Pirgopolinice e Artotrogo

30 Luglio 2010 da Redazione

Un uomo Fini(to)?

La sua scalata all’ombra del Berlusca finisce qui. C’aveva provato, all’ultimo, a chiedere una riappacificazione. La poltrona gli era crollata da sotto le natiche tremanti. Ma la linea dura del Cesare tradito lo ha messo all’angolo. E i suoi fedifraghi seguaci spediti ai probiviri dal Gran Consiglio di Presidenza. La vicenda dello strappo del Pdl viene raccontata in questi termini accattivanti, dalla continua similitudine storica, da tutta la stampa nazionale. Ma il Cesare e il Bruto, il Mussolini e il Badoglio dei nostri tempi sembrano più che altro le perfette maschere della commedia plautina degli equivoci: il Miles Gloriosus e il Parassita.

Artotrogo - “roditore di pane” - loda finché gli fa comodo per ottenere un po’ di cibo - o un po’ di voti - le gesta gonfiate di Pirgopolinice - “espugnatore di torri e di città”; pronto a scomparire di scena appena ottiene il suo tozzo di pane - o la sua poltrona -, il giovane parassita smette di appoggiare furbescamente le vanterie di Pirgopolinice, spaccone e tronfio, sempre impegnato a vantarsi delle sue imprese e gesta sul campo di battaglia e nei letti con le donne (sic!); sicuro di aver ottenuto ciò che voleva e libero dal suo ristoratore - o “sdoganatore” -,  scompare già al primo atto, nascosto e lontano dal pubblico, gaudente in silenzio il suo pasto da cani.

Qui però, a differenza della commedia di Plauto, non si accontenta di ciò che ha ottenuto vilmente dal suo padrone e fa una misera fine. Montatosi la testa come il suo adulato, non si rintana volontariamente a rosicchiare il suo osso dietro le quinte, ma lì viene spedito a calci dallo stesso Pirgopolinice di Arcore, più sveglio di quello della commedia, resosi conto dei comportamenti sleali del suo meschino seguace.

Questa la triste storia di un parassita, vissuto politicamente all’ombra di altri, uomini politici ed elettori. Ora chissà se riuscirà a cavarsela da solo, come non ha saputo fare mai. Forse, sprovvisto di protezione dall’alto, cercherà l’appoggio dal basso. Rincorrerà quei poveri quattro smemorati che continueranno ad abboccare alle sue promesse. E qualcosa già si nota nelle sue parole della conferenza stampa di risposta agli anatemi del Presidente. Sentenzia impettito: continuerò a  difendere quei “principi come l’amor di patria, l’unità nazionale, la giustizia sociale, la legalità, l’etica pubblica,  il senso dello Stato, il rispetto delle regole”. Speriamo vivamente che nessuno sia riuscito per l’ennesima volta ad infatuarsi nel sentire tali demagogici riferimenti da un uomo forse realmente finito.

Svegliati Biancaneve, non hai bisogno del principe azzurro

12 Aprile 2010 da Redazione
Il tremendo governo zapatero, ultra progressista, ateo e pure fortemente femminista, vieta le favole considerate “sessiste”, come Biancaneve, Cenerentola e La bella addormentata… Siamo alla pura follia razionalista, che vuole negare qualsiasi slancio, anche e solo semplicemente fiabesco…
GIAN ANTONIO ORIGHI
Via le sessiste Biancaneve, Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco. L’iperfemminista ministero dell’Eguaglianza del premier socialista spagnolo José Luis Zapatero, insieme con il sindacato degli insegnanti Fete-Ugt, hanno lanciato «Educando nell’uguaglianza»: è una crociata rosa in 42 mila opuscoli, distribuiti al corpo docente, che smonta la visione patriarcale della società trasmessa - sostengono - da queste favole da sempre «maschiliste».

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Le regole del gioco

9 Marzo 2010 da Redazione

Ennesimo decreto per un “grave caso” di necessità  ed urgenza.  Leggi, leggine, decreti interpretativi di leggi e leggi innovative di decreti: il tutto per modificare le “regole del gioco”. Il nostro ordinamento cerca costantemente di appellarsi ad una struttura solida basata sulla Costituzione e sulle sue “sacre” istituzioni, ma crolla quotidianamente di fronte alla sua stessa natura di “gioco”.

