L’Arte di comandare

1 Settembre 2010 da Redazione

Come essere un buon leader?*

di Antonio Medrano

Poche epoche hanno avuto così tanto bisogno di buoni leaders come quella in cui attualmente viviamo, interessata da una grave crisi e scossa da pressanti problemi di ogni tipo.
Ma anche poche sono state così digiune di autentica autorità, così prive di dirigenti come Dio comanda. Non si può certo dire che i buoni leaders, gli autentici dirigenti, abbondino ai nostri giorni, sebbene siano in tanti a mirare ad esserlo o pretendano di essere dei capi geniali.
Oggigiorno chiunque esige di essere a capo di qualcosa, detenere qualche porzione di potere, dirigere quel che sia, comunque sia; soprattutto, è chiaro, per gratificarsi, presumere e sentirsi importanti, in una parola, per soddisfare il proprio io. Perfino l’ultima scimmia si crede un leader nato, autorizzato ad assumere un incarico direttivo, condurre masse, mettersi alla guida di un partito politico, dirigere grandi imprese o organizzare una rivoluzione. Pochi sono, indubbiamente, coloro che si chiedono seriamente se presentano le condizioni per svolgere il duro e difficile compito di leader, e ancor meno coloro che sono disposti la disciplina richiesta per la conquista delle qualità indispensabili a un tale compito. Chiunque si crede legittimato a dirigere, senza altri requisiti se non la propria brama e il proprio desiderio di farlo. Tutti vogliono essere leaders, ma nessuno è disposto a fare lo sforzo che la funzione di dirigente richiede.

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Riflessioni sull’azione tradizionale [Parte 2]

23 Luglio 2010 da Redazione

di Antonio Medrano

Il movimento rivoluzionario-tradizionale*

1)    Concepisco un movimento rivoluzionario d’ispirazione tradizionale come una realtà:
- che si accresce come qualcosa di vivente, d’organico: più un corpo, un organismo che una «organizzazione». Qualcosa di molto articolato (forse più di una pluralità di corpi o di organismi che un organismo unico) e anche qualcosa di ricco e dalle possibilità inesauribili;
- dall’orizzonte vasto e dalla visione integrale (che comprende tutti gli aspetti e i piani della vita);
-    poggiato sulla Contemplazione, sulla Verità fatta vita (il Logos);
-    orientato preferenzialmente verso l’Azione (politica e culturale);
-    strutturato sulla base di relazioni personali, viventi e gerarchizzate, di fraternità e di lealtà (struttura di tipo feudale).

2) Non deve collegarsi in modo esclusivo ad una particolare forma tradizionale. Ciò equivarrebbe a precludersi delle possibilità, a limitarsi in senso depauperante e sterilizzante. Per forza di cose una simile attitudine sboccherebbe in posizioni esclusiviste, parziali o superficiali.

3)    Le sue caratteristiche dovranno essere l’Unità e la Universalità:

-    Unità: fondata sulla coscienza della partecipazione ad una stessa realtà fondamentale.
Unità nella diversità e diversità nella unità. Unità nel principio centrale ispiratore, nel nucleo essenziale; diversità nelle forme di espressione. L’unità deve essere costituita attorno all’idea di Tradizione.

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La Militanza come via del Cielo

16 Luglio 2010 da Redazione

Il sogno di Scipione è un piccolo trattato di Cicerone che sintetizza in pochi passi la ragione d’esistenza dell’uomo. La trama vede protagonisti i due famosi condottieri Romani, Scipione l’Africano e Publio Scipione. Questo ultimo incontra lo zio, l’Africano, in sogno e viene illuminato sul destino riservato agli uomini dopo la morte terrena. La validità di questo scritto risiede per l’appunto nella chiarezza del suo messaggio: “La vita è un momento di passaggio, un transito in cui l’uomo deve svolgere la missione affidatagli da Dio”. Nel fare ciò non bisogna mai dimenticare che la terra è solo un punto di partenza e che per proseguire il viaggio è necessario distogliere lo sguardo dalle cose terrene e rivolgerlo al Cielo.
L’uomo virtuoso deve addestrarsi in vita attraverso il distacco dalle passioni per potersi librare in volo verso altri mondi e modi d’esistenza… Cicerone traccia chiaramente il sentiero, attraverso i sette cieli alla Patria Eterna, ed in merito scrive: “Sono ottime le cure intorno alla salvezza della patria, dalle quali spinto ed affinato l’animo trasvolerà più rapidamente in questa Sede e Città sua; e ciò più rapidamente farà se fin da quando sarà stato chiuso nel corpo, si slancerà fuori e contemplando le origini delle cose, si estrarrà dal corpo”.

