Fuochi spenti e famiglie perse

(a cura del Cuib Femminile della Comunità Militante Raido)
Ormai oggi si è – quasi del tutto – perso il valore della vita. La vita che nasce, cresce e viene custodita nella famiglia che, nella sua accezione più ampia, diventa Comunità.
Non a caso è il paese che viene abbandonato e si svuota del suo significato più profondo per rincorrere le luci sfavillanti e imbroglione della città, dove non c’è posto per i camini, per i focolari, per le veglie notturne e per le feste popolari, simboli di unione e comunione. E dove non c’è posto soprattutto per la famiglia tradizionale e per la comunità intesa come insieme di famiglie tradizionali e ancor più come una unità organica di uomini e donne in cui ognuno ha il proprio posto a seconda della propria natura.
Ebbene, pensare che oggi ci siano fuochi spenti che un tempo raccoglievano intorno a essi le famiglie e la comunità intera, a vantaggio di una società spersonalizzata e spersonalizzante, di una società che non si fonda più sulla famiglia ma sull’individuo, ci rattrista molto, ma allo stesso tempo ci spinge con maggior forza e maggior conscienza a seguire il sentiero che abbiamo deciso di percorrere: la Via della Tradizione.
Perché intorno a quel fuoco che non si è mai spento e che non si spegnerà continueremo a riunirci come famiglie e come comunità, dando valore alla vita.

(tratto da appenniniweb.it) – La nostalgia del fuoco e i paesi fantasma d’Appennino

Una volta di un paese non si contavano gli abitanti, ma i fuochi. Ogni fuoco una famiglia, ogni famiglia quattro, cinque, sei persone intorno al focolare. Magari anche di più. Come se quel fuoco rappresentasse lo spirito stesso della famiglia e dei suoi antenati.

Dal punto più alto dello Scoppio, in piedi sulla cima dello scoglio che domina il fosso della Matassa, non si possono più vedere i tetti delle case. Sono tutti crollati, con le loro travi di legno di quercia, i coppi, i comignoli. Si aprono squarci sulle povere stanze, sui camini anneriti, sui focolari, che sono spenti da decenni.

Scoppio, che deriva il suo nome da Scopulus, scoglio, è uno dei tanti paesi abbandonati dell’Appennino, sui Monti Martani, al centro dell’Umbria, in una posizione straordinariamente affascinante, quanto marginale.

I fuochi spenti dei paesi abbandonati sono l’emblema di ciò che è stato messo da parte dall’attuale modello di sviluppo: sono un vuoto, un’assenza, non solo materiale. Rappresentano tutto ciò di sacro che oggi non c’è più, ma del quale avvertiamo un’inconscia e indicibile nostalgia, magari perché – come dice Pietrangelo Buttafuoco – stiamo perdendo l’illusione della ragione.

I fuochi sono spenti, a dimostrare che non ci sono più famiglie che si radunano intorno, che non ci sono più serate di angoscia per la difficoltà del vivere, ma neanche nottate di festa intorno al camino. Che non ci sono più le Pasquarelle e le orazioni notturne per scacciare i demoni, non ci sono più le veglie funebri e le feste di battesimo.

I paesi abbandonati sono diventati paesi fantasma.
Ce ne sono su tutta la dorsale. C’è chi si è preso la briga di censirli e di catalogarli, con grande scrupolo e attenzione. Così i paesi fantasma, regione per regione, sono finiti sul web, grazie al sito www.paesifantasma.it, un grande atlante dei luoghi dimenticati nelle nostre montagne a cura di Fabio Di Bitonto.

Nel catalogo dei paesi fantasma c’è anche Scoppio. Ma è in nutrita e silenziosa compagnia. Ci sono Pesche, in Molise, provincia di Isernia, già definito da Vittorio Emanuele La libreria d’Italia, per le sue case strette, serrate e affastellate come volumi in una biblioteca e Faraone in provincia di Teramo, con un toponimo d’origine longobarda e una storia interrotta negli anni Sessanta del secolo scorso.

E poi ancora Ripamolisani, la bellissima Elcito (vicino Fabriano) sotto la faggeta di Confaito; il paese di Malanotte che poi divenne Buonanotte nell’Alto Sangro e che infine volle cambiare il suo nome in Montebello perché i suoi abitanti si sentivano presi in giro ad essere chiamati quelli della Buonanotte, finché poi di abitanti non ce ne furono più né per la Buonanotte, né per il Montebello.

E poi c’è la disabitata rocca medievale di Umbriano, a difesa dell’Abbazia di San Pietro in Valle, in Valnerina e la vicina Gabbio che prova comunque a rinascere, a differenza dell’alto borgo di Sensati, tra Ceselli e Spoleto, dove il bosco si sta mangiando le case una ad una.
Ma si può percorrere l’intero Appennino dalla Calabria alla Liguria, sulla mappa dei paesi fantasma, da Africo e Brancaleone fino a Brugosecco e Filettino
L’elenco è lunghissimo, suggestivo e commovente, ma lo trovate sul sito web dei paesi fantasma con tutti i particolari di una lunga ricerca.

Il senso è più difficile da individuare. Franco Arminio, poeta-paesologo ci suggerisce che:

La paesologia è una forma di attenzione a dei luoghi, a dei paesi a cui spesso non danno attenzione nemmeno le persone che ci stanno dentro. Il paesologo tende a interessarsi di tutti i paesi, ma soprattutto del presente e dell’avvenire, appunto con l’idea che questi paesi hanno un avvenire”.

…operazione complessa per i paesi ancora vivi, o per quelli moribondi, figuriamoci per i fantasmi!
Quale può essere allora l’idea di avvenire di un paese fantasma?

Chissà? Forse è bene che i paesi abbandonati rimangano vuoti, che restino un monito. Ma qualcuno li deve vedere, li deve sentire, perché forse così riuscirà a sentire e a vedere il vuoto che si porta dentro.
Bisogna vedere i fuochi spenti per avere nostalgia del fuoco.
E per avere il desiderio di riaccenderlo.