Tutto è un gioco, in primis le elezioni. E le Leggi, non più sostegno per vivere correttamente, sono solo le regole di questo gioco da tavolo, al pari di un Risiko o di un Monopoli. Lo scandalo non sta dunque nel fatto che un “giocatore” possa cambiare le regole del gioco mentre lo stesso è in corso, ma proprio il fatto che la vita politica, l’impegno di servizio preso verso la propria comunità, sia considerata un gioco.

A dimostrazione di ciò stanno i rischi che si potrebbero correre se accadessero una serie di conseguenze derivanti dall’emanazione del decreto legge “salva liste”. Difatti il decreto potrebbe essere sottoposto al giudizio di costituzionalità da parte del Tar del Lazio, che oggi si dovrebbe pronunciare sul ricorso amministrativo presentato dal PDL (Pronto Decreto Legge). Nel caso in cui la Consulta dovesse riconoscere la non infondatezza della questione, dovrà pronunciarsi in tempo per le elezioni con la possibilità dunque che le stesse imminenti elezioni siano inficiate dal giudizio di costituzionalità. Non solo. Se il decreto legge – un atto normativo del Governo che deve essere trasformato in legge dal Parlamento entro 60 giorni dalla sua emanazione – non dovesse essere convertito dopo le elezioni, il decreto perderà la sua efficacia sin dall’inizio; ma se ad esempio le elezioni regionali del Lazio fossero vinte dalla Bonino, la maggioranza di Governo potrebbe essere tentata di farlo decadere, travolgendo così il risultato elettorale nefasto. Il tutto per il proprio tornaconto politico. E tutto mentre la Regione Lazio non ha un Presidente… Questo il teatrino dello Stato italiano, queste le sacre regole democratiche.

La plutocrazia egualitaria

26 Novembre 2009 da Redazione

di Luca Lionello Rimbotti

La grande truffa della politica moderna consiste essenzialmente nel rappresentare con paludamenti democratici ed egualitari ciò che invece è, con ogni evidenza, un sistema dominato da un’associazione privata esclusivista, che considera la politica il terreno in cui si difendono i privilegi di casta. L’incredibile trucco funziona, poiché viene fatto in faccia a popoli ormai da molti decenni devitalizzati e progressivamente privati della facoltà di guardare negli occhi il potere e di spogliarlo dei suoi falsi rivestimenti di giustizia. La suddivisione planetaria tra una setta padronale e una moltitudine di chandala, mantenuti estranei ad ogni accesso al decisionismo, è l’ultima parola di ciò che viene definito genericamente col termine di “liberalismo”.

Alle origini della nostra civiltà, ad esempio in Grecia, l’uguaglianza come teorema a-priori dell’indifferenziato, semplicemente non esisteva. Esisteva qualcosa che era il suo contrario: il concetto di democrazia, del tutto opposto a quello di rappresentanza parlamentare di stampo anglosassone quale è prevalso in Occidente. Esso implicava l’idea di eguaglianza di stirpe tra simili, omogenei in cultura, origini, tradizioni, destino. La democrazia diretta, partecipativa ed acclamatoria, puntava non all’eguaglianza come utopia ideale astratta, quindi mai applicabile nella pratica, ma piuttosto alla concreta e reale isonomìa, cioè al mantenimento di quel reticolo di diritti e doveri reciproci che fondavano il legame sociale, la comunità. All’interno della quale, i cittadini si vedevano garantita un’eguale ripartizione di onori e oneri. L’isonomìa è la deposizione nel mezzo della comunità – simbolicamente rappresentato dall’agorà – di ogni individualità, che si deve estinguere nel passaggio alla partecipazione pubblica: si voleva rappresentare, allegoricamente e di fatto, la rinuncia da parte di ogni cittadino del proprio “particolare”, un liberarsi del fardello dell’interesse privato. Questo atto garantiva l’elevazione alla dimensione comunitaria, il luogo dove si celebrava la democrazia vera, il governo del popolo per il popolo.

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Iran: contestazione in controluce

12 Ottobre 2009 da Redazione

Articolo che, anche se “datato” rispetto a fatti avvenuti qualche tempo fa, da’ buoni spunti di riflessione. Buona lettura.

