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Gli studi di genere? “Ci siamo inventati tutto…”

Gli “studi di genere“? Solo fuffa, elucubrazioni e ideologia.
A riconoscerlo è stato uno dei “paladini” del Gender, Christopher Dummit: “A mia difesa, non ero il solo. Tutti inventavano, e lo fanno ancora. È così che funziona nell’ambito degli studi di genere. Ma non è un granché come difesa“.

Qui, tutte le informazioni sull’invenzione degli studi sul gender, nell’articolo anche riportato di seguito e tratto da www.sabinopaciolla.com, che ringraziamo per il contributo.

Dummitt: Studi di genere? Mi spiace, mi sono inventato tutto e vi spiego perché.

“Per ribadire: il problema era, e rimane, che mi stavo inventando tutto. Quello che presentavo era un tirare ad indovinare in maniera erudita. Si trattava di ipotesi. Forse avevo ragione. Ma né io né nessun altro ha mai pensato di verificare quanto scrivessi. (…). Sia le mie argomentazioni fallaci, che altri studi che presentano gli stessi difetti di ragionamento, vengono ora branditi dagli attivisti e dai governi per legiferare su un nuovo codice morale e di condotta. Una cosa era quando io andavo a bere con i miei compagni specializzandi e disputavamo all’interno dell’insignificante mondo del nostro proprio ego. Ma ora c’è molto di più in ballo”. 

Ecco, tanta legislazione oppressiva è nata in un bar, magari attorno ad una birra, e a tanto tanto ego. Ed ora, Christopher Dummitt, l’ideologo degli studi di genere, si scusa. Verrebbe da dire meglio tardi che mai. Ma intanto…

Christopher Dummitts spiega come è nato il suo lavoro in questo articolo pubblicato su Quillette, e per noi tradotto da Francesco Santoni, che ringraziamo. 

Se vent’anni fa avessi saputo che nella guerra ideologica su gender e sesso, la mia fazione avrebbe vinto in modo così schiacciante, ne sarei stato entusiasta. Al quel tempo passavo molte serate nei pub o alle cene a discutere di gender e di identità con altri specializzandi; o, in realtà, con chiunque mi avesse prestato ascolto – mia suocera, i miei parenti, o anche soltanto qualsiasi persona a caso abbastanza sfortunata da capitare in mia presenza. Insistevo su come il sesso non esistesse proprio. E lo sapevo, semplicemente lo sapevo. Perché io ero uno storico del gender (genere).

Era esattamente ciò che si doveva essere nei dipartimenti di storia del Nordamerica negli anni ’90. La storia del gender – e i gender studies (studi di genere) in generale nell’ambito accademico – faceva parte di una più ampia categoria di sotto-discipline incentrate sull’identità che stavano prendendo piede in campo umanistico. I dipartimenti di storia per tutto il continente subirono una mutazione. Quando la American Historical Association fece un’indagine su quali fossero i settori di specializzazione più frequentati nel 2007, e successivamente ancora nel 2015, il campo relativamente più studiato era storia delle donne e di genere. E questo era a pari merito con storia sociale, storia culturale, e storia della razza e della sessualità. Con ognuno di questi campi io condividevo la mia concezione del mondo, quella secondo cui ogni identità non sarebbe stata altro che una costruzione sociale. E che l’identità, in fin dei conti, non fosse altro che una questione di potere.

All’epoca erano ben pochi quelli in disaccordo con me. Quasi nessuno di coloro che non avessero subito l’influsso di tali teorie all’università, sarebbe riuscito a credere che il sesso fosse interamente una costruzione sociale, perché una tale concezione era contraria al buon senso. Ed è precisamente ciò che rende sorprendente la svolta culturale che su tale questione è avvenuta così rapidamente. Le persone ragionevoli potrebbero prontamente ammettere come alcune – se non molte – identità di genere siano socialmente costruite, ma questo vuol dire davvero che il sesso non conti nulla? Il genere si fonda solo sulla cultura? Sì, insisterei io. E allora avrei insistito anche di più. Nessuno è più sicuro di sé di uno studente specializzando con la sua preziosa breve esperienza di vita, e con una grande idea.

