La plutocrazia egualitaria

26 Novembre 2009 da Redazione

di Luca Lionello Rimbotti

La grande truffa della politica moderna consiste essenzialmente nel rappresentare con paludamenti democratici ed egualitari ciò che invece è, con ogni evidenza, un sistema dominato da un’associazione privata esclusivista, che considera la politica il terreno in cui si difendono i privilegi di casta. L’incredibile trucco funziona, poiché viene fatto in faccia a popoli ormai da molti decenni devitalizzati e progressivamente privati della facoltà di guardare negli occhi il potere e di spogliarlo dei suoi falsi rivestimenti di giustizia. La suddivisione planetaria tra una setta padronale e una moltitudine di chandala, mantenuti estranei ad ogni accesso al decisionismo, è l’ultima parola di ciò che viene definito genericamente col termine di “liberalismo”.

Alle origini della nostra civiltà, ad esempio in Grecia, l’uguaglianza come teorema a-priori dell’indifferenziato, semplicemente non esisteva. Esisteva qualcosa che era il suo contrario: il concetto di democrazia, del tutto opposto a quello di rappresentanza parlamentare di stampo anglosassone quale è prevalso in Occidente. Esso implicava l’idea di eguaglianza di stirpe tra simili, omogenei in cultura, origini, tradizioni, destino. La democrazia diretta, partecipativa ed acclamatoria, puntava non all’eguaglianza come utopia ideale astratta, quindi mai applicabile nella pratica, ma piuttosto alla concreta e reale isonomìa, cioè al mantenimento di quel reticolo di diritti e doveri reciproci che fondavano il legame sociale, la comunità. All’interno della quale, i cittadini si vedevano garantita un’eguale ripartizione di onori e oneri. L’isonomìa è la deposizione nel mezzo della comunità – simbolicamente rappresentato dall’agorà – di ogni individualità, che si deve estinguere nel passaggio alla partecipazione pubblica: si voleva rappresentare, allegoricamente e di fatto, la rinuncia da parte di ogni cittadino del proprio “particolare”, un liberarsi del fardello dell’interesse privato. Questo atto garantiva l’elevazione alla dimensione comunitaria, il luogo dove si celebrava la democrazia vera, il governo del popolo per il popolo.

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Iran: contestazione in controluce

12 Ottobre 2009 da Redazione

Articolo che, anche se “datato” rispetto a fatti avvenuti qualche tempo fa, da’ buoni spunti di riflessione. Buona lettura.

Domanda: qual è quel paese dove i ragazzini impazziscono per video-telefonini e social network alla Face Book, dove uomini e donne esprimono insieme e segretamente il loro diritto al voto, e dove l’autorità politica convive pacificamente con quella religiosa…? L’Italia? No: è l’Iran. Proprio così: se pensavate che l’Iran fosse il centro dell’oscurantismo religioso più oltranzista, ove lo stato volutamente mantiene la sua popolazione nella povertà e nell’ignoranza, o la nazione coi maggiori divieti illiberali, beh allora dovreste ricredervi. Ma in questi momenti convulsi non v’è tempo di parlare dell’Iran così com’è. Infatti, non manca giorno in cui telegiornali e quotidiani ci ricordino della triste vicenda dei “rivoluzionari” iraniani: picchiati, arrestati, deportati, fatti scomparire. Ogni giorno veniamo investiti da una quantità di particolari – spesso terribili come i fermo immagine su di una donna che muore in strada – atti a descriverci nei minimi dettagli cosa sta avvenendo a migliaia di kilometri di distanza dalla tranquilla e democratica civiltà occidentale di casa nostra.