Domanda: qual è quel paese dove i ragazzini impazziscono per video-telefonini e social network alla Face Book, dove uomini e donne esprimono insieme e segretamente il loro diritto al voto, e dove l’autorità politica convive pacificamente con quella religiosa…? L’Italia? No: è l’Iran. Proprio così: se pensavate che l’Iran fosse il centro dell’oscurantismo religioso più oltranzista, ove lo stato volutamente mantiene la sua popolazione nella povertà e nell’ignoranza, o la nazione coi maggiori divieti illiberali, beh allora dovreste ricredervi. Ma in questi momenti convulsi non v’è tempo di parlare dell’Iran così com’è. Infatti, non manca giorno in cui telegiornali e quotidiani ci ricordino della triste vicenda dei “rivoluzionari” iraniani: picchiati, arrestati, deportati, fatti scomparire. Ogni giorno veniamo investiti da una quantità di particolari – spesso terribili come i fermo immagine su di una donna che muore in strada – atti a descriverci nei minimi dettagli cosa sta avvenendo a migliaia di kilometri di distanza dalla tranquilla e democratica civiltà occidentale di casa nostra.

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Riflessioni sul referendum

22 Giugno 2009 da Redazione

“Tutto per il popolo, ma niente attraverso il popolo” affermava uno dei padri più cinici della democrazia moderna. Difatti l’istituto giuridico del referendum – “da riferire” – è l’unico strumento concesso al popolo, democraticamente detto “corpo elettorale”, col quale può scegliere direttamente su una questione particolare di interesse nazionale. Ogni qual volta è chiamato a decidere, a perdere la dignità mettendo una croce su uno strano simbolo di partito, sceglie chi dovrà decidere per lui: è lo schema della cosiddetta democrazia rappresentativa, laddove si ritiene saccentemente che tra elettività e rappresentanza vi sia una necessaria coincidenza.

Così come si reputa presuntuosamente che una decisione su una questione di grande importanza nazionale in un regime democratico, come il sistema elettorale, possa essere presa dal popolo scegliendone di abrogare una parte, stravolgendola completamente.

Infatti basta che più di venticinque milioni di italiani vadano a votare oggi con l’intenzione di abrogare le due parti della legge sul sistema elettorale (quindi votando sì ai primi due quesiti), per trasformare il nostro ugualmente brutto bipolarismo, dove i partiti sono costretti ad aggregarsi in coalizioni e in sterili accordi clientelari, in un feroce bipartitismo: due grandi partiti dalle linee politiche tendenzialmente identiche, sull’esempio d’oltreoceano e anglosassone, si sfidano da soli sulla scena politica nazionale, prendendo in giro l’intero “corpo elettorale” pronto a spostarsi da una parte all’altra dei due indispensabili megapartiti, assicurando così la stabilità governativa dell’intero sistema e dei centri di potere.

Demagogicamente si sfrutta il malcontento popolare per un’italietta ingovernabile, per cercare di convincere gli Italiani ad andare a votare sì per l’abrogazione, o meglio per l’approvazione di una legge che trasforma completamente il nostro paese, spazzando via definitivamente dalla scena politica nazionale quei partitini che non permettono al Berlusconi o al Franceschini di turno di poter governare.

Coloro che da anni vogliono terminare questo lungo processo di rafforzamento del sistema, si appellano col referendum di oggi al popolo, sfruttando furbescamente quello strumento che viene definito demagogicamente da decenni lo “strumento del popolo contro il potere” e che diviene invece oggi uno “strumento del potere per rafforzare il potere stesso attraverso il popolo”.

Il pugile del fiume

14 Giugno 2009 da Redazione

LA STORIA DI UN TRAGHETTATORE

di Emilio Del Bel Belluz
Ho scritto la storia di un personaggio che visse lungo il fiume Livenza. Era un traghettatore. Si trattava di un gigante dai muscoli possenti. A vederlo faceva una certa impressione, con i suoi due metri di altezza e il fisico possente, fattosi grazie a una vita molto attiva. Ogni giorno doveva traghettare da un lato all’altro dell’argine, le persone che rientravano dal lavoro. Aveva venticinque anni, una moglie e quattro figli. Abitava a poche centinaia di metri dal posto dove lavorava. Paolo era il suo nome. Si riteneva un uomo felice. La moglie Donatella a mezzogiorno gli portava un ricco pranzo. Disponeva le vivande sotto una piccola pergola, dove c’era un tavolo molto grande e funzionale. Durante quella sosta Donatella approfittava per parlare con Paolo. Era una gioia per lui averla accanto in quei momenti di pace e gli sembrava che il fluire della vita fosse più semplice. Dopo aver mangiato abbondantemente si deliziava a fumare la pipa. Usava un tabacco straniero che ogni tanto gli portava un suo paesano che andava in Austria a rifornirsi. Donatella gli parlava dei suoi lavori domestici e dei figli che le davano un grande lavoro.

