Esiste un “consumismo esoterico”?

(a cura di un collaboratore della redazione)
Troppo spesso l’uomo contemporaneo dimentica che un’azione ripetuta nel tempo diventa ‘rito’
Esistono riti positivi, solari, che sorreggono coloro che non hanno accesso al cuore della sapienza ma che, tramite la partecipazione al rito stesso, vengono tratti al di sopra delle loro possibilità individuali. Ma esistono anche riti tellurici, scavati nell’ombra, che hanno l’effetto opposto di attivare le possibilità inferiori dell’uomo, evocandole e scatenandole nel quotidiano.
A uno sguardo ben allenato cosa rammenta, se non un rito, l’accalcarsi – fisico o virtuale – di una moltitudine di individui in date prefissate, individui che parlano un medesimo linguaggio, ambiscono al medesimo risultato, pronunciano le stesse frasi e credono nei medesimi dogmi? 

Con spavento ci accorgiamo che questo accalcarsi avviene presso centri commerciali o mediante siti internet dedicati, che le date di questo peculiare calendario stagionale sono i saldi, le svendite, i “Black Friday”, che l’ambizione è la realizzazione di un piacere materiale mediante l’accaparramento dei medesimi beni di consumo, mediante l’illusione di “spendere meno”, al solo fine di serbare il denaro “risparmiato” per devolverlo ad altri acquisti “scontati”?
Il consumismo, dunque, presenta tutte le caratteristiche di un rito collettivo, con i suoi santi ed eroi (le marche più rinomate), il suo calendario liturgico (saldi, sconti, promozioni) e, persino, con una propria malsana escatologia, riassumibile nel precetto “starai meglio e avrai di più, spendendo di meno”.
La vastità del fenomeno, favorita dalla globalizzazione incalzante, impone a chi ancora sa riflettere di considerare appieno tutte le implicazioni che derivano dalla trasformazione del consumismo in un’autentica religione collettiva. In particolare, come ben sa chi agisce nella Tradizione, la religione rappresenta il solo aspetto essoterico – rituale, esteriore, dogmatico, divulgativo – di un sapere (positivo o negativo) che ha il proprio nucleo in una conoscenza esoterica: la sostanza di tale religione, la sua natura ed essenza
E allora, esiste anche un “consumismo esoterico”? Ove esista, quali sono le sue caratteristiche?
La prima considerazione d’obbligo è che nessun rito – neppure quello più quotidiano, elementare ed irriflesso – è privo di una causa intrinseca che lo definisca e lo riempia di significato, ossia di una dottrina. Il rito, infatti, è per definizione “ombra” ed “impronta” del significato più recondito che esso cela. Ed anche il consumismo non fa eccezione.
Se analizziamo le caratteristiche del “rito consumistico”, infatti, ne possiamo cogliere i tratti salienti, i quali – come appena indicato – rivelano all’occhio ancora vigile la dottrina che li ha forgiati. Il rito quotidiano del consumismo, volendo sintetizzare, è:
(a) rivolto alla massa, intesa come insieme di individui indifferenziati, rilevanti solo in quanto capaci – in varia misura – di una “spesa”. Chi non può sostenere un determinato esborso è automaticamente chiamato fuori ed assegnato ad una nicchia “inferiore”, essendo destinatario di richiami a spendere in altri beni, secondo la propria minore capacità (chi non può permettersi una berlina, potrà comunque essere attratto da un’utilitaria; e così via);
(b) quantitativo ed indifferenziato, poiché – come appena evidenziato – fra le diverse gerarchie di spesa (dal jet privato alla carta igienica in sconto) esiste unicamente una differenza monetaria, rimando per il resto sostanzialmente invariati i meccanismi che presiedono all’adesione al consumo; e infine
(c) materialistico, in quanto ha ad oggetto esclusivamente l’accaparramento di beni materiali, intesi come oggetti o servizi (il computer di ultima generazione, l’abbonamento a programmi televisivi, ecc.).Le caratteristiche appena esaminate ci consentono di qualificare la dottrina sottesa al consumismo come antitetica all’esoterismo tradizionale, che invece è elitario, qualitativo, differenziato e spirituale.
La totale inversione di polarità cui assistiamo ci fa comprendere che, davvero, il consumismo ha posto “il segno meno” davanti ai Valori che rettificano l’esistenza.
Cogliamo appieno, quindi, la vocazione distruttiva e propriamente demonico-tellurica della dottrina che informa il rito consumistico: assoggettare la persona – ridotta ad individuo, anzi a “portafoglio senziente” – ad uno stile di vita meramente quantitativo ed edonistico, sommerso da falsi bisogni, narcotizzando ogni spinta positiva e differenziata e, da ultimo, sancendo il trionfo della Materia sopra lo Spirito e della bruta Quantità sopra la Qualità.
L’ampiezza del fenomeno e il carattere ossessivo e martellante delle sue sirene – pubblicità in primis – rendono oltremodo difficile organizzare una linea di resistenza, poiché qualsiasi individuo calato nel mondo rischia proprio malgrado di ritrovarsi avvolto dal dogma consumistico. Solo una superiore volontà e una rigorosa consapevolezza di ciò a cui il rito del consumo è rivolto possono valere come antidoti: dolorosi, ma ciononostante essenziali perché Vivere non diventi sopravvivere.