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Il pugile del fiume

14 Giugno 2009 da Redazione

LA STORIA DI UN TRAGHETTATORE

di Emilio Del Bel Belluz
Ho scritto la storia di un personaggio che visse lungo il fiume Livenza. Era un traghettatore. Si trattava di un gigante dai muscoli possenti. A vederlo faceva una certa impressione, con i suoi due metri di altezza e il fisico possente, fattosi grazie a una vita molto attiva. Ogni giorno doveva traghettare da un lato all’altro dell’argine, le persone che rientravano dal lavoro. Aveva venticinque anni, una moglie e quattro figli. Abitava a poche centinaia di metri dal posto dove lavorava. Paolo era il suo nome. Si riteneva un uomo felice. La moglie Donatella a mezzogiorno gli portava un ricco pranzo. Disponeva le vivande sotto una piccola pergola, dove c’era un tavolo molto grande e funzionale. Durante quella sosta Donatella approfittava per parlare con Paolo. Era una gioia per lui averla accanto in quei momenti di pace e gli sembrava che il fluire della vita fosse più semplice. Dopo aver mangiato abbondantemente si deliziava a fumare la pipa. Usava un tabacco straniero che ogni tanto gli portava un suo paesano che andava in Austria a rifornirsi. Donatella gli parlava dei suoi lavori domestici e dei figli che le davano un grande lavoro.

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Adriano Romualdi filosofo

25 Maggio 2009 da Redazione

di Rodolfo Sideri
La riflessione fìlosofica di Adriano Romualdi si concentra essenzialmente nelle opere dedicate a Platone, Nietzsche ed Evola. Tre nomi per un itinerario spirituale certo non casuale, legato da un’intima coerenza, ma soprattutto da un elemento che Adriano Romualdi considerò fondamentale per ravvivare e riavviare, in forma moderna, ciò che costituisce l’asse centrale di un’ordinata vita associata: la gerarchia degli spiriti e dei ranghi.
Adriano Romualdi filosofo, infatti, è alla costante ricerca di quegli elementi che fondino il concetto di gerarchia. Per questo egli sceglie come figure paradigmatiche tre spiriti aristocratici e profondamente antidemocratici che in qualche modo lavorano — chi più chi meno scientemente -nella direzione che Romualdi considera compito precipuo di una destra politica: la restaurazione dell’ordine. Come chiarisce nell’introduzione al Platone, non si tratta di difendere questo o quell’ordine politico contingente, “ma l’immutabile gerarchia dei poteri spirituali dell’individuo e dello Stato che vede in alto quelli ascetici, eroici e politici e in basso quelli meramente economici ed amministrativi”. Ci troviamo, dunque, all’interno di quella lotta che le ultime élites politiche hanno combattuto e perduto nel 1945. Platone, Nietzsche, Evola possono costituire agli occhi di Adriano, tre luci orientanti, politicamente ed esistenzialmente, l’uomo nell’età oscura dell’Occidente.
Platone rappresenta “l’aristocratico di sangue divino, l’assertore della dura selezione dei migliori, il profeta delle élites dei sapienti e dei guerrieri”. Ed egli può orientare l’azione nel kali-yuga del mondo moderno, non certo per il modello di costituzione che propugna, legato ai suoi tempi - e Adriano Romualdi sa troppo bene che la Tradizione non è immobilismo o cieco conservatorismo. Il Piatone che Adriano ci trasmette è il filosofo che sa che pensiero e azione sono due diverse modulazioni di una medesima nota, volta a restituire armonia al mondo, secondo il principio greco di kòsmos (ordine). Come scrive lo stesso Platone nella autobiografica VII lettera: “mi vergognavo moltissimo di potere apparire di fronte a me stesso come un uomo capace solo di parole e che mai mette mano di sua volontà ad alcuna opera”. Il concetto di ordine è fondamentale in Platone e perciò Adriano vede il lui “l’assertore del concetto di Stato inteso come ordine dei ranghi e delle dignità spirituali”, ” il pensatore radicalmente antidemocratico che nel suo capolavoro più celebre” organizza, l’educazione, pianifica la procreazione, frena lo sviluppo economico, da norme d’eugenetica, d’urbanistica, d’agricoltura”. In Platone osserviamo, quasi in corpore vili, la struttura dello Stato organico, per di più rivitalizzato in un momento di crisi. Stato organico, Stato tradizionale, quindi, non oppressivo e arbitrario, perché quando l’organismo è ristabilito, ogni parte trova la sua funzione e la sua importanza, libera di muoversi nella sfera di sua competenza. Ognuno al suo posto, ognuno con il suo dovere — prescindendo da quale sia — ma ognuno al suo posto significa anche che “chi è superiore per rango spirituale non deve abbandonare il timone della Città. Nello Stato, come nell’uomo, c’è una parte nobile e una ignobile e giustizia vuole che sia la prima a dirigere”. Proprio questi è la giustizia come la intende Platone, il rispetto del proprio posto di combattimento e il riconoscimento che ciò che è superiore, il principio intellettuale ed eroico, si deve imporre a ciò che è inferiore, la sfera degli istinti e degli appetiti. Così nello Stato, chi incarna un principio metafisico, il filosofo-re, guida lo Stato, coadiuvato dai guerrieri. Filosofi e guerrieri costituiscono un Ordine di tipo cavalleresco-monastico, fatto di vita in comune, di rifiuto dei beni materiali e di ogni elemento individualistico, compresa la famiglia. Gli stessi filosofi non rappresentano certo i professori di filosofia; essi, nella Città platonica, vengono scelti tra i guardiani, forgiati nel fuoco della rinuncia e del coraggio e rudemente addestrati al combattimento. I filosofi, guide dello Stato, sono coloro capaci di cogliere le verità immutabili dell’essere nel divenire delle cose.