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Adriano Romualdi filosofo

25 Maggio 2009 da Redazione

di Rodolfo Sideri
La riflessione fìlosofica di Adriano Romualdi si concentra essenzialmente nelle opere dedicate a Platone, Nietzsche ed Evola. Tre nomi per un itinerario spirituale certo non casuale, legato da un’intima coerenza, ma soprattutto da un elemento che Adriano Romualdi considerò fondamentale per ravvivare e riavviare, in forma moderna, ciò che costituisce l’asse centrale di un’ordinata vita associata: la gerarchia degli spiriti e dei ranghi.
Adriano Romualdi filosofo, infatti, è alla costante ricerca di quegli elementi che fondino il concetto di gerarchia. Per questo egli sceglie come figure paradigmatiche tre spiriti aristocratici e profondamente antidemocratici che in qualche modo lavorano — chi più chi meno scientemente -nella direzione che Romualdi considera compito precipuo di una destra politica: la restaurazione dell’ordine. Come chiarisce nell’introduzione al Platone, non si tratta di difendere questo o quell’ordine politico contingente, “ma l’immutabile gerarchia dei poteri spirituali dell’individuo e dello Stato che vede in alto quelli ascetici, eroici e politici e in basso quelli meramente economici ed amministrativi”. Ci troviamo, dunque, all’interno di quella lotta che le ultime élites politiche hanno combattuto e perduto nel 1945. Platone, Nietzsche, Evola possono costituire agli occhi di Adriano, tre luci orientanti, politicamente ed esistenzialmente, l’uomo nell’età oscura dell’Occidente.
Platone rappresenta “l’aristocratico di sangue divino, l’assertore della dura selezione dei migliori, il profeta delle élites dei sapienti e dei guerrieri”. Ed egli può orientare l’azione nel kali-yuga del mondo moderno, non certo per il modello di costituzione che propugna, legato ai suoi tempi - e Adriano Romualdi sa troppo bene che la Tradizione non è immobilismo o cieco conservatorismo. Il Piatone che Adriano ci trasmette è il filosofo che sa che pensiero e azione sono due diverse modulazioni di una medesima nota, volta a restituire armonia al mondo, secondo il principio greco di kòsmos (ordine). Come scrive lo stesso Platone nella autobiografica VII lettera: “mi vergognavo moltissimo di potere apparire di fronte a me stesso come un uomo capace solo di parole e che mai mette mano di sua volontà ad alcuna opera”. Il concetto di ordine è fondamentale in Platone e perciò Adriano vede il lui “l’assertore del concetto di Stato inteso come ordine dei ranghi e delle dignità spirituali”, ” il pensatore radicalmente antidemocratico che nel suo capolavoro più celebre” organizza, l’educazione, pianifica la procreazione, frena lo sviluppo economico, da norme d’eugenetica, d’urbanistica, d’agricoltura”. In Platone osserviamo, quasi in corpore vili, la struttura dello Stato organico, per di più rivitalizzato in un momento di crisi. Stato organico, Stato tradizionale, quindi, non oppressivo e arbitrario, perché quando l’organismo è ristabilito, ogni parte trova la sua funzione e la sua importanza, libera di muoversi nella sfera di sua competenza. Ognuno al suo posto, ognuno con il suo dovere — prescindendo da quale sia — ma ognuno al suo posto significa anche che “chi è superiore per rango spirituale non deve abbandonare il timone della Città. Nello Stato, come nell’uomo, c’è una parte nobile e una ignobile e giustizia vuole che sia la prima a dirigere”. Proprio questi è la giustizia come la intende Platone, il rispetto del proprio posto di combattimento e il riconoscimento che ciò che è superiore, il principio intellettuale ed eroico, si deve imporre a ciò che è inferiore, la sfera degli istinti e degli appetiti. Così nello Stato, chi incarna un principio metafisico, il filosofo-re, guida lo Stato, coadiuvato dai guerrieri. Filosofi e guerrieri costituiscono un Ordine di tipo cavalleresco-monastico, fatto di vita in comune, di rifiuto dei beni materiali e di ogni elemento individualistico, compresa la famiglia. Gli stessi filosofi non rappresentano certo i professori di filosofia; essi, nella Città platonica, vengono scelti tra i guardiani, forgiati nel fuoco della rinuncia e del coraggio e rudemente addestrati al combattimento. I filosofi, guide dello Stato, sono coloro capaci di cogliere le verità immutabili dell’essere nel divenire delle cose.

