Pagare in contante è educativo

(a cura della Comunità Militante Raido)
Si discute tanto dei pagamenti in contante: da molti amici del “progresso”, il pagamento in contante viene visto come un’usanza retrograda, un retaggio del passato, una sorta di superstizione folkloristica.
A ciò si aggiunge, sempre secondo i progressisti, che il pagamento in contante sia causa dell’evasione fiscale. O, quantomeno, eliminando il contante si potrebbe ridurre sensibilmente l’evasione fiscale.
Eh già, perché i nostri governanti non riescono a bloccare l’evasione fiscale, non trovano modo per e-ducare l’italiano a rispettare la contribuzione ai conti pubblici e, allora, che fanno? Beh, se la prendono con chi paga con la banconota.
Ma cerchiamo di vederci chiaro.
In primo luogo, non fa certo onore ai governanti dover accettare la sconfitta di fronte all’evasione fiscale. Infatti, per doverla combattere, sono costretti a introdurre una misura che colpisce l’autonomia e la libertà, nonché la riservatezza e il privato, dei singoli cittadini, soprattutto quelli onesti. I quali, pagando tutto quel che devono, vivono come una restrizione di autonomia l’obbligo di pagare con una carta elettronica.
Seconda cosa, ben più importante, il contante è educativo. E se lo tolgono, il motivo va oltre la lotta all’evasione. Infatti, da che mondo è mondo, quel che fai determina un effetto sulla tua persona: compi una buona azione e ciò ti nobilita; commetti un crimine e ciò ti degrada. Funziona così. E anche il pagamento in contante ha un suo senso, il gesto stesso ha un suo senso.
Ai tempi del baratto, per intenderci, quando dovevo privarmi di una gallina per avere una cassetta di frutta e un sacco di legumi, avevo la percezione esatta e immediata di ciò che prendevo e di ciò di cui mi privavo. La gallina che scambiavo aveva un valore poiché frutto del mio impegno quotidiano nell’accudirla e proteggerla. Vedevo così, con quello scambio, il mio lavoro quotidiano espresso in un vantaggio concreto e in una forza acquisita sul mercato. E ciò era molto educativo, perché mi insegnava il valore dell’impegno quotidiano, della cura delle proprie risorse e conferiva una certa gravitas allo scambio che andavo a compiere, evitando leggerezze e sprechi: il sudore della pulizia del pollaio e la costanza nel nutrimento dell’animale me le ricordavo bene al momento di dar via la gallina per prendere il sacco di legumi e la cassetta di frutti.
Poi arrivò il contante, sterco del demonio, certamente, ma quantomeno “simbolicamente” oggetto rappresentativo fisico e tangibile del valore del lavoro: sapevo che ogni moneta e banconota provenivano anch’essi dal mio sforzo di tutti i giorni. E quando lo scambiavo per una dozzina di uova, mi privavo fisicamente di quella banconota, non l’avevo più nel portafoglio e ciò – sotto un profilo psicologico – mi educava, perché comprendevo l’importanza dell’acquisto e della compravendita. Infatti, mi privavo del frutto sudato di lavoro compiuto, per un bene di prima necessità. Ed ero attento a non sprecare quelle uova, ero attento a che fossero buone e sane e mi impegnavo all’acquisto al miglior prezzo.
Poi arrivarono le carte, che smaterializzano la contropartita. Infatti, seppur fisicamente presenti nelle tue mani e nel tuo portafoglio, le carte non ti danno il senso di quel che hai. Infatti, le inserisci in una macchinetta e ti dicono che “hai pagato“. Le infili nel bancomat e te le restituiscono assieme a denaro contante. E questo è un passaggio che, sotto un profilo psicologico, non va banalizzato: al di là della capienza del conto corrente, l’uomo che va al bancomat e ritira denaro mette una carta nel buco e la carta gli torna indietro con una ricchezza che prima non aveva. L’uomo che paga con la carta bancomat, di fatto, consegna una carta che poi gli viene restituita con il paio di scarpe acquistato. Certo, sappiamo tutti che quella ricchezza c’è sempre stata, ma non si può sottovalutare che questo è un meccanismo diabolico, che deresponsabilizza l’uomo, perché elimina completamente il concetto di “privazione”: infatti, non vedi immediatamente il tuo conto corrente ridursi, non ti rendi conto immediatamente (come nel caso del baratto, per intenderci) della “ricchezza” di cui ti privi, ti sembra che quella carta ti dia possibilità infinite e la usi, magari con negligenza e sufficienza.
Per non parlare della carta di credito, che puoi usare anche quando nel tuo conto corrente quel denaro che stai spendendo non c’è: è la banca amica che te lo presta. Poi glielo ridai a fine mese. 
E il disegno è chiaro: controllarti, da una parte, avendo traccia di tutto ciò che spendi; dall’altra parte, farti spendere il più possibile, far girare i tuoi soldi e riempirti di cose che – spesso – non ti servono. Strisci e via… Tutto molto smart. Tutto molto bello, molto moderno, per gli amici del progresso. Ma bisogna essere davvero avvolti dal torpore per non capire dove questa parabola ci stia portando. In un futuro senza quell’ingombrante contante, dove, con un click, “qualcuno” quella carta te la bloccherà. E allora non avrai soldi neanche più per l’acqua. Sarai nelle loro mani.
Infatti, a ben vedere, non è finita qua: è già realtà il prelievo cardless, mediante il quale ti rechi di fronte allo sportello bancomat e solo con il tuo telefono cellulare prelevi il denaro. Nemmeno più la carta, nemmeno più quell’elemento fisico, tangibile e materiale che, anche se molto lontanamente, ti ricorda quel famoso “scambio”, quel “controvalore”. Vai al bancomat, chiedi soldi, lui te li da e poi li spendi. Vai, chiedi, ricevi e spendi.
Un po’ come si faceva con la nonna? Però poi lei i soldi non te li chiedeva indietro. La banca invece ti morde le caviglie…