Bando agli alibi: siamo realisti ed esigiamo l’impossibile.

Indicazioni per un movimento d’azione tradizionale

  1. «Se i Romani sono stati dei realisti essi non sono mai stati dei materialisti» (1). Così Pietro de Francisci definiva uno dei primi caratteri fondamentali della civiltà romana: lo «stile».
    D’altronde, è proprio in base alla partecipazione a uno «stile» che un uomo può considerarsi appartenere a uno schieramento politico tradizionale, tanto che di lui, a prima vista, possa dirsi: «È uno che agisce come un uomo del movimento» (2).
    Se lo stile è innanzitutto disciplina, in quanto adattamento e conformazione della condotta umana a una visione trascendente e spirituale dell’esistenza, dov’è il giusto equilibrio tra realismo strategico e disciplinamento dell’anima in seno a un movimento politico d’azione tradizionale?
    Gli alibi e le giustificazioni sono lì, dietro l’angolo, pronte a prendere il sopravvento: il rischio che l’azione possa impantanarsi perché considerata irrealizzabile in quanto irrealistica porta con sé il concreto pericolo, ancor più grave, di vanificare il superamento di una sterile visione materialistica dell’azione.
  1. Chiariamo subito che i tre pilastri su cui un movimento politico d’ispirazione tradizionale dovrebbe fondarsi sono necessariamente: 1) un fuoco da custodire; 2) uno sforzo disindividualizzante cui tentare di conformare l’azione svolta; 3) un’organica elaborazione della propria strategia. «Dietro questi punti, i quali hanno un loro riscontro analogico nella triade spirito, anima, corpo, c’è sintetizzato tutto il mondo della Tradizione» (3).
    È necessario infatti che un movimento politico per essere d’ispirazione tradizionale debba premettere all’azione svolta dal gruppo questo «sforzo disindividualizzante»: ciò significa che l’azione condotta dai singoli militanti del movimento debba necessariamente essere votata all’impersonalità, al disinteresse per i frutti buoni o cattivi dell’azione intrapresa, al distacco dall’esito positivo o negativo del proprio operare.
    «Azione disindividualizzante» vuole dire agire al di là e a prescindere dall’individualismo, dalla tirannia dell’«io», dai pruriti dell’«ego», attorno al quale l’Avversario ha tessuto indisturbato la sua tela.
    Se il motore del mondo moderno non è nient’altro che l’individualismo, l’azione tradizionale deve essere svincolata dalle velleità dei singoli individui, deve emanciparsi dai bisogni psicologici degli attivisti, deve superare lo schema infantile del ‘mi piace’ e ‘non mi piace’, oltre che – ça va sans dire – del ‘mi va’ e ‘non mi va’.
    In un mondo dominato dalla legge del profitto, dall’utile e dall’interesse individuale, l’azione tradizionale, in quanto dono disinteressato, è un vero e proprio atto rivoluzionario. Donarsi significa «gettare il cuore oltre l’ostacolo», non accettare di conservarsi ma mettersi in gioco, sfidare le proprie possibilità ai limiti dell’impossibile, non fare l’avaro ma il giocatore, non calcolare le perdite ma ignorare gli utili, non rincorrere il probabile ma pretendere l’impossibile. Il militante della Tradizione predilige alla stasi delle statistiche il dinamismo della dinamite.
    Solo un’azione che non rincorra spasmodicamente l’appagamento dell’«ego» sarà un’«azione» tradizionale e non una «agitazione» antitradizionale.
  1. A tutto questo, che corrisponde al profilo essenziale del «come fare», un movimento d’azione tradizionale deve affiancare il profilo sostanziale del «cosa fare»: perché se è vero che un movimento di questo calibro deve anteporre il «come si fa» al «cosa si fa», così come l’essenza precede la sostanza, l’azione tradizionale non può prescindere da una strutturata e organica strategia operativa del «cosa fare».
    Per cui, ogni azione disindividualizzante esiste se, e solo se, è anche ponderata e realizzata sulla base di un progetto e di una strategia, fondati sul modello dell’Unità Operante. «Non cittadelle avulse dalla realtà, ma centri attivi e penetranti, segni vivi della Tradizione che si è destata» (4).
