Azione Tradizionale » Dottrina

L’ascesi del cuore. Considerazioni sulla donna come “via” di realizzazione [Dottrina]

4 Febbraio 2012 da svizzero

La società moderna, senza elencare le fasi che ne hanno scaturito l’origine, ci sta definitivamente portando alla totale omogeneizzazione. Specialmente nel campo sessuale. L’uguaglianza non può esistere e mai esisterà, contrariamente alla pari dignità.
All’uomo e alla donna sono assegnate, in tutte le società tradizionali, a partire dalla decadenza dello stato androginico primordiale, rispettivamente due polarità complementari: quella attiva e quella passiva. Se l’uomo, in senso assoluto, si può identificare simbolicamente col Sole, immobile e brillante di luce propria, la donna alla Luna, che illumina l’umanità con la luce riflessa dal primo e che quindi, per arrivare a questa Luce, ne diviene il tramite principale.

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Introduzione a “La crisi del mondo moderno”, di Julius Evola

28 Gennaio 2012 da svizzero

Diremo soltanto che quello in questione è un testo fondamentale, imprescindibile, per chiunque voglia condurre oggi una (reale) battaglia contro il mondo moderno. Come pochi altri, infatti, Guénon riesce a elaborare con chiarezza e assoluta ortodossia, le linee guida per un’autentica “rivoluzione” di contro alla sovversione ed al cancro modernista. Di seguito l’introduzione di Julius Evola che accompagna lo scritto di Guénon.

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La depressione, moderna malattia dell’anima [Dottrina]

22 Gennaio 2012 da svizzero

Purtroppo oggi spesso si sente di persone che, in seguito ad un dispiacere, ad una delusione, o talvolta senza alcun apparente motivo cadono in depressione. I tempi si fanno difficili, l’aria è tesa e purtroppo questo fenomeno si presenta sempre più spesso. Chi prova la depressione la descrive come uno stato generale di assenza di volontà: ci si immerge in una dimensione ove regna l’inazione, la passività, l’abulia. Non c’è voglia di affrontare non il mondo, ma le semplici piccole sfide quotidiane dandosi automaticamente, a priori, per vinto, senza che questa condizione generi volontà di riscatto. Si è totalmente in preda degli eventi. Terribili le testimonianze di chi dice “ci si sente la morte dentro”. E spesso queste persone, con “la morte dentro”, decidono purtroppo di farla finita. La depressione infatti, dottrinariamente, si identifica come uno “sviluppo” (se così possiamo dire) eccessivo delle qualità più inferiori dell’essere: quelle dell’immobilità, della statiticità, che simbolicamente vanno verso il basso (nell’antica India gli fu dato il nome di Tamas ed era questa la qualità che determinava l’appartenenza alle caste più basse).

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“Realismi Socialisti”: bilancio di una mostra vista «da Destra»

15 Gennaio 2012 da svizzero

Si è conclusa l’8 Gennaio l’acclamata mostra dal titolo “Realismi Socialisti” che ha raccolto e portato in Italia sessantasei tele di grande formato realizzate tra il 1920 e il 1970 da artisti sconosciuti in occidente, ma anche da maestri già protagonisti dell’avanguardia russa. Una mostra annunciata entusiasticamente da molti critici d’arte come il passaggio dalla propaganda all’arte, che non avrebbe presentato solo opere “kitsch di regime” ma molte ispirazioni e arte di qualità, volendo così superare il pregiudizio storico verso queste opere sorte all’ombra del socialismo reale.
Noi alla mostra ci siamo stati. E i dubbi, nonostante quanto elogiato dai critici d’arte, restano. Non solo perchè la mostra si è rivelata l’occasione per tanti sfigati nostalgici vetero-comunisti (che, detto per inciso, tanto “proletari” - come i soggetti dei quadri da loro apprezzati - non erano mica…) per farsi un pomeriggio in compagnia dei tanti miti del comunismo che non hanno (evidentemente) mai vissuto. Magari trattendo a stento qualche lacrimuccia…
Fatta questa valutazione tutta “antropologica”, resta da smontare il “realismo socialista” così com’è: cioè come forma d’arte, ma soprattutto come forma mentis che corrisponde all’uomo edificato dal marxismo. Lasciamo quindi spazio al commento di Julius Evola che in uno scritto di rara reperibilità chiarisce in sintesi il nocciolo del problema.