Ma soprattutto il Platone di Romualdi è il filosofo che meglio definisce il limite della democrazia, “il regime dell’incompetenza elevata a sistema dove la plebaglia spadroneggia e tutti vivono gaiamente, canagliescamente alla giornata senza proporsi un fine onorevole”. Romualdi non teme di attribuire allo Stato platonico la qualifica di totalitario, in un senso però non moderno, ma letterale, di Stato totale, organismo vivente che gerarchizza le mete e gli obiettivi in vista di un fine spirituale e che pone in basso i valori materiali. Questa gerarchla non è arbitraria, ma naturale, in quanto corrisponde alle varie nature dell’uomo - aurea, argentea e bronzea - dominate da una spiritualità decrescente. Allo Stato totale non può residuare l’arte, cui Platone assegna un ruolo educativo pena l’esclusione dalla Città, e persine l’eugenetica. Alla regola, alla misura, all’unità di stile appartiene anche la soppressione dei minorati e degli inguaribili che Romualdi ammette misure “aspre e incomprensibili” alla mentalità moderna, ma in qualche modo giustifica in nome di quell’ideale classico - che pure è stato definito “umanesimo greco” - che imponeva che alla nobiltà interiore corrispondesse un’immagine di forza e prestanza all’esterno, secondo l’ideale della kalokagathìa, ovvero dell’identità di bello e buono, dove “bello” significa forte e armonioso e “buono” valoroso e leale.

Così, il Platone che recepisce la crisi del modello aristocratico così propriamente e genuinamente greco, che ripropone il modello spartiata di Stato (proibizione della moneta e del vino, eugenetica, ginnastica femminile, pasti in comune), ci appare il combattente contro il suo tempo, “campione di una civiltà in lotta contro la morte”. Il Platone letto da Romualdi è dunque vicino, sebbene distante temporalmente, a quei combattenti della rivoluzione europea che cercarono di incarnare valori eroici, se non sacrali, ripristinando la sovranità della politica sull’economia e una nuova gerarchia dei ranghi. Così com’è loro vicino, è assolutamente lontano dal bolscevismo che, pretendendo di porre come assoluto sociale i valori più bassi dell’economia espressi dal gretto materialismo della falce e martello, si configura come l’esatto rovesciamento dell’ideale platonico. Lo Stato totale disegnato da Platone nella Repubblica, nel Politico e nelle Leggi è molto vicino ai movimenti fascisti europei e strettamente legato a quello nazista. A prescindere, infatti, dai numerosi testi che tra la fine del ‘20 e la metà del ‘30 in Germania si affrettarono a presentare Platone come Hunter des Lebens (difensore della vita), “precursore”, “nordico” e addirittura Fuhrer, Romualdi riconosce che ben difficilmente Platone si sarebbe scandalizzato dei roghi dei libri “corruttori” e delle leggi per la difesa della razza, mentre si sarebbe compiaciuto di quelle Ordensburgen, le rocche dell’Ordine, nelle quali si selezionava con dure prove fisiche e spirituali l’elite dei futuri capi e che d’altronde derivano dall’influenza platonica sulla dottrina interna delle SS. Non casualmente durante il II conflitto mondiale, molte SS portavano nello zaino la Repubblica di Platone. Un’incontestabile eredità platonica nei movimenti fascisti europei è dunque rivendicata da Romualdi che scrive: “L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che 10 regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione delle idee-forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile e bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola”.