Ed ora la mia grande idea è ovunque. Essa emerge particolarmente nelle discussioni sui diritti dei transessuali, e sulle regole riguardanti gli atleti transessuali nello sport. Essa è inscritta in leggi che minacciano ripercussioni per tutti coloro che sostengono che il sesso costituisca una realtà biologica. Una tale affermazione, per molti attivisti, equivale ad un discorso d’odio (hate speech). Se uno assumesse la stessa posizione che assumevano tanti dei miei critici negli anni ’90 – quella secondo cui il genere sarebbe almeno in parte fondato sul sesso, e che ci siano in realtà due sessi (maschio e femmina), come i biologi hanno sempre saputo sin dagli albori della loro disciplina – gli ultra-progressisti gli contesterebbero di star negando l’identità delle persone transessuali, che sarebbe come auspicare un danno ontologico ad altri esseri umani.

Sono sicuro che non ci sia bisogno di stare spiegare ai lettori di Quillette tutte le modalità attraverso le quali la logica costruttivista ha pervaso la nostra cultura. Ma ciò che posso offrire è un mea culpa per il ruolo che ho avuto in tutto ciò, ed una critica dettagliata del perché mi sbagliavo allora, e perché i costruttivisti sociali radicali si sbagliano oggi. Un tempo io usavo gli stessi argomenti che loro usano oggi, e sono dunque consapevole di quanto si sbaglino.

Ho la mia tessera di piena adesione al costruttivismo sociale. Ho terminato il mio dottorato in storia di genere e pubblicato il mio primo libro sull’argomento, The Manly Modern: Masculinity in Postwar Canada[1]nel lontano 2007. Il titolo promette più di quanto mantiene; si tratta in realtà di cinque casi di studio di metà ventesimo secolo, tutti situati a Vancouver, dove ci fu un pubblico dibattito sugli aspetti “mascolini” della società. Gli esempi che portai riguardavano la cultura automobilistica, l’omicidio aggravato, un gruppo alpinistico, un terribile incidente su un luogo di lavoro (il cedimento di un ponte), ed una commissione regia sul trattamento di un gruppo di soldati veterani. Non scenderò nei dettagli, ma mi vergogno per alcuni dei contenuti, in particolar modo quelli riguardanti i due ultimi esempi.

Il libro non vinse alcun premio, ma sembra sia diventato uno di quei libri che gli studiosi occasionalmente citano ogniqualvolta vogliano scrivere riguardo alla storia della mascolinità. Guarda, diranno, qualcun altro ha già trattato l’argomento nel 2007, quel collega Canadese, Dummitt. (Google Scholar mi informa che a luglio 2019 era stato citato 112 volte. Non è molto, ma la storia del Canada è un settore ristretto ed il numero di citazioni è solitamente basso per chiunque). Attualmente la mascolinità, specie nella sua variante “tossica”, è un tema caldo. Ma al tempo, in Canda, di libri sulla mascolinità ce n’erano pochi, e così il mio ottenne la sua buona dose di attenzione.

Pubblicai anche un articolo derivato dalla mia tesi per la specializzazione, il quale probabilmente ebbe una diffusione più ampia rispetto ai miei lavori di ricerca. Si trattava di un articolo scherzoso dal titolo Finding a Place for Father: Selling the Barbecue in Postwar Canada[2], che indagava il legame tra gli uomini e l’uso del barbecue nel Canada degli anni ’40 e ’50. (Sì, è questo il genere di cose di cui si occupano gli accademici). Pubblicato per la prima volta nel 1998, è stato ripubblicato svariate volte all’interno di libri di testo per studenti dei corsi di laurea triennale. Un gran numero di giovani studenti universitari, ai loro primi studi sulla storia del Canada, è stato costretto a leggere quell’articolo per apprendere qualcosa riguardo alla storia di genere, e alla costruzione sociale del genere.

Il problema è che io mi sbagliavo. O, per essere un po’ più precisi, sostenevo in parte cose corrette. Ma poi, per il resto, avevo praticamente inventato.