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Il fascio littorio nell’Antica Roma (III parte)

14 Gennaio 2012 da svizzero

Pubblichiamo la terza ed ultima parte di questo breve studio sul fascio littorio nell’antica Roma. Nonostante Reghini non rappresenti uno dei nostri punti di riferimento e nonostante alcune posizioni da cui dissentiamo rispetto al presente articolo (es. esistenza di una molteplicità di differenze tra Roma e gli etruschi; provenienza non etrusca del principio dell’imperium e del fascio littorio a Roma; etc.) riteniamo vi siano all’interno degli spunti di riflessione comunque interessanti.Per chi avesse perso le due precedenti parti, basterà cliccare qui (I PARTE ; II PARTE).

di Arturo Reghini

Questa connessione del numero dodici con la “grande opera” della tradizione ermetica conduce a qualche osservazione in proposito.

Una delle rappresentazioni della pietra filosofale è fornita dal cubo, cui corrisponde in una tradizione affine la “pietra cubica della maestria” della “grande opera”. Ora il cubo è un poliedro regolare, che ha dodici spigoli e che ha la singolare proprietà di potere riempire tutto lo spazio senza lasciare vuoti. Infatti, come è facile verificare, si possono disporre adiacenti alle sei facce di un cubo altri sei cubi eguali e così via procedendo, in modo che ad ogni cubo ne siano adiacenti altri sei; ed, immaginando di spingersi oltre ogni limite, lo spazio viene tutto riempito da questi cubi. Nel simbolismo geometrico ogni pietra cubica è così atta ad occupare perfettamente il suo posto nel Tempio. Continua a leggere »

Il fascio littorio nell’Antica Roma (II parte)

8 Gennaio 2012 da svizzero

Continuiamo con la pubblicazione della seconda parte di uno studio di Arturo Reghini sul fascio littorio. Nonostante Reghini non rappresenti uno dei nostri punti di riferimento e nonostante alcune posizioni da cui dissentiamo rispetto al presente articolo (es. esistenza di una molteplicità di differenze tra Roma e gli etruschi; provenienza non etrusca del principio dell’imperium e del fascio littorio a Roma; etc.) riteniamo vi siano all’interno degli spunti di riflessione comunque interessanti.

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Il fascio littorio nell’Antica Roma (I parte)

31 Dicembre 2011 da svizzero

Pubblichiamo la prima parte di uno studio di Arturo Reghini sul fascio littorio. Nonostante Reghini non rappresenti uno dei nostri punti di riferimento e nonostante alcune posizioni da cui dissentiamo rispetto al presente articolo (es. esistenza di una molteplicità di differenze tra Roma e gli etruschi; provenienza non etrusca del principio dell’imperium e del fascio littorio a Roma; etc.) riteniamo vi siano all’interno degli spunti di riflessione comunque interessanti. A breve pubblicheremo anche la seconda e la terza parte di questo scritto.

«Nel linguaggio del diritto pubblico romano, dice il Dizionario Epigrafico di Antichità Romane di Ettore De Roggiero (1922, pag. 37), fasces sono quei mazzi o fastelli composti di una scure (securis) e di più vimini o bacchette (virgae) legati insieme da una correggia, secondo la notizia di Lydus (De Mag. I, 32) di color rosso, e che servivano come insegna propria soprattutto dei magistrati superiori». II nome fasces, il cui significato originale etimologico appare ancora nell’italiano fascio e fascina, sta ad indicare il carattere fondamentale di questo simbolo, ossia il legame e l’unione delle varie verghe del fascio in una unità cui compete l’imperio della giustizia rappresentato dalle verghe.