Combattente contro il suo tempo, campione di una civiltà in lotta contro la morte. Già queste definizioni avvicinano il Platone di Romualdi a Nietzsche, del resto più volte citato nel saggio sul filosofo greco. La linea della continuità è già segnata.

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Drieu La Rochelle. Il mito dell’Europa

11 Maggio 2009 da Redazione

di A.N.S.

Questo libro, edito nel lontano 1965, poi ristampato nel 1981, ed ormai reperibile nel migliore dei casi in sbiadite fotocopie, rivelò al distratto pubblico italiano la figura di Pierre Drieu La Rochelle. A questa lacuna, aveva in parte rimediato un libro di Paul Serant (Romanticismo fascista) uscito qualche anno prima, ma fu solo con questo piccolo saggio che esplose la passione per questo “poeta maledetto” del Novecento. Contemporaneamente alla scoperta in Italia della figura del “collaborazionista” La Rochelle, in Francia cominciavano ad essere ristampati i suoi testi, come in una timida, comune, primavera del pensiero anticonformista brutalmente azzittito con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.

La Rochelle è sicuramente una personalità forte, uno scrittore dal temperamento d’acciaio, ma anche un polemista dalle grandi capacità di romanziere. Questa sua grande sensibilità fu probabilmente dovuta all’esperienza tragica nella Prima Guerra Mondiale (in cui fu ferito tre volte), e all’estrazione borghese della sua famiglia, rovinata da crisi economiche e sentimentali.

Sicuramente Drieu sapeva che non si potevano servire due “padroni”, la verità e la notorietà, scegliendo così di essere compreso bene, ma da pochi. Non a caso gli autori del libro, sottolineano la figura di questo poeta come quella del miglior Nietzsche: un’inattuale appunto, che ha lasciato fosse il fluire del tempo a dispiegare tutta la sua attualità e profeticità.

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Sono finito al tappeto [Racconto dedicato a Michele Bonaglia]

10 Maggio 2009 da Redazione

di Emilio Del Bel Belluz
E’ capitato.  Forse doveva capitare: Sono stato sconfitto io che di solito non avevo trovato avversari capaci di battermi. Ho conosciuto il tappeto un’esperienza che avrei preferito far provare sempre agli altri. Sono stato sconfitto da un pugile che ritenevo mediocre. Mio padre mi aveva sempre raccomandato di non credere alle cose facili. Il sogno dura solo un attimo. Siamo tutti legati a un’ illusione che prima o poi ci farà cadere. Io sono  stato battuto per KO alla quinta ripresa. Il sangue mi colava dalla ferita all’arcata sopracciliare destra. Ero stanco e malconcio, per quello che mi era successo. Un grande pugile disse che non c’è  solitudine più grande in un uomo caduto a terra dopo un pugno. Un altro mi raccontò che lo scrittore Stevenson aveva descritto in un suo libro questo momento. Udivo la gente che mi fischiava, la stessa gente che fino a pochi minuti prima mi applaudiva. Le donne per il mio fisico stravedevano. Ma ora che ero stato sconfitto… Era come se avessi scritto la mia vita in una lavagna e avessi cancellato tutto.  Eppure avevo fatto tante cose  belle e avevo  fiducia in me stesso. Osservavo i miei avversari quando cadevano a terra sotto i miei pugni, e mi chinavo su di loro per aiutarli. Ora nessuno aveva pietà di me che ero al tappeto. Io ero il più forte: cento chili di muscoli e di forza, ma ora ero là disteso e non riuscivo  ad alzarmi.  Sono a terra colpito come un albero da un fulmine o come sotto un colpo di scure del boscaiolo.  L’arbitro mi conta e vedo le sue mani davanti al mio viso come se lui fosse il maestro che mi insegna a contare. Vedo le sue dita uscire dalla mano, e vedo pure all’anulare il suo anello. Penso che fino a pochi istanti prima ero un uomo vero, e ora  soltanto un uomo sconfitto, un disperato. L’arbitro continua la conta ed ora  vedo la nebbia : non sono ancora in grado di alzarmi. Il  mio avversario si avvicina e mia aiuta, questo suo gesto di cameratismo mi ferisce. Ancora penso a quelli che ho mandato al tappeto, mettendoli nella stessa mia condizione e provo pietà per loro. L’avversario mi tiene in piedi. Ho solo la forza di ringraziarlo, anche se mi costa.  Il suo gesto mi ha ridato forza. La folla continua a fischiarmi. Quella gente che io amavo e che voleva che io battessi questo colosso di due metri che mi ha steso con un colpo che non ho visto. Sono stato sconfitto.  E’ la prima sconfitta della mia carriera.Un segno rosso è stato tracciato sul mio quaderno. Mi sento come uno studente che è stato punito  con una bocciatura  che non ha meritato. Tutto mi appare lontano, tutti mi hanno lasciato solo. Sono solo e questa solitudine mi pesa. Ho avuto l’abbraccio del mio avversario al quale ho consegnato il titolo europeo dei pesi massimi. Ho sentito quel colpo soltanto   quando lo avevo addosso.

