La Rinuncia. Fare meno o fare a meno? ⋅ Il Dispaccio

«Durante il digiuno, l’essere umano si ricorda che ha scelto di avvicinarsi a Dio e di allontanarsi dal mondo delle passioni». (Seyyed Hosseyn Nasr)

Decido di fare due passi e passeggiando i miei piedi scivolano su una coltre di foglie ingiallite: gli alberi le stanno perdendo, le temperature si abbassano, le piogge tornano ad essere persistenti. Veni l’autunnu, direbbe Franco Battiato. Così, mentre tutto intorno sembra morire, in realtà tutto si prepara per rinascere. E, se la natura è – come infatti è – simbolo che l’uomo è chiamato a cogliere in analogia alla sua vita, allora l’autunno è il momento più favorevole per ‘morire al mondo moderno’ e ai suoi rami secchi, per rinascere quali uomini nuovi. Dunque, mi metto in cammino, nella stagione del Riscatto e della Rinascita.

Muori e poi rinasci

Dall’alba dei tempi, in questo percorso di ‘morte e rinascita’, uno strumento determinante per la marcia è la rinuncia, il digiuno, ossia l’astensione dal soddisfacimento di bisogni secondari, generalmente indotti dall’esterno, che contribuiscono a soddisfare gli istinti più bassi e ad addormentare le attitudini più nobili. La rinuncia e il digiuno, che spesso coincidono, sono l’aspetto interiore ed esistenziale di un cammino veramente rivoluzionario, in cui il vero nemico, ossia il proprio Io, sotto forma di brame e istinti, viene risvegliato affinché sia dominato.

Ma fermiamoci un attimo. Diciamoci la verità: quanti appartenenti all’area della cd. ‘destra’ deridono e sottovalutano l’efficacia del digiuno nel percorso di militanza? Quanti relegano questa pratica a una forma di ‘pentimento’, perché non riescono – o non vogliono – coglierne l’aspetto veramente guerriero e coraggioso, di chi fa i conti con i propri limiti? Questo è un errore grave, da superare. Infatti, la scelta dell’astinenza è un’aspra battaglia, non una pratica di mero “pentimento” o, peggio, un fioretto. Dunque, basta vedere nella rinuncia, nell’astinenza e nel digiuno una pratica di “vergogna”, di espiazione di peccati o di scaramanzia. È una lotta, è una battaglia, molto più dura e cruda di tante altre scimmiottate esteriormente.

Per questo, non dobbiamo vivere il digiuno come una penosa rinuncia, bensì come una conquista, poiché veramente rinunciare è conquistare ed essere se stessiconosci te stesso» era scritto sul santuario di Apollo a Delfi e, tradizionalmente, Conoscere è Essere). È riscoprire la nostra vera natura luminosa, oltre le coltri dei condizionamenti che la nascondono: quale migliore occasione di ‘far alzare la testa’ ai propri limiti, per poi reciderla con un colpo secco dato dalla ferma volontà di rinuncia?

Astinenza, via verso il Sacro

Non è un caso che in tutte le tradizioni il digiuno e l’astinenza, accompagnati dalla meditazione, dalla preghiera e dallo studio della Dottrina siano considerate come la via privilegiata alla Conoscenza. Infatti, nell’Islam c’è il Ramadan (il Corano fu rivelato a Mohammad durante il digiuno), nel Cattolicesimo e nell’Ortodossia ci sono la Quaresima (istituita da Gesù Cristo con il digiuno di quaranta giorni nel deserto) e gli ulteriori digiuni, così come nelle tradizioni classiche si digiunava per approcciarsi ai misteri e per praticare taluni riti, mentre nel Wotanismo Odino, tramite il suo digiuno, appeso a un albero, perviene alla conoscenza delle rune. Non si tratta di sincretismo, ma di Tradizione, che oltre le sue forme insegna che, per pervenire alla Conoscenza effettiva, è necessario rinunciare a se stessi.

Dunque, come potremmo meglio recidere i condizionamenti, se non rinunciando ai legami del ventre, la più tangibile espressione della nostra corporeità e della nostra ‘schiavitù delle passioni’?

Le rinunce guerriere nel 2020? Sì.

Tuttavia, calandosi ai giorni nostri e nella realtà dei giovani militanti del 2020, quando si parla di digiuno, non dobbiamo pensare subito al Monte Athos o ai viaggi nel deserto. Infatti, qualsiasi rinuncia, grande o piccola, costituisce una valida prova. Infatti, se da una parte la rinuncia ad alcuni cibi e bevande è la più emblematica e onerosa, dall’altra parte con molta onestà possiamo trovare molti altri campi di battaglia su cui combattere.

A esempio, pensiamo che sia così facile limitare l’utilizzo del proprio scooter preferendo una ‘faticosa’ camminata, educandoci a qualche minuto di sonno in meno, ma anche riscoprendo il contatto e la solidarietà con il proprio territorio, con il proprio quartiere? Sappiamo dire meno parolacce? Inoltre, potremmo rinunciare ad acquistare su Amazon, prendendosi il tempo per farsi un giro e fare la spesa all’alimentari o dal produttore, invece che farsi servire dagli ormai infestanti runner; ancora, potremmo decidere di non affidare alla tv la scelta di cosa faremo la sera, ma scegliere autonomamente la lettura, l’ascolto di musica, la visita a una persona cara o bisognosa o semplicemente calmare e pulire la mente dalle sollecitazioni quotidiane; poi, potremmo sottrarci a tutte quelle informazioni inutili dai media e la domenica potremmo preferire andare in montagna con gli amici anziché girovagare nel centro commerciale, così come consumare meno carne – che incide anche per via di tutte le influenze psichiche che comporta – e meno alcol, che distrae e altera le percezioni, per essere lucide sentinelle del fortino del nostro cuore.