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L’Arte di comandare

6 Luglio 2011 da Redazione

Come essere un buon leader?*

di Antonio Medrano

Poche epoche hanno avuto così tanto bisogno di buoni leaders come quella in cui attualmente viviamo, interessata da una grave crisi e scossa da pressanti problemi di ogni tipo.
Ma anche poche sono state così digiune di autentica autorità, così prive di dirigenti come Dio comanda. Non si può certo dire che i buoni leaders, gli autentici dirigenti, abbondino ai nostri giorni, sebbene siano in tanti a mirare ad esserlo o pretendano di essere dei capi geniali.
Oggigiorno chiunque esige di essere a capo di qualcosa, detenere qualche porzione di potere, dirigere quel che sia, comunque sia; soprattutto, è chiaro, per gratificarsi, presumere e sentirsi importanti, in una parola, per soddisfare il proprio io. Perfino l’ultima scimmia si crede un leader nato, autorizzato ad assumere un incarico direttivo, condurre masse, mettersi alla guida di un partito politico, dirigere grandi imprese o organizzare una rivoluzione. Pochi sono, indubbiamente, coloro che si chiedono seriamente se presentano le condizioni per svolgere il duro e difficile compito di leader, e ancor meno coloro che sono disposti la disciplina richiesta per la conquista delle qualità indispensabili a un tale compito. Chiunque si crede legittimato a dirigere, senza altri requisiti se non la propria brama e il proprio desiderio di farlo. Tutti vogliono essere leaders, ma nessuno è disposto a fare lo sforzo che la funzione di dirigente richiede.

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L’Arte di comandare

1 Settembre 2010 da Redazione

Come essere un buon leader?*

di Antonio Medrano

Poche epoche hanno avuto così tanto bisogno di buoni leaders come quella in cui attualmente viviamo, interessata da una grave crisi e scossa da pressanti problemi di ogni tipo.
Ma anche poche sono state così digiune di autentica autorità, così prive di dirigenti come Dio comanda. Non si può certo dire che i buoni leaders, gli autentici dirigenti, abbondino ai nostri giorni, sebbene siano in tanti a mirare ad esserlo o pretendano di essere dei capi geniali.
Oggigiorno chiunque esige di essere a capo di qualcosa, detenere qualche porzione di potere, dirigere quel che sia, comunque sia; soprattutto, è chiaro, per gratificarsi, presumere e sentirsi importanti, in una parola, per soddisfare il proprio io. Perfino l’ultima scimmia si crede un leader nato, autorizzato ad assumere un incarico direttivo, condurre masse, mettersi alla guida di un partito politico, dirigere grandi imprese o organizzare una rivoluzione. Pochi sono, indubbiamente, coloro che si chiedono seriamente se presentano le condizioni per svolgere il duro e difficile compito di leader, e ancor meno coloro che sono disposti la disciplina richiesta per la conquista delle qualità indispensabili a un tale compito. Chiunque si crede legittimato a dirigere, senza altri requisiti se non la propria brama e il proprio desiderio di farlo. Tutti vogliono essere leaders, ma nessuno è disposto a fare lo sforzo che la funzione di dirigente richiede.

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Riflessioni sull’azione tradizionale [Parte 2]

23 Luglio 2010 da Redazione

di Antonio Medrano

Il movimento rivoluzionario-tradizionale*

1)    Concepisco un movimento rivoluzionario d’ispirazione tradizionale come una realtà:
- che si accresce come qualcosa di vivente, d’organico: più un corpo, un organismo che una «organizzazione». Qualcosa di molto articolato (forse più di una pluralità di corpi o di organismi che un organismo unico) e anche qualcosa di ricco e dalle possibilità inesauribili;
- dall’orizzonte vasto e dalla visione integrale (che comprende tutti gli aspetti e i piani della vita);
-    poggiato sulla Contemplazione, sulla Verità fatta vita (il Logos);
-    orientato preferenzialmente verso l’Azione (politica e culturale);
-    strutturato sulla base di relazioni personali, viventi e gerarchizzate, di fraternità e di lealtà (struttura di tipo feudale).

2) Non deve collegarsi in modo esclusivo ad una particolare forma tradizionale. Ciò equivarrebbe a precludersi delle possibilità, a limitarsi in senso depauperante e sterilizzante. Per forza di cose una simile attitudine sboccherebbe in posizioni esclusiviste, parziali o superficiali.

3)    Le sue caratteristiche dovranno essere l’Unità e la Universalità:

-    Unità: fondata sulla coscienza della partecipazione ad una stessa realtà fondamentale.
Unità nella diversità e diversità nella unità. Unità nel principio centrale ispiratore, nel nucleo essenziale; diversità nelle forme di espressione. L’unità deve essere costituita attorno all’idea di Tradizione.

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