattolicesimo. Infatti, l’ingresso indiscriminato e di massa di migliaia di immigrati, provenienti da luoghi con tradizioni del tutto lontane da quella Cattolica, o piuttosto, spesso e volentieri, senza tradizioni, non può che creare un meticciato etnico culturale in cui le radici e le identità sono messe fortemente in discussione. Ogni popolo infatti, tramite la propria tradizione, vive di un patrimonio di riti, miti e simboli, da cui ogni suo appartenente attinge la forza ed i propri punti di riferimento per far fronte alle sfide piccole e grandi della sua vita. Tramite i miti ha dei punti di riferimento etici (che da noi sono gli Exempla dell’epica greco-romana e le vite dei Santi), tramiti i riti partecipa delle influenze spirituali che si trasmettono tramite una determinata forma, tramite i simboli apprende il linguaggio dello Spirito e riceve supporti sicuri per la meditazione.

Al contrario, la propaganda di tale accoglienza di uomini sradicati, non potrà che portare alla perdita di tale patrimonio, in quanto le generazioni che verranno avranno, sempre meno, la possibilità che questo gli venga trasmesso dai propri antenati.

Inoltre, il favorire le unioni tra persone appartenenti a tradizioni diverse (inevitabile conseguenza di tale stato di cose), soprattutto nell’attuale clima di vuoto spirituale, non può che portare, nelle future generazioni, al progressivo oblio delle tradizioni.

D’altronde, ogni tradizione svolge un ruolo sia “verticale”, per i destini spirituali e di salvezza dei propri appartenenti, sia “orizzontale”, ossia come elemento identitario.

Pertanto, annacquarne i precetti in nome del progressismo, per accomodare tutti (ma trasportare la Croce sul Calvario è, per caso, comodo?), rischia di pregiudicare fortemente le possibilità di Salvezza, in quanto tale meta va guadagnata con grande sforzo ed impegno. Contemporaneamente, foraggiare la distruzione dell’identità dei popoli fa venir meno quell’”humus” entro il quale una tradizione possa essere appresa: perché gli insegnamenti, prima che tramite le istituzioni, avvengono tra le mura di casa.

Non sono allora semplicemente, come sembra trasparire nell’articolo (che mal cela una velata polemica all’attuale clima politico “sovranista”), le posizioni sugli immigrati a mettere in discussione l’attuale Pontificato, ma è la crisi senza precedenti che ogni cattolico avverte, nella propria coscienza, come potenzialmente rovinosa per i destini spirituali.

È oltretutto errato affermare, come nell’articolo, che le posizioni sull’accoglienza come espresse da Jorge Bergoglio siano del tutto in linea con i Precetti Evangelici. Innanzitutto perché sono frutto delle posizioni progressiste, del tutto personali di chi le esprime, e poi, per i motivi che seguono.

 

  • Smentire alcuni degli errori dottrinari su cui si fondano tali posizioni

 

Si legge, infatti, nell’articolo che “il Papa ha agito nell’unico modo in cui un Papa avrebbe potuto fare: predicando l’accoglienza e la carità”; tuttavia, è doveroso non denunciare come tali errori derivino da un’errata interpretazione, dolosa o colposa, di determinati passi dei Vangeli.

Il primo è proprio quello sul concetto di Amore, o di Carità, i quali rappresentano due sinonimi. Infatti la prima lettera di Giovanni (4,16) afferma “Deus Caritas est”, ossia “Dio è Amore”. Un Amore che però deve essere inteso non in senso umanitario, bensì tradizionale e virile, quale quello stesso incarnato dal Cristo e da Roma: Amore come sacrificio incondizionato, come azione impersonale, come immolarsi senza chiedere nulla in cambio, per compiere il Giusto, e che può manifestarsi financo al retto utilizzo della forza (di cui l’episodio di Cristo che scaccia i mercanti dal Tempio è quello tra i più emblematici).

Allo stesso tempo, il comandamento dell’Amore verso il prossimo viene attestato in in Matteo 19, in cui Cristo comanda amerai il prossimo tuo come te stesso“, lo si comprende a partire proprio dalla sua definizione ed etimologia latina, quella di proximus, utilizzato come “colui che sta vicino” e che ha lo stesso valore del termine utilizzato nella versione greca del Vangelo: “πλησίον”.

Tale è il Prossimo, non quello su cui si fa molta propaganda: colui che, innanzitutto, condivide un destino con te, e poi, allo stesso modo, colui che ci troviamo innanzi durante la nostra vita, da intendere sempre come un’opportunità data dalla Provvidenza, perché l’uomo della Tradizione non crede nel caso, come fa l’uomo moderno.

Inoltre, sempre nello stesso passo, tale comandamento è secondo solamente a quello per cui “amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”, aprendo a dei temi di Metasfisica pura che, però, non è qui il caso di approfondire.

A sostegno delle proprie tesi, l’autore di questo articolo riporta il seguente passo evangelico “Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi“ (Mt 25, 31-46); ma probabilmente a sproposito.

È infatti dimostrato dalle cronache quotidiane che l’accoglienza indiscriminata non porta ad altro che a sfruttamento (dagli abusi perpetrati dagli scafisti, al caporalato ed alla prostituzione) e disequilibri sociali.

L’accoglienza del lontano, del generico, del non individuato, non impegna quanto il prendersi cura del vero prossimo; quello che, per ciascuno di noi, è innanzitutto l’amico in difficoltà, il parente solo o che ha bisogno di cure, quella persona che, risaputamente, nel quartiere ha bisogno di aiuto. Ma anche il militante, il camerata che sta a fianco a noi, che ha bisogno di un aiuto, materiale o spirituale. Tale è il prossimo che veramente impegna ed impone gesti concreti. Al contrario, un “prossimo” lontano (contraddizione in termini), che viene da lontano, è disimpegnante, è l’impegno che disimpegna della sinistra radical-chic, che così, tra un aborto ed un eutanasia, può sentire in pace il proprio cuore.

La Carità concreta è altro: un estremo atto d’Amore che può passare sia per la benevolenza, sia per il duro rimprovero; non lo svuotarsi le tasche ad un semaforo o il bofonchiare il tanto di moda #restiamoumani.

Infine, ciò che stupisce è che tali prediche sono sempre rivolte ai singoli fedeli, mentre i veri responsabili dei flussi migratori sono i soggetti del liberismo, per cui l’uomo è monetizzabile, nei confronti dei quali, Jorge Bergoglio, non ha mai proferito parola.
Per tale motivo, a potersi prendere veramente cura di tali persone che vengono dalle zone povere del mondo dovrebbero essere tutti i grandi soggetti, pubblici e privati, che operano nella politica e nell’economia internazionale. Tali, investendo e creando ricchezza in zone depresse, diffondendo cure e farmaci, intervenendo militarmente laddove necessario, veramente potrebbero sfamare, dissetare, vestire e curare tali persone; senza obbligarli a subire il dramma della separazione dalla propria terra e dai propri cari.

Di “diritto a non emigrare”, però, parlava Benedetto XVI.