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Aiuti per l’Abruzzo. Aggiornamenti

15 Aprile 2009 da Redazione

Resoconto prima spedizione di materiali (14.04.09)

Ci siamo. Chiediamo il contributo di tutti, e siamo sicuri che non vi tirerete indietro. Momenti come questi servono per dare dimostrazione di solidarietà e concretezza massima. Aspettiamo i vostri aiuti. Invitiamo tutti a passare dai nostri locali che fungeranno da centro di raccolta. La consegna dei materiali è urgente e sarà diretta: verranno infatti portati - tramite un nostro amico, de l’Aquila e coordinatore per alcune zone non ancora raggiunte dalla Protezione Civile - a persone che ancora non hanno una tenda e che non possono lasciare i loro paesi dove sono nati e cresciuti.
Il nostro contributo sarà doppio: raccolta materiali e vestiario, e contemporaneamente raccolda fondi per la ricostruzione.

 

RACCOLTA MATERIALI

COSA PORTARE:
In base alle regole della protezione civile, tutto il materiale di abbigliamento deve essere nuovo.

  • INTIMO (mutande, calzini, canottiere)
  • ALIMENTI (non deperibili!)
  • ABBIGLIAMENTO UOMO/DONNA (tute, scarpe, maglioni)
  • PRODOTTI IGIENE (pannolini, assorbenti, detergenti)
  • PRODOTTI DI CONSUMO (piatti, bicchieri, posate di plastica)
  • STUFE (e altri tipi di riscaldamento elettrico)
  • DORMIRE (lenzuola, coperte, sacchi a pelo, lettini, materassi, tende)

 

QUANDO:

  • Tutti i giorni, tranne la Domenica: 10-13 16-20.

 

DOVE:

  • Associazione Culturale RAIDO - Via Scire’ 21-23 - Roma (Quartiere Nomentano-Africano).

 

 

RACCOLTA FONDI – DONAZIONI

COME DONARE:

  • CONTO CORRENTE POSTALE: ccp numero 91254003 intestato a: “Associazione Culturale Raido - Via Scirè 19, 00199 Roma”, causale: AIUTO TERREMOTO
  • POSTEPAY: con una ricarica online o presso qualsiasi ufficio postale. Numero: 4023 6004 6588 3256 - Intestatario: Carlo Di Febo
  • PAYPAL: dal sito www.paypal.it, mediante carta di credito, destinatario del pagamento kilkennyboy@gmail.com (specificare causale della donazione)
  • BUSSOLOTTO: abbiamo allestito un bussolotto presso i locali dell’associazione per raccogliere donazioni direttamente in sede.