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Riflessioni sull’azione tradizionale [Parte 1]

14 Luglio 2010 da Redazione

di Antonio Medrano

Prima di rispondere alla domanda1, debbo porre delle premesse alla domanda stessa, perché, come dice Landsberg, il quid di una domanda (di un problema) non è tanto nella risposta che ad essa si dà, ma piuttosto nel modo stesso in cui è posta. O, come dice un adagio zen, «la risposta è nella domanda».

a) La via dell’azione non deve e non può limitarsi al solo dominio politico. Essa comprende ogni aspetto della vita ordinaria (per esempio: la professione, l’arte, il pensiero, l’amore e la famiglia, lo sport, etc.). Vi sono forme d’azione meno spettacolari dell’elaborare tesi, dell’affiggere manifesti, dell’organizzare meetings o di mettere bombe, ma che sono molto più autentiche ed efficaci.

b) Una organizzazione di tipo tradizionale deve avere raggi e mezzi d’azione più vasti e sottili di quelli di una semplice organizzazione politica. Alla politica è proprio un ambiente troppo ristretto e dalle possibilità molto limitate (e oggi più che mai). Il «politicismo» (cioè il rifarsi al politico), che è in sé un’anomalia propria al mondo moderno, porta ad aberrazioni e a deviazioni pericolose, che oltre ad essere erronee – o giustamente perché sono erronee – sterilizzano ogni sforzo (esempio: «nazi-maoismo»). Il politicismo pretende di porre i valori politici al sommo della scala dei valori e di avere una visione totale partendo da un aspetto parziale e secondario, com’è il caso della politica (questo fu l’errore di fondo del «totalitarismo» fascista e nazionalsocialista). Al contrario, lo sforzo deve essere diretto verso la conquista di una visione totale, partendo dall’unica visione possibile: il Centro della Vita. Occorre una Rivoluzione integrale che comprenda anche la politica, come aspetto supplementare della vita, ma nella quale essa non sia il fattore decisivo e determinante.

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La Saga Imperiale, il Signore Universale

5 Febbraio 2010 da Redazione

di Julius Evola

Secondo l’ aspetto ora accennato, la saga di Arthur, appare essere una delle molte forme del mito generale dell’ imperatore o dominatore universale invisibile e delle sue manifestazioni. E’ un motivo che risale alla più alta antichità e che ha anche una certa relazione con la dottrina delle “manifestazioni cicliche” o avatara: la manifestazione in momenti determinati, in varie forme, di un principio unico che nei periodi intermedi sussiste allo stato immanifesto [1]. Così ogni qualvolta un sovrano ha presentato i tratti di una specie di incarnazione di un tale principio, è sorta oscuramente nella leggenda l’ imagine, che egli “non è morto”, che egli si è ritirato in una sede inaccessibile donde si rimanifesterà un giorno, o che egli “dorme” e dovrà ridestarsi. E come l’ elemento superstorico va, in questi casi, a sovrapporsi a quello storico, facenso simbolica una data figura reale, così per converso, i nomi di quelle figure reali talvolta sopravvivono, stando però a designare qualcosa che li trascende.

Ma l’ imagine di una regalità in stato di “sonno” o di morte apparente è affine a quella di una regalità alterata, lesa, paralizzata, non nel riguardo del suo principio intangibile, bensì dei suoi rappresentanti esteriori e storici. Dal che deriva il tema del re ferito, mutilato o inane che continua a vivere nel “Centro” inaccessibile, ove non vige la legge del tempo e della morte.