A mia difesa, non ero il solo. Tutti inventavano, e lo fanno ancora. È così che funziona nell’ambito degli studi di genere. Ma non è un granché come difesa. Avrei dovuto avere più giudizio. In realtà, se dovessi psicanalizzarmi retrospettivamente, direi che all’epoca ne fossi ben cosciente. Ed è per proprio per questo che ero tanto rabbioso e risoluto su quanto credevo di sapere. Era per nascondere il fatto che, di base, non avevo prove per una parte delle cose che andavo dicendo. E così mi aggrappavo con forza ai miei argomenti, e stigmatizzavo i punti di vista alternativi. Intellettualmente parlando, non è una bella cosa. Ed è per questo che è così sconfortante vedere come le concezioni che difendevo con tanto fervore – e senza alcun fondamento – siano ora accettate da così tante persone nella società.

La mia metodologia funzionava come segue. Primo, puntualizzavo che, in quanto storico, ero a conoscenza

Ed infine avevo i miei esempi preferiti, rielaborati in forma di concisi aneddoti che potevo usare a lezione o in conversazione – ad esempio Luigi XIV in quella che definivo la sua posa virile dei polpacci (Figura 1), che nel 1600 sarà pure stata considerata il vertice della mascolinità, ma che oggi sembra piuttosto effeminata. Oppure discutevo dell’azzurro e del rosa, riportando citazioni degli anni ’20 che dimostravano come la gente dicesse ai ragazzini di indossare il rosa, in quanto colore focoso e concreto, e alle ragazzine di indossare l’azzurro, in quanto arioso e celestiale. Con questi suscitavo una risata e segnavo un punto a mio favore. Quelle che, riguardo al genere, ritenevamo essere verità assolutamente certe, erano in realtà cambiate nel corso del tempo. Il genere non era binario; era mutevole e probabilmente senza limiti.dell’esistenza di una notevole variabilità culturale e storica. Il genere non era stato mai definito allo stesso modo in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Si trattava, come scrivevo in The Manly Modern, «di un insieme di concetti e relazioni storicamente mutevoli che danno senso alle differenze tra uomini e donne». Come si poteva sostenere che l’essere uomo o donna fosse radicato nella biologia, se avevamo le prove di come esso cambiasse nel tempo? Ed in più insistevo su come «non ci siano fondamenti meta-storici della differenza sessuale radicati nella biologia, né in alcun’altra base concreta che esista a priori del suo essere compresa culturalmente».

In secondo luogo sostenevo che ogniqualvolta si incappi in qualcuno che dice come una certa cosa sia da maschi e un’altra da femmine, non si tratti mai soltanto di una faccenda di genere. Ma è sempre, al tempo stesso, una faccenda di potere. Il potere era e rimane tuttora una specie di parola magica in ambito accademico – specialmente per gli specializzandi che leggono Michel Foucault per la prima volta. Si ricordi di come allora eravamo nel bel mezzo di interminabili dibattiti sull’”agentività” (Chi la possiede? Chi no? Quando? Dove?). E così se qualcuno avesse negato che genere e sesso fossero mutevoli, avrebbe in realtà fatto il gioco del potere. Sarebbe stato un difensore dell’oppressione. Vi suona familiare?

Ad esempio nel mio articolo sul perché gli uomini si occupassero del barbecue, sostenevo di sapere come l’avere il controllo della spatola fosse in realtà, più genericamente, una questione di potere. Mi domandavo: «Possiamo considerare il coinvolgimento degli uomini nelle faccende domestiche [fare il barbecue] come un piccolo passo di una progressiva evoluzione?». No, naturalmente no. Al contrario, il modo in cui le persone parlavano degli uomini al barbecue «ridefiniva e riarticolava vecchie distinzioni tra il pubblico ed il privato, e tra la mascolinità e la femminilità». In The Manly Modern ero anche più esplicito: «Il genere è anche una questione di potere […] Riferirsi a due concetti in modo da considerarne uno come mascolino e l’altro come femminile, significa stabilire una gerarchia tra i due». Non si trattava mai soltanto di una descrizione di genere. Le idee riguardanti la mascolinità nel passato erano sempre escogitate «a scopo politico». In particolare sostenevo come le idee che discutevo nel libro, dimostrassero che in passato le persone, descrivendo alcune cose come da maschi ed altre da femmine, «si dessero una spiegazione delle differenze tra uomini e donne, nonché una formidabile giustificazione delle disuguaglianze».

