Manuale pratico di propaganda di regime contro Assad

Uno degli aspetti più singolari di quest’epoca è la diffusa convinzione che la tecnologia e l’immediata accessibilità alle notizie ci rendano più liberi, laddove sono invece da sempre degli efficaci strumenti di propaganda, anche molto sottile, e di controllo.
Il video che vi proponiamo oggi ne è un esempio lampante. Si tratta di un frammento della serie tv “Home” in onda su Channel 4 nel Regno Unito. Sami è un profugo siriano, padre di famiglia, intento a raccontare a una classe di studenti annoiati i motivi per cui ha lasciato con i suoi cari il suo paese. Guardate con attenzione:

https://www.facebook.com/watch/?v=961342514212380  

L’inizio non è dei più promettenti: Sami sintetizza in maniera dozzinale e approssimativa la situazione geopolitica siriana. La vergognosa qualifica di Assad come “dittatore” ovviamente è data per postulata. Attendiamo da anni qualcuno che ci spieghi esattamente perché Bashar Al-Assad sarebbe un tiranno, ma neanche Sami, purtroppo, ci è stato d’aiuto. Pazienza. Il racconto prosegue sulla stessa linea: i ribelli combattono perché “odiano Assad” (non di certo perché finanziati da paesi stranieri, suvvia!) e combattono anche Daesh (ah sì?), sui cui orrori il panciuto Sami non si sofferma neanche un secondo. Ma vabbè, sarà il suo inglese scolastico a non consentirglielo…
Finita la discettazione, un bambino chiede scocciato: “Ma perché non torni in Siria a combattere? Fai l’uomo!“.
Al che, Sami cuor di leone inscena con il consenso della classe una specie di scherzo di cattivo gusto ai danni del malcapitato. Lo infastidisce arruffandogli i capelli e leggendo ad alta voce i messaggi dal suo cellulare. Il ragazzino, sull’orlo del pianto, minaccia di andare dal preside, ma ecco che Sami lo incalza: “Non fai l’uomo? Scappi anziché restare a combattere? E’ proprio così in Siria. Ecco perché non posso restare e combattere.” 
Pace fatta, torna il sorriso e la classe (e lo spettatore in poltrona) applaude convinta: giusto scappare, sbagliato restare a combattere.
Bello tutto, ma non c’è nessun argomento a sostegno di quanto raccontato dal rifugiato. Solo sentimentalismo. E non è un caso: “la pancia” è l’arma più forte per indottrinare gli analfabeti funzionali (quelli veri!). 
Ma non è finita qui: nella scena successiva, vediamo il buon Sami affrontare di petto un uomo, con cui probabilmente aveva avuto una discussione in precedenza, attaccandolo in una sorta di resa dei conti: “Ti do fastidio non perché sono diverso, ma perché sono come te: non ero un poveraccio, avevo anche una piscina. Io ho avuto la fortuna di potermi permettere di emigrare, gli altri no. Non puoi sapere come è per loro stare in Siria, quindi non puoi parlare“. Insomma, da questa scenetta – che ricorda i film americani per adolescenti in cui il bullizzato finiva poi per umiliare verbalmente il bullo, tecnica narrativa evidentemente efficace per far simpatizzare il pubblico con il primo – qual è il messaggio che ne esce? Ma ovvio: scappare dalla Siria e dal cattivo Assad è giusto, e, se 1+1=2, i paesi occidentali, così fortunati da essere “liberi”, hanno il dovere di accoglierli.
La morale immigrazionista della favola è chiara. Ora, pensi che il nostro sia complottismo? Prego, leggi i commenti sotto il video: gente che si dichiara commossa, scossa come da una catarsi che gli ha fatto realizzare, “oh, come siamo egoisti verso queste povere persone che scappano dal malvagio Assad“. Pecore che schiacciano emozionate il tasto like, ignare di essere carne da macello in un esperimento sociale di controllo dell’opinione delle masse. 
Come argomentavamo in un nostro articolo qualche tempo fa, non è affatto casuale che questo tipo di trasmissioni siano avanguardia di tutta una serie di tematiche: basti pensare alle scene gay date in pasto alla famosa “casalinga di Voghera” su Rai1 in prima serata. Allo stesso modo, battendo il tasto del sentimentalismo, si trasmette anche una verità politica, inculcandola nell’ignaro fruitore in poltrona.
Ma c’è anche altro da dire: questo video non contiene solo la lagna anti-Assad. Ha in seno un altro messaggio: è la difesa del borghese che reclama il diritto di fare il borghese. Stare in pace, per poter lavorare, produrre, consumare, e infine crepare. Addirittura viene caldeggiata una specie di empatia, nella conversazione finale, tra borghesi dei diversi paesi. Nessuno spazio per l’alternativa, quella più difficile. Quella dei ragazzi che sono rimasti a combattere per la loro Patria (per quanto questa parola per il donabbondio Sami possa contare), le donne che sono rimaste, cercando di proteggere e crescere i propri figli nonostante le bombe, nella terra dei loro avi, dei religiosi che difendono un crocefisso o una moschea dalle orde di Daesh. Non una parola, non un film su di loro. Gli unici a portarsi sulle spalle il peso di una guerra in corso dal 2011, ma che, seppur privi del caldo di un letto o della spensieratezza del tempo di pace, stanno dando un senso vero, più alto alla loro vita.
Speriamo che questa piccola analisi contribuisca a far mantenere gli occhi aperti e a non abbassare la guardia, di fronte alla squallida e subdola propaganda di un regime che, se talvolta, come di recente, applica la censura, molto più spesso opera con la mistificazione e la menzogna.