Ma soprattutto il Platone di Romualdi è il filosofo che meglio definisce il limite della democrazia, “il regime dell’incompetenza elevata a sistema dove la plebaglia spadroneggia e tutti vivono gaiamente, canagliescamente alla giornata senza proporsi un fine onorevole”. Romualdi non teme di attribuire allo Stato platonico la qualifica di totalitario, in un senso però non moderno, ma letterale, di Stato totale, organismo vivente che gerarchizza le mete e gli obiettivi in vista di un fine spirituale e che pone in basso i valori materiali. Questa gerarchla non è arbitraria, ma naturale, in quanto corrisponde alle varie nature dell’uomo - aurea, argentea e bronzea - dominate da una spiritualità decrescente. Allo Stato totale non può residuare l’arte, cui Platone assegna un ruolo educativo pena l’esclusione dalla Città, e persine l’eugenetica. Alla regola, alla misura, all’unità di stile appartiene anche la soppressione dei minorati e degli inguaribili che Romualdi ammette misure “aspre e incomprensibili” alla mentalità moderna, ma in qualche modo giustifica in nome di quell’ideale classico - che pure è stato definito “umanesimo greco” - che imponeva che alla nobiltà interiore corrispondesse un’immagine di forza e prestanza all’esterno, secondo l’ideale della kalokagathìa, ovvero dell’identità di bello e buono, dove “bello” significa forte e armonioso e “buono” valoroso e leale.

Così, il Platone che recepisce la crisi del modello aristocratico così propriamente e genuinamente greco, che ripropone il modello spartiata di Stato (proibizione della moneta e del vino, eugenetica, ginnastica femminile, pasti in comune), ci appare il combattente contro il suo tempo, “campione di una civiltà in lotta contro la morte”. Il Platone letto da Romualdi è dunque vicino, sebbene distante temporalmente, a quei combattenti della rivoluzione europea che cercarono di incarnare valori eroici, se non sacrali, ripristinando la sovranità della politica sull’economia e una nuova gerarchia dei ranghi. Così com’è loro vicino, è assolutamente lontano dal bolscevismo che, pretendendo di porre come assoluto sociale i valori più bassi dell’economia espressi dal gretto materialismo della falce e martello, si configura come l’esatto rovesciamento dell’ideale platonico. Lo Stato totale disegnato da Platone nella Repubblica, nel Politico e nelle Leggi è molto vicino ai movimenti fascisti europei e strettamente legato a quello nazista. A prescindere, infatti, dai numerosi testi che tra la fine del ‘20 e la metà del ‘30 in Germania si affrettarono a presentare Platone come Hunter des Lebens (difensore della vita), “precursore”, “nordico” e addirittura Fuhrer, Romualdi riconosce che ben difficilmente Platone si sarebbe scandalizzato dei roghi dei libri “corruttori” e delle leggi per la difesa della razza, mentre si sarebbe compiaciuto di quelle Ordensburgen, le rocche dell’Ordine, nelle quali si selezionava con dure prove fisiche e spirituali l’elite dei futuri capi e che d’altronde derivano dall’influenza platonica sulla dottrina interna delle SS. Non casualmente durante il II conflitto mondiale, molte SS portavano nello zaino la Repubblica di Platone. Un’incontestabile eredità platonica nei movimenti fascisti europei è dunque rivendicata da Romualdi che scrive: “L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che 10 regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione delle idee-forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile e bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola”.

Combattente contro il suo tempo, campione di una civiltà in lotta contro la morte. Già queste definizioni avvicinano il Platone di Romualdi a Nietzsche, del resto più volte citato nel saggio sul filosofo greco. La linea della continuità è già segnata.

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Drieu La Rochelle. Il mito dell’Europa

11 Maggio 2009 da Redazione

di A.N.S.