Ed infine, al terzo punto, andavo a cercare nella storia una qualche ragione che spiegasse perché, in un dato momento storico, le persone si riferissero ad una certa cosa come mascolina oppure femminile. La storia è un campo vastissimo, e dunque vi si può sempre trovare qualcosa. Scrivendo degli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, potevo sempre affermare che la gente allora fosse ansiosa di tornare alla normalità dopo il conflitto. Le donne avevano anche prestato servizio militare, ed avevano svolto lavori “da uomini”. E dunque il fulcro delle distinzioni di genere riguardava il ricollocare le donne a casa dopo le attività svolte durante la guerra. Era tutta una questione di controllo e di oppressione.

E naturalmente, alla fine degli anni ’40, la gente era in ansia per questi cambiamenti. Potevo citare le ricerche di altri sull’argomento, e così mostrare – davvero mostrare, pensavo – che il genere fosse un costrutto sociale, e che fosse stato articolato in maniera tale da rimettere le donne al loro posto dopo la seconda guerra mondiale.

Si può così procedere selettivamente con altri dettagli contestuali. Ed è proprio ciò che in effetti facevo nel mio libro. Ero restato affascinato dagli studi sulla modernizzazione della vita alla metà del secolo, e così indicai tutti i modi in cui, negli anni del dopoguerra, le persone collegassero i discorsi sulla modernità con quelli sulla mascolinità. Per essere un lavoro di ricerca esso era, se mi è concesso dire, esposto in maniera decisamente elegante. Il problema è che esso era, in parte, un fallimento dal punto di vista intellettuale.

Ecco dove non mi sbagliavo: la ricerca d’archivio, io credo fosse solida. Ero risalito ai documenti di quel tempo, e così ho potuto ricostruire in che modo la gente parlasse e scrivesse riguardo all’essere un maschio. Ero davvero riuscito a conoscere quell’epoca. È questa la parte meravigliosamente “voyeuristica” dell’essere uno storico, un po’ come scrivere una letteratura di viaggio.

Nella misura in cui mi attenevo ai documenti, e ricostruivo il modo di parlare della gente in passato, ero su un terreno sicuro. Nel gergo degli storici, questo era il “come” della storia. Gli storici considerano certe domande più importanti di altre. Si presuppone che chiunque possa rispondere correttamente al “chi”, “cosa”, “quando” e “dove”. Questi sono i dettagli del passato. Ma come scrisse il grande storico E. H. Carr, questo genere di accuratezza è un dovere, non una virtù. Non è dunque qualcosa che io possa esibire come un vanto.

Ma sorgono allora due ulteriori domande, che sono poi quelle che realmente contano. La prima di esse è il “come”: in che modo ciò è accaduto? Come le persone pensavano in passato? Rispondere a queste domande significa ricostruire gli schemi di pensiero. Non si possono mai ricostruire completamente gli schemi di pensiero degli altri, soprattutto se vivevano in un’altra epoca. Ma per quanto riguarda questo compito, direi di aver passato l’esame a pieni voti.

Ma la domanda più difficile ed importante tra tutte è l’ultima: “perché?”. Perché un certo fatto è accaduto nel modo in cui è accaduto? Nel mio caso la domanda era: perché nel dopoguerra i canadesi discutevano di uomini e donne nel modo in cui ne discutevano?

Io avevo le risposte, ma non le avevo trovate con la mia ricerca sulle fonti primarie. Esse derivavano dalle mie convinzioni ideologiche, sebbene al tempo non le avrei descritte come ideologia. Né lo avrebbero fatto i miei colleghi ricercatori che adottavano lo stesso approccio, e a differenza di me ancora lo adottano: un insieme di credenze preformate integrate nella penombra disciplinare degli studi di genere. Essenzialmente io seguivo la strategia foucaultiana in tre punti esposta più sopra.

La gente parlava degli uomini alla maniera che avevo descritto perché, spiegavo, il genere era una costruzione sociale le cui linee principali potevano essere ricondotte al potere e all’oppressione: i Canadesi avrebbero utilizzato una forma di pensiero caratterizzata da aspetti di genere per dare più potere agli uomini e svantaggiare le donne, e per strutturare una mascolinità che fosse migliore della femminilità.