La politica che incontra la rinuncia. Ce lo insegna anche Codreanu

Inoltre, poiché per il militante della Tradizione la politica riflette la Dottrina, il digiuno può essere declinato sotto forma di educazione e ’autarchia’, ossia come il dare una forma allo Stato e al popolo tramite l’etica e l’estetica di rinuncia al superfluo e di contatto con la realtà delle cose e della vita. Infatti, mentre la democrazia dei maiali, al fine di raccogliere consensi, induce bisogni e offre subito la merda per soddisfarli (dal cibo-spazzatura al porno, per dirne un paio), la politica tradizionale stimola l’uomo a ‘uccidere’ i propri istinti animali: il fine della politica tradizionale è avvicinare l’uomo al Sacro, liberandolo dalle dipendenze terrene, elevandolo a un uomo migliore di quel che oggi sta dimostrando di essere. Un esempio: chi ha visitato il Giappone avrà notato che negli spazi pubblici sono rari i cestini della spazzatura, così da indurci a raccogliere e portare a casa i nostri rifiuti, accusando il peso dei nostri consumi, e a essere coscienti delle azioni che compiamo.

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Coomaraswamy afferma che «fare ciò che piace non è affatto sinonimo di “libertà”, ma è piuttosto una sottomissione alle passioni dominanti che si considerano “proprie”» e infatti ogni schiavitù, che sia spirituale, politica, sociale o economica, fa presa proprio sull’incapacità di gestire i desideri e le (apparenti) necessità. È sufficiente pensare alla pubblicità, che presenta un prodotto di cui non hai bisogno, facendoti credere, invece, che lo desideri. Chi ha padronanza su te stesso riesce a controllare tale ‘stimolo’, al contrario di chi subisce le proprie pulsioni, dalle quali si troverà soggiogato.

Di tutto ciò ne è chiara riprova la costante pratica del “digiuno nero” da parte dei legionari della Guardia di Ferro romena, al seguito del Comandante Corneliu Zelea Codreanu, che riconoscevano la pratica ascetica dell’astensione: circa 800.000 uomini digiunavano da ogni specie di cibo, da bevande, da tabacco, ogni mercoledì e venerdì della settimana, fino al tramonto. Lo stesso Codreanu, intervistato da Julius Evola, spiega perché: “bisogna tener presente il dualismo dell’essere umano, composto di un elemento materiale naturalistico e di un elemento spirituale. Quando il primo domina il secondo, è l’”inferno”…”.

Fare a meno” non è “fare meno”, checché ne dica Grillo

Tali spunti, tuttavia, non devono essere confusi con la “decrescita felice”, tanto cara ai grillini. Questa, infatti, sotto la parvenza di mirabili prospettive etiche, nasconde una concezione ‘naturista’ della vita e, in fondo, economicista, in quanto lega la felicità umana a un progressivo abbandono della tecnica e dei suoi prodotti. In sostanza, è un “chi si accontenta gode” un po’ rivisto, è la concezione codarda di chi pensa di ritirarsi e ‘tagliarsi gli attributi’ per non rischiare di dover confrontarsi col mondo intorno. Questo è puro “fare meno”, è una castrazione delle facoltà umane. Al contrario, l’uomo deve “fare a meno, ossia deve ambire e voler conquistare ammazzando i propri limiti, anziché porsene di nuovi in nome della “decrescita felice”.

Ciò, perché poi ce lo ricordiamo sempre: le vere rivoluzioni non si compiono con i programmi, ma con gli uomini. Così, la vittoria di questa sfida passa inevitabilmente per la Formazione, che è mettere ordine nella propria vita distinguendo l’essenziale (il Vero) dall’accessorio (l’illusorio), e la Disciplina, che si concreta tramite l’assunzione di un’etica (o stile) data dall’appartenenza e dalla partecipazione a un progetto comunitario. Vivere tradizionalmente è mettersi costantemente alla prova per conoscere ed essere se stessi.

Rinuncia è Libertà

In fin dei conti, allora, rinunciare ai limiti imposti dai bisogni indotti è ricercare costantemente la Libertà, diversa da quella dei moderni, fondata su consumismo e democrazia. La libertà che si fonda sul bisogno è un inganno e un controsenso.

Poiché l’uomo è corpo, anima e Spirito, la vera Libertà risiede nello Spirito, nella continua ricerca del Graal che è la ricerca interiore, che impone il superamento dei limiti e dei condizionamenti dell’ego, gli stessi che l’uomo moderno, tutto “consumismo e diritti”, pone al centro della propria vita.

La rinuncia, allora, è un’affermazione di tipo guerriero, un’arma per spezzare le catene della dipendenza, e dell’attaccamento alle forze periferiche che ci fanno vivere come bestie.

La rinuncia è la spada affilata da sguainare quando l’animale dei vizi ci chiama, quando la notte sembra prevalere sul giorno e l’uomo è chiamato ad accendere un fuoco nella sua vita.

 

Consigli di Lettura

L’Etica del guerriero. La via dell’azione nella Bhagavad Gītā, Mario Polia, Cinabro Edizioni (in corso di pubblicazione)

Il Capo di Cuib, Corneliu Zelea Codreanu, Edizioni di Ar

Diario dal Carcere, Corneliu Zelea Codreanu, Edizioni di Ar

Elementi della cultura tradizionale, Antonio Medrano, Raido

Dio e il poeta, Guido De Giorgio, La Queste

Aforismi e poesie, Guido De Giorgio, Archè

Lettere d’un maestro sufi, Sheikh al’Arabî ad-Darqâwi, Archè

Chiarificazioni sull’abbandono della volontà individuale, Al-Iskandari Ibn ’Ata-Illah, A.C. Studi Tradizionali