Comunità Militante RAIDO

Da Platinette e Luxuria al caso Povia - relativismo sessuale e moderne parodie dell’androgino primordiale

12 Aprile 2009 da Redazione

Lo scorso 17 marzo si è consumato, negli studi della nota trasmissione “Porta a Porta” di Bruno Vespa, l’ultimo capitolo (almeno fino ad ora) della triste vicenda relativa alla canzone “Luca era gay”, presentata da Giuseppe Povia all’ultimo festival di Sanremo.   Come si ricorderà, il cantante è stato fatto oggetto di accuse, insulti e persino minacce di morte per aver presentato questa canzone, che racconta la storia di un uomo che, dopo aver intrapreso una vita da omosessuale anche a causa di irrisolti problemi di relazione con i suoi genitori fin dall’infanzia, una volta comprese le ragioni sottese alla sua iniziale tendenza, torna alla sua dimensione di eterosessuale, incontra la donna che riesce a trasformarlo e diventa anche padre. Una storia come tante altre, descritta in una canzone, in cui non c’è nessuna offesa o insulto al mondo omosessuale, tanto che lo stesso Povia, quasi a voler prevenire qualsiasi polemica, nel testo della canzone dice espressamente: “questa è la mia storia/solo la mia storia/nessuna malattia/nessuna guarigione”.

Ma non c’è stato modo di placare le furiose polemiche artatamente e sapientemente messe in piedi e guidate da Franco Grillini, leader storico del movimento omosessuale in Italia. Polemiche insulse ed insopportabili, condotte con tale astio e pervicacia da spingere di fatto gli organizzatori del festival a procedere ad un doppio intervento “riparatore”, nella serata finale della manifestazione canora. Dapprima si è affidato al solito Roberto Benigni il compito di fare un omaggio “colto” al mondo omosessuale, sfociato nella recitazione del contenuto di una lettera di Oscar Wilde al suo amato; omaggio che, ovviamente, ha riscosso i puntuali consensi del cosiddetto mondo della “cultura” e degli pseudo-intellettuali di sinistra. In seconda battuta, si è poi concesso allo stesso Grillini, presente fra il pubblico in sala, di prendere la parola per un ulteriore intervento polemico culminato in uno sfogo finale: “Impara, Povia, cos’è la vera felicità!”, con riferimento alla presunta infelicità che Povia, con la sua canzone, ricollegherebbe alla condizione di omosessuale. Il tutto senza dare, ovviamente, al cantante la possibilità di replicare.

Verrebbe da chiedersi dove sia finita la tutela della tanto sbandierata “libertà dell’artista”, che si invoca evidentemente solo quando fa comodo. Si potrebbe pensare a cosa sarebbe successo se la canzone avesse parlato di un cambiamento di un eterosessuale che si scopre gay o bisessuale: si sarebbe salutato il tutto come un elegante esempio di progressismo “polically correct”. Salvo poi, in caso di probabili reazioni contrarie ad esempio da parte della Chiesa, alzare il solito polverone per difendere la “dignità dell’artista” e la” laicità dello Stato” contro gli attacchi clericali.

La triste verità è che la fantomatica “democrazia” esiste solo a parole, perché se qualcuno si azzarda a criticare, o anche soltanto a mettere in dubbio i dogmi laicisti del pensiero unico moderno (cosa che, peraltro, nel caso in esame neppure è avvenuta), viene puntualmente additato e condannato alla pubblica gogna. La “libertà di pensiero e di parola” sono solo una farsa: se ci si allinea bene, altrimenti si deve tacere e, possibilmente, scusarsi.