Riguardo alla più ampia questione se il genere sia un costrutto sociale, non era questa una cosa che io potessi dimostrare. Ma in The Manly Modern, citavo l’eminente storico Joan Scott a questo proposito, e ciò parve sufficiente ad accontentare i revisori. Certamente nel mio libro dimostravo come le persone parlassero utilizzando un linguaggio di genere. Descrivevano alcune cose come più mascoline, ed altre più femminili. Per quanto pure su questo punto potevo permettermi di essere creativo: se non ci si riferiva a qualcosa specificamente come mascolino o femminile, io potevo sempre suggerire che ciò fosse sottinteso. Ad esempio in un capitolo di The Manly Modern, affermavo come gli «ideali del buon guidatore e dell’uomo buono – categorie evidentemente distinte – avessero molte caratteristiche in comune». E sostenevo anche che se i contemporanei non avevano fatto esplicitamente notare questo aspetto, era perché esso era “dato per scontato”. E se ci infilavi dentro delle citazioni ad un altro studioso che diceva la stessa cosa, tutto sembrava aver senso.

Naturalmente sarebbe stato possibile osservare le stesse fonti e trarne spiegazioni alternative perfettamente plausibili. È possibile che i canadesi avessero socialmente costruito l’idea che gli uomini fossero inclini a rischiare? Sì, è plausibile. Ma è plausibile anche che avessero parlato in quel modo degli uomini perché, tipicamente, gli uomini… si assumevano più rischi. Infatti potrebbe semplicemente darsi che sia così che gli uomini sono fatti. In un senso o nell’altro, la mia ricerca non dimostrava alcunché. Io avevo semplicemente presunto che il genere fosse un costrutto sociale, e procedevo su quella base.

Non ho mai affrontato – almeno non seriamente – qualcuno che proponesse spiegazioni alternative. E nessuno, durante tutta la mia specializzazione, né nelle revisioni paritarie, mi ha mai proposto un’alternativa, eccetto che in conversazione, solitamente al di fuori dell’ambito accademico. E così io non sono mai stato costretto a confrontarmi con le spiegazioni alternative ed incentrate sulla biologia, le quali erano plausibili almeno tanto quanto l’ipotesi cui io conferivo un’aria di certezza. La critica di Steven Pinker al costruttivismo sociale, The Blank Slate: The Modern Denial of Human Nature[3], era stata pubblicata nel 2002, prima che io terminassi il mio dottorato e pubblicassi il mio libro. Purtuttavia di essa non avevo mai nemmeno sentito parlare, e nessuno mi aveva mai fatto notare che io dovessi confrontarmi con gli argomenti e le prove in essa esposte. Già questo la dice lunga sul contenitore in cui noi tutti vivevamo chiusi.

Le uniche vere critiche che io ricevetti, erano esortazioni a rafforzare il paradigma, o a battersi per altre identità e a protestare contro altre forme di oppressione. (L’idea secondo cui l’oppressione esistesse assolutamente fondandosi su queste identità intersezionali, era semplicemente presunta, non dimostrata né provata). E così poteva capitare che mi venisse chiesto perché non parlassi di più di classe. O perché passassi così tanto tempo a parlare degli uomini e non delle donne. Seppure stessi decostruendo la mascolinità e mostrassi come essa fosse un costrutto sociale, sarebbe stato sicuramente necessario prestare attenzione anche alle donne. E riguardo alla sessualità? Non avevo forse trovato un maggior numero di riferimenti a uomini non eterosessuali, così che dovessi concentrarmi sui modi in cui la mascolinità veniva costruita insieme alla sessualità? Si possono estendere queste critiche in una miriade di modi diversi. Ma tutte quante, è questo il punto, si muovono all’interno dello stesso paradigma che io avevo già adottato. Si tratta esattamente della stessa “ciambella autofaga” che è stata oggetto di satira nella recente bufala dei “grievance studies”.[4]

Qualche primo dubbio sulla mia preparazione specialistica cominciò ad insinuarsi proprio in quelle circostanze. Per quanto a lungo la mia professione avrebbe potuto continuare ad espandersi includendo via via sempre più forme di oppressione diverse? Di sicuro ad un certo punto la storia sarebbe diventata una disciplina perfettamente inclusiva. In effetti io ero abbastanza certo che lo fosse già. Nel 2009 pubblicai un libro contenente un saggio intitolato After Inclusiveness (Dopo l’inclusività), in cui sostenevo precisamente ciò. Fortunatamente allora avevo già un incarico stabile all’università quando il libro venne pubblicato. Molti colleghi in privato ammettevano che io avessi ragione, ma quasi nessuno lo avrebbe detto a mezzo stampa.

