Vincere la paura con la realtà virtuale? Bella cavolata.

Il virtuale comprime e toglie senso alla realtà. Per dematerializzare il colore verde serve
una serie binaria quasi infinita. Il web, invece, è finito, ha bisogno di comprimere.
Al colore Verde si eliminano molti 0 e 1, diventa altro, si impoverisce. Così accade anche per la musica, le voci, la realtà si impoverisce e perde potenza.
Pensare di ‘curare’ l’uomo reale – carne, anima e spirito – in un mondo virtuale è qualcosa di crudele e pericoloso, roba da romanzo distopico di terzo livello.
Far prendere all’uomo coscienza di sé attraverso una simulazione è abominevole. È abominevole una società che delega la conoscenza del mondo a un algoritmo, che teme la realtà perché non ha più gli strumenti per comprenderla.
È vigliacco l’uomo che crede di vincere le proprie paure e superare le proprie debolezze fuori dal reale. Con un software che ti regala una falsa realtà.

(tratto da it.mashable.com) – Così la realtà virtuale può aiutare a superare fobie, ansie e pregiudizi

Visore, auricolari, sensori di movimento, grafica accattivante e task da completare: no, non è l’equipaggiamento in dotazione di un videogioco di ultima generazione, ma un esperimento scientifico che utilizza la Realtà Virtuale immersiva. L’intrinseca proprietà della RV, ovvero la possibilità di creare un mondo illusorio, incarnando i panni di un personaggio virtuale, permette ai ricercatori di compiere esperimenti in cui i soggetti si ‘calano’ completamente nel ruolo richiesto. Sostituendo il corpo reale con quello virtuale, e tanto da ‘provarne’ le sensazioni (l’ho vissuto sulla mia pelle con questo esperimento).

L’illusione di ‘indossare’ un altro corpo è talmente forte da provocare le stesse reazioni fisiologiche che si avrebbero in un contesto reale. Ecco perché nella ricerca scientifica, in particolare nelle neuroscienze, la realtà virtuale ha numerosi vantaggi, ci racconta Gaetano Tieri, ricercatore presso l’Università Telematica Unitelma Sapienza e IRCCS Fondazione Santa Lucia. Assieme a lui ho fatto un ‘tour’ tra gli esperimenti dell’Aglioti Lab, che grazie alla RV indagano le risposte neurali a situazioni che nella realtà non sarebbero replicabili.

Tra le varie applicazioni di questo tipo di tecnologia, è ampiamente indagato il campo della riabilitazione motoria. Ma la sua utilità arriva anche a settori di ricerca che sconfinano nel sociale. Fobie, ansie, pregiudizi: grazie alla RV le neuroscienze indagano le reazioni del cervello a situazioni e contesti che provocano disagio o scatenano paure. Spalancando le porte a percorsi di guarigione e/o cambiamento.

Percezione di sé

Abbiamo detto che attraverso la RV si può ‘sostituire’ il proprio corpo con uno virtuale. E modificarlo a seconda del proprio scopo. Ecco quindi che una delle applicazioni più interessanti riguarda gli studi sui disturbi alimentari (attualmente in corso): attraverso la realtà virtuale il corpo del soggetto può diventare più grasso, più magro, aumentare la pancia a dismisura. E approfondire così il tema della sua stessa percezione dello stesso.

Fobie e ansie sociali

Tante le possibili applicazioni della realtà virtuale agli studi e alla cura delle fobie. Un soggetto fobico può infatti calarsi nel contesto che più lo terrorizza pur avendo la sicurezza di non trovarcisi realmente. Immaginate per esempio un agorafobico che si trova in uno spazio aperto (illusorio).

Una persona che prova panico all’idea di volare, ma può salire su un aereo virtuale. Ancora, si può calare il soggetto un contesto che gli crea ansie sociali, come parlare in pubblico: la RV è stata usata per ricreare, ad esempio, la presenza di una platea. O addirittura di una folla oceanica, perché con la realtà virtuale è facile diventare, per esempio, Lenin che arringa le masse. In tutte queste situazioni i ricercatori possono monitorare le reazioni neurali e fisiologiche senza sottoporre i soggetti a torture nella vita reale.

Risposte al contatto

Altro curioso campo di applicazione è quello che indaga le risposte al contatto fisico. Ovvero, come reagiamo quando veniamo toccati in diverse parti del corpo. Immaginate di essere in un corpo virtuale, e di osservare un avatar che si china ad accarezzarci le ginocchia, i piedi, la faccia, la zona pelvica.

A che punto questo contatto diventa off limits? Quando infastidisce, e quando dà piacere? Ma soprattutto, cosa cambia se lo fa un uomo, una donna, omo, etero, oppure una persona bianca o una nera? Studi interessanti (attualmente in corso) sia dal punto di vista neurologico che da quello dell’implicazione sociale: considerate, per esempio, il tema delle molestie, dei limiti da non superare e della percezione degli stessi. O ancora, immaginate l’applicazione al contesto dei pregiudizi e dei bias razziali. La grande ‘mappatura’ del tocco intimo e sociale che stanno realizzando i ricercatori può fornire utilissimi dati in questi contesti.

Pregiudizi

A proposito di bias razziale, la realtà virtuale permette anche di compiere studi sui pregiudizi legati al colore della pelle. Secondo uno studio si finisce immediatamente per ridurre i propri pregiudizi se ci si immedesima nel corpo di una persona nera. Magari non sarà la ‘cura’ al razzismo, ma di sicuro può costituire un bel passo in avanti nella comprensione dei suoi meccanismi e nelle possibili soluzioni per sconfiggerlo.