    Se l’azione interessata rischia di scadere nell’inutile agitazione, un’iniziativa senza strategia tenderà inesorabilmente a essere preda di facili entusiasmi, della volatile estemporaneità e della vana superficialità.
    Al bando i ‘sogni militanti’, dunque, meri fuochi di paglia tristemente destinati a spegnersi nottetempo. Solo il ‘progetto militante’ può guidare l’azione tradizionale. Il ‘sogno militante’ è un fuoco fatuo privo di realismo.
    Affinché l’azione tradizionale sia tale è anche necessario avere piena coscienza delle energie e dei mezzi a disposizione. Qualora non si considerasse la natura e le capacità dei membri dell’Unità Operante, il gruppo umano che se ne facesse promotore rischierebbe di affannarsi in progetti utopici e inconcludenti. L’azione tradizionale sarà efficace, se il dono disinteressato, l’impeto, l’audacia e l’abnegazione dello spirito di milizia, saranno preceduti dalla ponderata valutazione, dalla saggia considerazione e dalle pacate riflessioni del comandante che, prima di intraprendere una battaglia, tiene conto del campo d’azione e delle forze a disposizione. Così come prima della furia della tempesta nel fitto bosco domina tra le selve un assoluto e surreale silenzio, anche prima dell’azione animata dal furore senza interesse deve albergare nella mente e nell’anima dell’uomo di milizia soltanto una stabile calma silenziosa e una profonda lucidità interiore che progetta l’azione e definisce la strategia (5).
  1. Se si cerca sul web la paternità dell’ormai tanto famoso slogan degli anni sessanta «siamo realisti, esigiamo l’impossibile», se ne trovano di tutti i colori: dalle magliette rosse di Che Guevara fino agli articoli bluette dell’Avvenire così intitolati.
    A nostro avviso in questo motto così suggestivo e travolgente risiede un valido spunto utile a trovare il giusto equilibrio fra la tendenza all’impossibile dell’azione disindividualizzante e il ponderato realismo della strategia operativa.
    Ogni equilibrio è frutto di una sintesi e di un’unità raggiungibili solo se le parti da coordinare gravitano ordinate attorno a un centro permanente.
    Questo «centro di gravità permanente» per l’azione tradizionale non può essere altro che la Tradizione, rappresentata, nella triade ‘spirito, anima, corpo’, dallo spirito e, in quella ‘fuoco, azione disindividualizzante, strategia operativa’, dal fuoco.
    È nel fuoco, che il movimento politico tradizionale custodisce, che risiede la sintesi capace di superare gli alibi e le giustificazioni: nessun’azione s’impantanerà né abortirà se sarà alimentata dal fuoco custodito interiormente che nel centro dell’essere di ciascun uomo di milizia si fa veicolo di trasfigurazione profonda.
    Il fuoco rappresenta il più vero e profondo dinamismo tradizionale, cioè il lavoro efficace che l’uomo deve compiere nel proprio cuore purificandolo da tutte le scorie che lo immobilizzano. La materia lignea perde la sua staticità solo quando viene arsa dalla dinamicità delle fiamme (6).
    È solo grazie al fuoco che custodiamo interiormente se la «fissità» del realismo, che la strategia operativa comporta, potrà fondersi e sublimarsi con il «dinamismo» dell’impossibile, cui tende l’azione disindividualizzante.

E allora: sì, possiamo essere realisti solo perché esigiamo l’impossibile. Altrimenti saremmo degli squallidi e piatti materialisti. 

 


(1) P. de Francisci, Civiltà romana, Roma 1939, Istituto nazionale di cultura fascista, p. 24.
(2) J. Evola, Orientamenti, Catania 2008, Il Cinabro, p. 31.
(3) G. Alì, Risposta alle lettere a Heliodromos, in Heliodromos 7, 1979.
(4) G. Alì, Indirizzi per l’azione tradizionale, Roma 2017, CinabroEdizioni, pp. 36-37.
(5) Cfr. Comunità Militante Raido, Il metodo di formazione, in G. Alì, Indirizzi per l’azione tradizionale, Roma 2017, CinabroEdizioni, pp. 137 e ss.
(6) Cfr. G. De Giorgio, La Tradizione romana, Roma 1989, Edizioni Mediterranee, pp. 51 e ss. e 246 e s.