Mi ricordo una conversazione con un geniale storico più anziano che si era gentilmente offerto di leggere il mio articolo sugli uomini al barbecue. Ero un giovane studente di dottorato e mi occupavo di argomenti completamente diversi dai suoi. Non so perché fu così disponibile, ma i suoi commenti sono significativi. Con rispetto mi disse che la parte centrale era buona, ma che avrebbe potuto “tanto prendere che lasciare” sia l’inizio che la fine. Ovvero, dell’articolo gli piacque la ricerca vera e propria, nella quale ricostruivo come nel Canada postbellico la gente discutesse riguardo agli uomini in cucina. Ma la parte in cui avvolgevo il tutto nell’ideologia espressa dagli ultimi libri che avevo letto, non molto.

Al tempo non apportai cambiamento alcuno. Come avrei potuto? Quello era il paradigma a cui mi attenevo. Era nell’introduzione e nelle conclusioni che andavo a segno proprio dove volevo: che il genere fosse una costruzione sociale, che i canadesi nel dopoguerra provassero un certo nervosismo riguardo agli uomini che vivevano una vita addomesticata nelle periferie e che erano impegnati come padri presenti, e così utilizzassero l’esempio ridicolo degli uomini al barbecue per sostenere che in fondo gli uomini non erano poi più di tanto coinvolti in cucina, e che quando lo erano è perché era una cosa divertente, e che naturalmente non erano bravi a farlo, e vi si dedicavano solamente perché fosse una cosa pericolosa che ricordava loro i tempi delle caverne. C’era il potere al lavoro qui, che in modo certamente divertente puntellava le distinzioni tra uomini e donne.

Per ribadire: il problema era, e rimane, che mi stavo inventando tutto. Quello che presentavo era un tirare ad indovinare in maniera erudita. Si trattava di ipotesi. Forse avevo ragione. Ma né io né nessun altro ha mai pensato di verificare quanto scrivessi. Ciò che mi disse quello studioso più anziano potrebbe applicarsi a migliaia di altri articoli e libri: la parte centrale va bene, ma tanto l’introduzione quanto le conclusioni sono dubbie.

Sorgono spontaneamente alcune domande fondamentali. Ci sono davvero state, nei vari tempi e luoghi, aspettative sul genere estremamente diverse e mutevoli? Non è una domanda che può trovare risposta nei sintetici aneddoti che ero solito presentare, e che la gente ancora oggi ripropone a ruota. La questione doveva essere studiata sistematicamente e comparativamente. Nel rileggermi oggi, devo ammettere che quanto avevo sotto gli occhi era una leggera variabilità intorno a dei punti fermi. La concezione degli uomini come coloro che provvedono alla famiglia, che si assumono dei rischi, che hanno una particolare responsabilità di protezione e per la guerra, sembra ricorrere più o meno sempre allo stesso modo nel corso della storia e nelle diverse culture. Sì, ci sono mutamenti nel corso della vita, nonché alcune peculiarità storiche e culturali. Ma se la ricerca non parte già con l’assunzione che le piccole differenze debbano contare molto, non è affatto pacifico che le prove conducano a tale conclusione.

E davvero si trattava sempre di una questione di potere? Forse. E forse no. Le prove che portavo per insistere che si trattasse di potere, consistevano nel citare altri studiosi che lo sostenevano. E se avevano dei nomi francesi ed erano filosofi, la cosa mi era d’aiuto. Anche i lavori del sociologo australiano R. W. Connell mi furono utili. Questi sosteneva che la mascolinità riguardasse in primo luogo il potere, l’affermazione del proprio dominio sulle donne e su altri uomini. Ma in effetti i suoi lavori non lo dimostravano; si trattava semplicemente di un’estrapolazione plausibile da un piccolo numero di casi di studio, proprio come avevo fatto io. E così io citavo Connell. Ed altri citavano me. Ed è così che si “dimostra” che il genere è un costrutto sociale e che sia tutta una faccenda di potere. O anche, in pratica, qualsiasi altra cosa.