Questo libro, edito nel lontano 1965, poi ristampato nel 1981, ed ormai reperibile nel migliore dei casi in sbiadite fotocopie, rivelò al distratto pubblico italiano la figura di Pierre Drieu La Rochelle. A questa lacuna, aveva in parte rimediato un libro di Paul Serant (Romanticismo fascista) uscito qualche anno prima, ma fu solo con questo piccolo saggio che esplose la passione per questo “poeta maledetto” del Novecento. Contemporaneamente alla scoperta in Italia della figura del “collaborazionista” La Rochelle, in Francia cominciavano ad essere ristampati i suoi testi, come in una timida, comune, primavera del pensiero anticonformista brutalmente azzittito con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.

La Rochelle è sicuramente una personalità forte, uno scrittore dal temperamento d’acciaio, ma anche un polemista dalle grandi capacità di romanziere. Questa sua grande sensibilità fu probabilmente dovuta all’esperienza tragica nella Prima Guerra Mondiale (in cui fu ferito tre volte), e all’estrazione borghese della sua famiglia, rovinata da crisi economiche e sentimentali.

Sicuramente Drieu sapeva che non si potevano servire due “padroni”, la verità e la notorietà, scegliendo così di essere compreso bene, ma da pochi. Non a caso gli autori del libro, sottolineano la figura di questo poeta come quella del miglior Nietzsche: un’inattuale appunto, che ha lasciato fosse il fluire del tempo a dispiegare tutta la sua attualità e profeticità.

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Sono finito al tappeto [Racconto dedicato a Michele Bonaglia]

10 Maggio 2009 da Redazione

di Emilio Del Bel Belluz
E’ capitato.  Forse doveva capitare: Sono stato sconfitto io che di solito non avevo trovato avversari capaci di battermi. Ho conosciuto il tappeto un’esperienza che avrei preferito far provare sempre agli altri. Sono stato sconfitto da un pugile che ritenevo mediocre. Mio padre mi aveva sempre raccomandato di non credere alle cose facili. Il sogno dura solo un attimo. Siamo tutti legati a un’ illusione che prima o poi ci farà cadere. Io sono  stato battuto per KO alla quinta ripresa. Il sangue mi colava dalla ferita all’arcata sopracciliare destra. Ero stanco e malconcio, per quello che mi era successo. Un grande pugile disse che non c’è  solitudine più grande in un uomo caduto a terra dopo un pugno. Un altro mi raccontò che lo scrittore Stevenson aveva descritto in un suo libro questo momento. Udivo la gente che mi fischiava, la stessa gente che fino a pochi minuti prima mi applaudiva. Le donne per il mio fisico stravedevano. Ma ora che ero stato sconfitto… Era come se avessi scritto la mia vita in una lavagna e avessi cancellato tutto.  Eppure avevo fatto tante cose  belle e avevo  fiducia in me stesso. Osservavo i miei avversari quando cadevano a terra sotto i miei pugni, e mi chinavo su di loro per aiutarli. Ora nessuno aveva pietà di me che ero al tappeto. Io ero il più forte: cento chili di muscoli e di forza, ma ora ero là disteso e non riuscivo  ad alzarmi.  Sono a terra colpito come un albero da un fulmine o come sotto un colpo di scure del boscaiolo.  L’arbitro mi conta e vedo le sue mani davanti al mio viso come se lui fosse il maestro che mi insegna a contare. Vedo le sue dita uscire dalla mano, e vedo pure all’anulare il suo anello. Penso che fino a pochi istanti prima ero un uomo vero, e ora  soltanto un uomo sconfitto, un disperato. L’arbitro continua la conta ed ora  vedo la nebbia : non sono ancora in grado di alzarmi. Il  mio avversario si avvicina e mia aiuta, questo suo gesto di cameratismo mi ferisce. Ancora penso a quelli che ho mandato al tappeto, mettendoli nella stessa mia condizione e provo pietà per loro. L’avversario mi tiene in piedi. Ho solo la forza di ringraziarlo, anche se mi costa.  Il suo gesto mi ha ridato forza. La folla continua a fischiarmi. Quella gente che io amavo e che voleva che io battessi questo colosso di due metri che mi ha steso con un colpo che non ho visto. Sono stato sconfitto.  E’ la prima sconfitta della mia carriera.Un segno rosso è stato tracciato sul mio quaderno. Mi sento come uno studente che è stato punito  con una bocciatura  che non ha meritato. Tutto mi appare lontano, tutti mi hanno lasciato solo. Sono solo e questa solitudine mi pesa. Ho avuto l’abbraccio del mio avversario al quale ho consegnato il titolo europeo dei pesi massimi. Ho sentito quel colpo soltanto   quando lo avevo addosso.

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