• CODREANU OGGI • attualità politica dell’esempio della Legione – 10

Ai Legionari della Capitale
Nella circolare del 9 novembre 1936 (Circolari e Manifesti, di C. Z. Codreanu – ed. All’Insegna del Veltro) Codreanu affronta il tema annoso della degradazione dell’uomo di città.
Il pretesto per la trattazione di questo tema è dato dalla visita a Bucarest del Pittore Basarab per il quale il Capitano esorta i legionari ad offrire ospitalità. Già all’epoca – e pensiamo quanto oggi la situazione sia peggiorata – chi viveva in città manifestava uno stile di vita che per il Capitano era sintomatico di uno «sradicamento dallo spirito del Paese […] una vita brutta, piena di interessi, di desiderio di guadagno, priva di ogni magnanimità e ospitalità».
La città è trincea in cui gli ultimi, gli emarginati, gli inadatti ad un certo mondo, lottano per conquistarsi con le unghie e con i denti la propria sopravvivenza.
La città è palcoscenico in cui recitare diversi ruoli a seconda dell’umore o del contesto ma in cui, in definitiva, si è tutti omologati a vestire in un certo modo, a mangiare in un certo modo, a spostarsi in un certo modo.
La città è supermercato in cui acquistare a miglior prezzo qualunque cosa possa riempire il vuoto dentro lasciato dalla noncuranza dello Spirito.
La città è luna park in cui uscire di sé, inseguendo i saldi, l’ultimo corso esotico, la moda appena arrivata o le più improponibili mostre contemporanee.
La città è centrifuga in cui i legami comunitari e persino familiari si spezzano per lasciare uomini-atomi senza identità né radici.
Città identiche fra loro, a nord come a sud, a est come a ovest: stesse vetrine, stessi brand, identici avventori compulsivi e frenetici.
Città brutte e senz’anima, come i casermoni sovietici che hanno circondato Bucarest e che il Capitano non ho potuto vedere. Immensi parallelepipedi che deturpano la città e chi la vive. Quartieri grigi e decadenti in cui, come scrive Solženicyn, sopravvivono ancora – in mezzo a tale bruttezza – avamposti di bellezza rappresentati dalle piccole chiese silenziose, rifugio per chi cerca riconciliazione.
Mentre in città si muore di fame, lontano da esse e dalle loro strade trafficate a nessuno viene negato un pasto caldo o un frutto maturo.
Verrebbe da ricordare la favola di Esopo del topo di città e del topo di campagna ma è lecito chiedersi oggi dove finisca la città. Perché lo sradicamento di cui parla il Capitano sembra ormai aver assalito inesorabilmente tanto la città quanto la campagna.
La dicotomia città-campagna si può piuttosto oggi sostituire con la dicotomia città-montagna.
In questa Babele globale di vizio, d’orgoglio, di ira, il militante di oggi e di domani faccia proprio l’insegnamento di non portare la città in montagna ma di portare la montagna in città.