“Quel filo che unisce Socrate a Cristo” – di Diana

“E’ il Verbo seminale la radice di ogni vera filosofia, ma l’annuncio che precedette l’incarnazione del Verbo sta a questa come, appunto, il seme sta alla pienezza della fioritura ed all’abbondanza dei frutti.
E’ nel frutto, infatti, il compimento e la pienezza del seme.
E’ nel Cristo il compimento d’ogni sapienza e d’ogni via al vero.
La figura di Giovanni il Battista è emblematica al riguardo ed è significativa la sua affermazione: «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv. 3, 30).”
M. Polia, Il seme e la pienezza
Molti “profeti” annunciarono la venuta del Cristo. Per quanto riguarda la Grecia e, con essa, Roma, furono, tra gli altri, i filosofi socratici ad anticipare il suo messaggio circa quattro secoli prima preparandogli il terreno nel cuore degli uomini. L’importanza e la forza di questo concetto è espressa dallo stesso Cattolicesimo attraverso la dottrina patristica del Lógos spermatikòs, meglio conosciuto nella sua accezione latina dei cosiddetti semina Verbi. Eppure, anche se l’arido deserto dell’ignoranza non ha mai smesso di avanzare, l’affermazione che il Verbo era da sempre: «la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9), ha continuato ad echeggiare nella proclamazione del Vangelo di Giovanni, nella predicazione e nella liturgia nel corso dei secoli.
Infatti, per chi abbia davvero colto nel profondo la figura di Socrate, il richiamo al Figlio dell’Uomo è forte e chiaro. Socrate fu condannato in quanto “sovvertitore della tradizione dei Padri”: ma egli non aveva intenzione di sovvertire gli antichi Miti, bensì di dar loro compimento aiutando gli uomini a “conoscere se stessi”: curioso e paradossale, ma il tradizionale oracolo di Delfi riconobbe proprio Socrate quale uomo più sapiente di tutta la Grecia. Lui, che dichiarava di non sapere nulla.
Come un Cristo alla sua ultima cena, Socrate accoglie la sua dozzina di discepoli nell’angusta cella della sua prigione qualche ora prima di morire, al termine dei giorni di festa in onore di Apollo, Dio del Sole Spirituale e patrono di quel santuario di Delfi. Platone ci racconta tutto nel suo grande capolavoro: pochi testi arrivano diritti al cuore di chi legge come ancora oggi sa fare Il Fedone
Molte sono le domande che i suoi discepoli gli pongono, smarriti. Hanno paura: il loro Maestro li sta per lasciare soli come figli privati di un padre. Socrate, ridendo e scherzando proverà per tutto il dialogo a convincerli del fatto che non morirà, ma nascerà a nuova ed eterna vita nella “vera terra” (ritorna alla mente l’Eden biblico): Socrate sorride, come il cigno canta di gioia l’attimo prima di morire e che, con la morte fisica, è finalmente libero. 
Socrate non parla mai di filosofi, ma di sacerdoti, e questo è significativo del ruolo metafisico, e non mentalistico, della filosofia antica, vera e propria meléte thanatou, “esercizio di morte”: compito dell’uomo santo, per Socrate, è la morte a se stesso. Questa esige puro autocontrollo, costante pratica del dominio su di sé che conduce all’affrancamento dalle seduzioni di questa realtà materiale e ingannevole affinché l’anima possa rinascere nella sua forma originaria e pura (“alla specie degli Dèi non è lecito tornare a chi non se ne è andato completamente puro): soltanto chi pratica tale esercizio in ogni istante della propria vita è filosofo, e solo il filosofo, per dirla con le parole di Cristo, può “passare dalla porta stretta”, la via più difficile ma più vittoriosa come la “seconda navigazione” indicata da Socrate. È fondamentale la non-identificazione con le proprie emozioni (io non sono ciò che provo): attraverso l’esercizio della reminescenza Socrate ci dimostra che l’anima contiene in sé tutte le verità e che le ha acquisite fuori dallo spazio-tempo, pertanto occorre riconquistare l’identità più autentica dell’anima in un percorso a ritroso come quello del salmone che risale la corrente. Il messaggio di Socrate è chiaro: siate nel mondo, ma non del mondo. E questo è uno dei più grandi insegnamenti del Cristo, il Figlio dell’Uomo che ritorna al Padre.