A distanza di circa un mese, come si accennava, la vicenda ha trovato una ulteriore appendice, come se non fosse bastato tutto quello che era già successo, in una puntata di “Porta a porta”, dove Bruno Vespa ha ritenuto necessario tornare ancora sull’argomento. Puntata che, peraltro, è stata di nuovo fortemente criticata dallo stesso mondo gay e dei pensatori di sinistra, convinti che si sia trattato di un altro tentativo di esaltare l’omofobia. Vespa ha come al solito organizzato due “fronti” contrapposti, invitando per il polo “progressista”, oltre a franco Grillini, anche un insegnante universitario di sessuologia, gli attori Claudia Gerini e Luca Argentero, e l’immancabile Barbara Pollastrini, cofirmataria con Rosy Bindi della proposta di legge per l’istituzione dei DICO in Italia. Dall’altra parte, Povia, affiancato dallo psicanalista Giancarlo Ricci, dal leghista Bricolo e da Rocco Buttiglione, il più criticato per le sue posizioni oltranziste e, come si ricorderà, bocciato tempo fa dalla Commissione Europea per le sue idee in materia (altro felice esempio di come si tutela la fantomatica “libertà di pensiero”).

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Chateaubriand

5 Aprile 2009 da Redazione

Sfoglio dei libri fra gli scaffali di una grande libreria romana, uno di quei luoghi in cui non hai mai la percezione di trovare la lettura giusta ma, fra agendine, calendari e dvd, ti chiedi come si possa finanziare dei “progetti editoriali” di personaggi quanto mai ambigui.
Le novità e le ultime mode mai le ho guardate, fuggo dalle loro vetrine piene di luci: sarò forse rigido ma ho sempre pensato che le vere perle si nascondano, si rendano difficilmente reperibili. Forse una copia, impolverata, magari usata. In una libreria fuori dai perfidi intrighi commerciali, un po’ fumosa, con la moquette anni ‘70.
Così distrattamente e senza molta convinzione trovo un libro dal titolo poco originale: Aforismi, la casa editrice nemmeno la ricordo.
Una frase per pagina e una foto dell’autore. Ecco Freud, Epicuro, poi Gandhi e ancora Terzani. La raccolta non tradisce le attese.
Ma forse l’ultima frase mi colpisce e la rileggo con attenzione:
Le Foreste a precedere le Civiltà, i Deserti a seguire.
Forse proprio queste parole che cominciano con la lettera maiuscola mi colpiscono.
Prima di informarmi sull’autore, rifletto che è verità ciò che è detto lì, in breve, ma sufficiente. Secondo una visione ciclica, infatti, tutto è destinato alla Rovina, alla Morte, al Deserto, per poi tornare a risplendere in un nuovo Ciclo, una nuova Età di Sole e Vittoria. E in mezzo la Civiltà, l’Uomo, che da degno compagno degli dei nell’età dell’oro perde poi pian piano la sua dimensione superiore diventando “umano, troppo umano”,  rinnegando Dio e le sue origini. Ecco il deserto.

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La nascita dello Stato d’Israele

16 Febbraio 2009 da Redazione

Controstoria di un’invasione
Tratto da Minas Tirith - Febbraio 2009
Gli alibi e gli inganni dei vincitori per coprire la verità sono sempre uguali: solo dopo 60 anni si celebra il ricordo di quei caduti finora nascosti e diffamati dalla sinistra comunista, che aveva accuratamente impedito che si raccontasse la storia delle foibe e degli esuli istriani, dalmati e fiumani. Nessuno doveva sapere che 300.000 persone avevano dovuto lasciare le loro case, che circa 16.000 erano state gettate nelle foibe dai partigiani slavi del maresciallo Tito, sostenuti da partigiani italiani e PCI. Civili, vittime innocenti di uno sterminio e di un’occupazione, colpevoli solo di incarnare una scomoda verità: quell’alito di libertà che, secondo “l’Unità”, portavano con se gli eserciti slavi era piuttosto un vento di morte. Oggi, invece, parliamo di un popolo, quello palestinese, che da un secolo lotta e subisce tutto ciò ma ancora non ha conosciuto la parola giustizia; è rimasto vittima di quella trappola per cui chi è sconfitto è cattivo, punto e basta. Vorremmo dirvi di massacri come quello di Sabra e Shatila (più di 2000 abitanti uccisi a freddo), raccontarvi dell’Intifada (la guerra dei carri contro le pietre), dell’ideologia razzista, degli spropositati finanziamenti americani, in denaro o armi. Ma, prima, meglio parlarvi del contesto; partiamo perciò dal principio, buona abitudine che i giornalisti ormai tralasciano.

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