L’Etica del Guerriero – 14/12/2019 (recensione)

L’età oscura avanza, la notte più lunga dell’anno è ormai prossima, le tenebre si illudono di poter soffocare il Sole, ma la Luce vincerà.

Con questa certezza viviamo, ogni anno, l’incontro pre-solstiziale con l’amico e camerata Mario Polia, le cui meditazioni, le cui riflessioni, sono dei semi destinati a germogliare con la Luce del nuovo Sole.

Quest’anno, il 14 dicembre 2019, presso la Sede di Raido, abbiamo avuto l’onore di presentare la sua ultima fatica, per i tipi di Cinabro Edizioni, L’Etica del Guerriero. La via dell’azione nella Bhagavad Gita.

Mario ha riletto per noi la Bhagavad Gītā, dialogo iniziatico destinato alla casta guerriera della tradizione indù che indica la dottrina dell’azione disinteressata, al fine di consegnarci un vademecum per chi oggi ambisce ad essere un uomo o una donna della Tradizione, impegnato ad agire contro il mondo moderno.

Più nello specifico, come Mario ci ha spiegato, la Bhagavad Gītā apre al guerriero una via di realizzazione, in cui l’azione diviene strumento e supporto per la Conoscenza spirituale. L’azione, infatti, deve essere illuminata, supportata, sostenuta e quindi, orientata.

Ciò è apparso evidente nel momento in cui Mario, con estrema chiarezza e precisione, ha delineato i principali aspetti del simbolismo alla base di tale testo tradizionale; il quale è ambientato in un campo di battaglia (il Kurukshetra), a bordo di un carro da guerra trainato da cavalli, sul quale Arjuna, attanagliato dai dubbi sulla giustizia della propria azione, si rivolge a Krishna.

Il campo di battaglia, che prima che fisico è spirituale, rappresenta il campo dell’adempimento del proprio dovere e compiere il proprio dharma significa compiere i doveri inerenti alla propria natura.

Arjuna, il protagonista, è un guerriero che combatte con arco e frecce. Egli è lo “splendente”, un uomo naturalmente disposto alla rettitudine e alla nobiltà, ma di una luce ancora “lunare”, “argentea”, e, dunque, non splende di luce propria. Arjuna rappresenta la coscienza dell’uomo, che combatte contro i propri nemici interiori, ma che deve essere costantemente illuminata ed orientata.

Al suo fianco c’è Krishna, la sua auriga che tiene le redini del carro, una divinità, una manifestazione dell’Essere supremo, il Signore che indica al guerriero la via della Verità, della Giustizia, della Nobiltà, e rappresenta il Principio spirituale che illumina l’uomo.

Il carro, trainato da cavalli, è il simbolo della corporeità umana e “racchiude” tutti i suddetti elementi psichici e spirituali: la natura ascendente, che tende verso l’alto (Arjuna, il nobile disposto a dare la propria vita), e il principio divino incarnato da Krishna, che stando sullo stesso carro fa sempre parte della natura di Arjuna.

La differenza tra i due, infatti, è reale, ma nello stesso tempo rappresenta due manifestazioni di un unico mistero.

Infatti, il carro, che, in quanto natura umana, è legato alla terra, possiede delle ruote, che rappresentano l’immagine del cielo, quindi la possibilità, dello stesso, di muoversi, di non rimanere ancorato alla terra.

Ancora, in questo simbolismo che riguarda la natura umana, i cavalli rappresentano ciò che muove, istintivamente, la nostra natura terrena: l’istinto, l’ego, la paura, l’ira, l’orgoglio; tutte realtà negative che degradano il guerriero a massacratore. Pertanto, i cavalli devono essere diretti. A dirigerli però non è Arjuna, ma Krishna.

Tale simbolo ci ricorda che la natura umana possiede qualcosa che va ben oltre la semplice terra: un principio spirituale, la presenza in sé di una scintilla divina.

Krishna porterà il combattente Arjuna ad affrontare i nemici interiori che lo paralizzano, a domare le proprie passioni, ad addomesticare il proprio ego, a compiere il proprio dovere tramite l’azione slegata dai suoi frutti.

Come insegna la Bhagavad Gītā : «Fa sempre ciò che deve essere fatto, senza attaccamento, perché l’uomo che agisce in un disinteresse attivo consegue il Supremo». Non è l’uomo che vince, è la Divinità che vince attraverso l’uomo. Così l’umano si riunisce all’Eterno.

Ecco come una via apparentemente distante, nel tempo e nello spazio, ci permette ancora una volta di comprendere l’universalità della Tradizione. Tale perché, pur esprimendosi in popoli, tempi e luoghi così diversi, riflette Principi eterni che, attraverso il mito, il rito e il simbolo, riconducono il cuore e lo spirito degli uomini ad un linguaggio comune: quello della Verità e della Giustizia.

Il Sole non è mai stato vinto.

Allora, secondo l’etica guerriera, il vincitore conquisterà la terra, ma chi cadrà per la Giustizia e la Verità conquisterà i Cieli. È così che vogliamo prepararci alla rinascita della Luce nei nostri cuori.

L’uomo è espressione della Natura divina, che a propria volta custodisce in sé: la Luce del Solstizio possa riaccendere lo spirito di ognuno di noi illuminando il nostro cammino di riscoperta di questa Scintilla divina.

Ut bonum, iustum faustumque sit.