Bhagavad-Gītā, una presentazione di Julius Evola

Bhagavad-gītā in sanscrito significa “Canto del Beato”.
In quest’opera il virtuoso principe Arjuna, archetipo dell’uomo impegnato nella lotta per farsi eroe, nel momento immediatamente precedente l’inizio della guerra – trovandosi costretto a dover combattere ed uccidere i suoi stessi parenti, mentori ed amici – si lascia prendere da scrupoli umani e si rifiuta di combattere, anteponendo al dovere impersonale dell’azione guerriera (rappresentante il “Sé”) il proprio sentimento personale ed egoico (il suo “io” appunto).
Ne deriva un poema epico, sotto forma di dialogo, che rappresenta perfettamente l’essenza della “vita come militia”, l’idea cioè di una perenne lotta fra le forze caotiche ed infernali, e quelle solari ed apollinee. Queste ultime, sono ristabilite nel loro primato proprio dal sacrificio del guerriero che, offrendosi in una battaglia dal forte valore simbolico, riafferma la vittoria dei valori di Verità e Giustizia.
A lungo potremmo parlare di quest’opera, «esposizione puramente metafisica della dottrina in parola», ma lasciamo ogni altra parola di commento alle ben più qualificate parole di Julius Evola.

(di Julius Evola tratto da “La razza e la guerra”, articolo apparso su «La Difesa della Razza», II, n. 24)

Passiamo ora ad una esposizione puramente metafisica della dottrina in parola. La troviamo in un testo delle antiche razze indo-arie, improntato a un senso tale della realtà eroico-spirituale, che esso raramente trova riscontro altrove. È la Bhagavad-Gītā, parte dal poema epico Mahabharata, il quale, per un occhio esperto, contiene un materiale prezioso non solo nei riguardi della spiritualità delle antiche razze arie emigrate in Asia, ma dello stesso nucleo «iperboreo» di esse che, secondo le vedute tradizionali a cui la nostra concezione della razza si rifà, va considerato all’origine di esse tutte.

La Bhagavad-Gītā, contiene, nella forma di un dialogo, la dottrina impartita dalla divinità incarnata Krsna ad un principe guerriero, Arjuna, che a lei si era rivolto nel momento in cui, colto da scrupoli umanitari e sentimentalistici, non sapeva più decidersi a scendere in campo contro il nemico. Il giudizio del Dio è categorico: egli definisce «molle vincolo dell’animo», «viltà indegna per un nobile, che allontana dal Cielo» la pietà che aveva trattenuto Arjuna dal combattere. Dunque non in base a necessità terrestri e contingenti, ma a un giudizio divino vien qui confermato il dovere di combattere. La promessa è: «Ucciso, avrai il paradiso, vittorioso avrai la terra. Perciò sorgi risoluto alla battaglia». L’orientamento interno, necessario per trasfigurare la «piccola guerra» in «grande guerra santa», in morte e resurrezione trionfale e per poter prender contatto, attraverso l’esperienza eroica, con la radice trascendentale del proprio essere, è dichiarato nettamente da Krshna:

«Dedicando a me tutta l’azione [dice il dio] con la mente fissa nello stato supremo dell’Io, lontano dall’idea di possesso, liberato dalla febbre mentale, combatti». In termini parimenti chiari si dice circa la «purità» dell’azione eroica, che deve esser voluta per se stessa, al di là di ogni motivazione contingente, di ogni passionalità, di ogni volgare utilità. Le parole del testo sono: «Mettendo al pari piacere e dolore, profitto e perdita, vittoria e sconfitta, armati per la battaglia. In tal modo non vi sarà colpa nella tua azione».

Ma si va ancor più oltre, si procede ad una vera e propria giustificazione metafisica della guerra. Cercheremo di esperia nel modo più accessibile possibile. Il testo parte da una distinzione fondamentale: quella fra ciò che nell’uomo è, in senso supremo, spirito, e come tale è incorruttibile e immutabile e ciò che come elemento corporeo e umano ha solo una illusoria esistenza. Ciò posto, da un lato si mette in rilievo l’irrealtà metafisica di quel che si può perdere o far perdere in una vicenda di combattimento, come vita caduca e corpo mortale (non vi è nulla di doloroso e di tragico — si dice — che cada, ciò che fatalmente è destinato a cadere); dall’altro lato, viene ricordato quell’aspetto del divino, secondo il quale esso appare come una forza assoluta e travolgente.

Di fronte alla grandezza di questa forza (che vien fatta balenare ad Arjuna nell’attimo di una visione sovrannaturale), ogni esistenza creata, cioè condizionata, appare come una «negazione». Può dunque dirsi che detta forza folgori ed abbia una terribile rivelazione dovunque tale «negazione» venga attivamente negata, vale a dire, in termini più concreti e intelligibili, dovunque un impeto travolge ogni vita finita, ogni limitazione del piccolo individuo, o per annientarlo, o per farlo risorgere in alto.

Peraltro il segreto del «divenire», dell’inquietudine fondamentale e del perenne mutamento che caratterizza il mondo di quaggiù, viene dedotto proprio dalla situazione di esseri, in sé finiti, che pur partecipano oscuramente a qualcosa d’infinito. Gli esseri che secondo la terminologia cristiana si direbbero «creati», secondo quella della antica tradizione aria, invece, «condizionati», divengono, trasmutano, scompaiono, appunto perché in seno ad essi arde una potenza che li trascende, una potenza che vuole qualcosa di infinitamente più vasto di tutto ciò che essi mai possano volere. Una volta che il testo, in vario modo, ha dato il senso di una tale visione della vita, esso va a precisare ciò che il combattere e l’esperienza eroica debbono significare per il guerriero. I valori si capovolgono: attraverso la morte si manifesta una vita superiore, la distruzione, per chi si porta di là da essa, è una liberazione — proprio nei suoi lati più paurosi l’impeto eroico appare come una specie di manifestazione del divino, secondo l’aspetto già accennato, di forza metafisica di distruzione del finito — nel gergo di certi filosofi moderni si direbbe: di negazione della «negazione». Il guerriero che infrange «il molle vincolo dell’anima», che affronta la vicenda eroica «con la mente fissa nello stato supremo dell’Io» raggiungendo un piano in cui sia l’«io» che il «tu», quindi sia paura per sé, sia pietà per gli altri, perdono ogni significato, in tale vicenda può dirsi che assuma attivamente la forza divina assoluta, in essa si trasfiguri e si liberi, infrangendo le limitazioni relative al mero stato umano di esistenza.

«La vita come un arco; l’animo come un dardo; il bersaglio da trafiggere lo spirito supremo: unirsi a questo spirito come la freccia scagliata si configge nel suo bersaglio» — queste sono le espressioni suggestive contenute in un altro testo della stessa tradizione, il Màrkandeya-puràna. Tale, è, in breve, la giustificazione metafisica della guerra, la interpretazione sacra dell’eroismo, la trasformazione della «piccola guerra» in «grande guerra santa» secondo l’antica tradizione indo-aria la quale ci dà dunque nella forma più completa e diretta l’intimo contenuto presente anche nelle altrui accennate formulazioni.

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