Sia le mie argomentazioni fallaci, che altri studi che presentano gli stessi difetti di ragionamento, vengono ora branditi dagli attivisti e dai governi per legiferare su un nuovo codice morale e di condotta. Una cosa era quando io andavo a bere con i miei compagni specializzandi e disputavamo all’interno dell’insignificante mondo del nostro proprio ego. Ma ora c’è molto di più in ballo. Mi piacerebbe poter dire che gli studi siano migliorati, e che i criteri di prova e di revisione paritaria siano diventati più restrittivi. Ma la realtà è che la pressoché completa accettazione del costruttivismo sociale in alcuni circoli, sembra più che altro il risultato di un cambiamento della popolazione accademica, con alcune specifiche concezioni che hanno assunto una posizione ancor più predominante rispetto ai miei anni giovanili alla scuola di specializzazione.

Queste confessioni non dovrebbero esser prese per un argomento a sostegno del fatto che il genere non sarebbe, in molti casi, socialmente costruito. Tuttavia i critici del costruttivismo sociale hanno ragione ad inarcare le sopracciglia di fronte a certe cosiddette prove presentate da presunti esperti. Le mie argomentazioni fallaci non sono mai state messe in questione, e in effetti divennero ancora più ideologicamente inclinate durante il processo di revisione paritaria. Fintanto che avremo a che fare con studi su sesso e genere con tali serie criticità, ed ideologicamente contrastanti; finché revisione paritaria non significherà qualcosa di più della mera difesa ideologica di gruppo, fino ad allora dovremmo essere molto scettici su molta di quella che è considerata “competenza” riguardo alla costruzione sociale del sesso e del genere.

Note:

[1] Il moderno virile: la mascolinità nel Canada postbellico. Non esistono edizioni italiane

[2] Trovare una collocazione al padre: vendere barbecue nel Canada postbellico. Non sono disponibili traduzioni italiane.

[3] trad. it. Tabula rasa. Perché non è vero che gli uomini nascono tutti uguali, Mondadori, 2005

[4] Per autofagia si intende una forma fallace di ragionamento in cui le conseguenze di una certa argomentazione invalidano l’argomentazione stessa, la quale pertanto “divora se stessa”.  L’esempio tipico è l’affermazione «non esiste alcuna verità», infatti se ciò fosse vero non sarebbe nemmeno possibile affermarlo. Per autofagia si può intendere anche una forma di argomentazione che, se analizzata, si scopre essere fondata sulle sue stesse conseguenze, risolvendosi così in un ragionamento circolare. Sostenere quell’argomentazione, sarebbe come cercare di “nutrirsi di se stessi” senza alcun apporto esterno. La critica di Dummitt è dunque la seguente: gli studi di genere dovrebbero confrontarsi con le obiezioni al loro paradigma, ossia con quegli studi che forniscono prove ed argomenti contro il costruttivismo sociale. Invece, scrive Dummitt, gli studi di genere sono un campo completamente chiuso in se stesso (la “ciambella autofaga”) in cui ogni discussione o critica si basa sempre sullo stesso paradigma, il quale pertanto non potrà mai essere né comprovato né smentito nell’ambito stesso degli studi di genere per come sono concepiti oggi, e questo costituisce il loro aspetto ideologico. La bufala dei “grievance studies” cui si fa riferimento è un’operazione condotta da tre ricercatori con lo scopo di smascherare il carattere ideologico di molte ricerche nell’ambito delle scienze sociali (per i dettagli vedasi en.wikipedia.org/wiki/Grievance_studies_affair). In estrema sintesi questi ricercatori definivano provocatoriamente “grievance studies” (studi sulle lamentele) tutti quegli studi sociali che dietro al paravento dell’indagine sociale nascondono l’intento di fornire un fondamento apparentemente solido a rivendicazioni di vario genere, su base sessuale, religiosa, etnica, ecc., e nei quali solo certe conclusioni prestabilite sono ammesse. Questi ricercatori inviarono a diverse riviste del settore articoli palesemente assurdi, che però soddisfacevano i canoni del costruttivismo sociale, riuscendo ad ottenere in molti casi la pubblicazione. Pubblicarono ad esempio uno studio in cui si sosteneva che il pene non dovrebbe essere considerato una parte anatomica, ma un costrutto sociale funzionale alla “mascolinità tossica”, e un altro in cui si sosteneva che i cani alimentassero la “cultura dello stupro”. [NdT]