Per improntare la propria vita a una ricerca autentica, Socrate incoraggia i discepoli a raggiungere lo stato spirituale che egli definisce “aporia”, “povertà”: quando l’uomo abbandona tutte le sue precedenti convinzioni e ammette la propria ignoranza, allora egli si purifica delle false idee, si libera da se stesso, si sente improvvisamente povero. Ma è da questa povertà, dice Socrate, che inizia la vera ricerca spirituale. “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli“: Cristo ricalca qui un messaggio che Socrate ha difeso con la sua stessa vita. 
Pentimento, speranza, fede. Queste le tre virtù necessarie al filosofo per la buona riuscita del suo cammino, purché “il pentimento sia totale e sincero”. Pare qui che Socrate anticipi Giovanni il Battista (“pentitevi, poiché il Regno dei Cieli è vicino“). Occorre infatti assumersi la responsabilità di come impiegheremo questa vita, unico terreno di prova che ci viene concesso dall’Alto (“siamo in custodia degli Dèi“). In questo senso il pentimento non è una mortificazione fine a se stessa, è anzitutto uno sguardo introspettivo che getta luce sulla nostra condotta. È un esercizio allo sguardo, parte di quel dominio di sé di cui abbiamo parlato sopra. 
Parlare impropriamente […] fa del male alle anime“, sì perché l’odio è un sentimento che, ancor prima che danneggiare l’altro, degrada noi stessi, sporca la nostra anima. Se la forma risponde dell’idea che la genera (“dai frutti riconoscerete l’albero“, diceva Cristo), allora quale forma può assumere un’anima agita dall’odio? Occorre ornarsi dunque dei frutti del Bene, e gli “ornamenti dell’anima” che Socrate elenca ricordano da vicino i 7 doni dello Spirito Santo. 
Silenzio, preghiera. Socrate viene ricordato da Senofonte per la sua abitudine a stare in meditazione intere notti, come Cristo. Spesso incompresi per questa loro disciplina, eppure sempre cercati e nuovamente appellati come il figlio chiama il padre perché ne riconosce l’esempio. È questa disciplina che permette a Cristo di vincere il diavolo attentatore nei quaranta giorni trascorsi nel deserto. È questa disciplina che permette a Socrate di sorridere tutti i quaranta giorni di detenzione prima dell’esecuzione capitale. 
Veniamo alle ultime battute. Tutto il dialogo platonico verte sul sottile gioco semantico del termine “pharmakon“: in lingua greca esso sta letteralmente per veleno, ma anche per farmaco, medicinale. Socrate dovrà bere dal calice che gli darà la morte e, con essa, la vera sapienza del mondo che verrà. Analogamente Cristo, nel Getsemani, accetta il calice che il Padre gli riserva, un calice che lo consegnerà alla morte e alla Resurrezione. Ma nel caso di Cristo la posta in gioco è altissima, e la natura umana di Gesù si manifesterà nella paura che precede il compimento del proprio destino. 
Entrambi: Socrate e Cristo, dopo aver perdonato i loro carnefici morali e gli esecutori materiali della sentenza, morirono salvando così se stessi e gli altri, perché l’esempio di Socrate darà prova ai posteri della vera condotta di un filosofo e la morte di Cristo produrrà come effetto la discesa dello Spirito Santo su tutti gli uomini. Per dirla con le parole del protagonista del dialogo platonico, “siamo debitori di un gallo ad Asclepio, saldate il debito e non ve ne dimenticate“. 
DIANA