Senza ripetere quel che abbiamo esposto altrove, a tal riguardo [2], per dare un’ idea complessiva e universalizzata del contesto in quistione, ricorderemo alcune forme tipiche in cui nei tempi più antichi prese espressione tale simbolismo. Nella tradizione indù incontriamo il tema di Mahâkâshypa che dorme in una montagna, ma si desterà, al suono delle conche, al momento del nuovo manifestarsi del principio, già apparso nella forma del Buddha. Un tale periodo è anche quello della venuta di un “Signore universale” - cakravartî - portante il nome di Shanka: ma shanka vuole appunto dire “conca”, onde, attraverso questa assimilazione verbale, si esprime l’ idea di un risveglio dal sonno in funzione della nuova manifestazione del “Re del Mondo” e della stessa tradizione primordiale che il racconto in questione concepisce racchiusa, nei periodi intermedi di crisi, appunto in una “conca”.

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Considerazioni sull’uomo obliquo

12 Ottobre 2009 da Redazione

di Julius Evola
Nel precedente periodo avemmo a formulare una teoria delle “razze dello spirito”, che s’intendeva ad individuare tipi e atteggiamenti fondamentali dell’essere umano. Per il che ci riferimmo anche ad antiche tradizioni, le quali misero determinati caratteri in relazione simbolica con pianeti, divinità ed elementi: così noi parlammo delle razze dell’uomo solare, dell’uomo tellurico, lunare, afroditico, dionisiaco e via dicendo.

Se oggi dovessimo riprendere tale ordine di studi ci accorgeremmo di aver dimenticato un tipo speciale, attualmente diffuso quanto mai, tipo che potremmo chiamare dell’uomo mercuriale o, più intelligentemente, razza dell’uomo sfuggente (è la stessa cosa perché il “mercurio” andrebbe preso come simbolo di una natura labile, inafferrabile, sfuggente).

Quale azione corrosiva gli avvenimenti degli ultimi anni – fine guerra e dopoguerra – abbiano esercitato sull’animo umano, è cosa abbastanza nota e, purtroppo, da noi in Italia perfino più visibile che altrove. Ma, in questo dominio, si può andar ancor oltre. Si potrebbero individuare vere e proprie variazioni psicopatologiche del tipo umano del periodo attuale, variazioni generali ed uniformi, riscontrabili un po’ dappertutto fra i popoli europei e altresì in America U. S., tanto da potersi quasi parlare di una nuova razza: appunto di quella dell’uomo sfuggente.

Per cominciare, a caratterizzare in genere il nuovo tipo del dopoguerra basta una “anestesia morale”. La preoccupazione di “non perdere la faccia”, il senso elementare di rispetto verso se stessi son quasi scomparsi. Precisando, non è che in precedenza si potesse riconoscere in ciascuno un “carattere”. Ma anche in coloro che non lo avevano, sussisteva il sentimento di quel che essi avrebbero dovuto essere e che un tipo umano normale, in genere, è. Ebbene, proprio questo, in un gran numero di persone, ormai manca: esse sono di fatto labili, oblique, informi, sfuggenti. Non hanno più una misura per se stesse. La loro sensibilità morale è appunto “anestetizzata”.

Anzi, rispetto a dei principi ad una esigenza di coerenza, di linea, essi manifestano spesso una insofferenza quasi isterica.

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Le ragazze italiane

1 Settembre 2009 da Redazione

di Julius Evola
[...] La donna mediterranea, quasi senza eccezione, ha la propria vita orientata nel modo più unilaterale e, diciamo pure, più primitivo verso l’uomo. Noi siamo ben lungi dall’esaltare la donna mascolinizzata o la “compagna”: fatto è però che la donna mediterranea trascura quasi sempre di formarsi una vita propria autonoma, una sua personalità, indipendentemente dalla preoccupazione del sesso, tanto da potersi permettere poi, nel campo del sesso, quella libertà, e mantenere in esso quella spregiudicatezza unita a linea, che si riscontrano, ad esempio, in una berlinese, in una viennese, in una danese.

La vita interiore della gran parte delle nostre ragazze si esaurisce, invece ed appunto, nella preoccupazione pel sesso e per tutto ciò che può servire per ben “apparire” e per attrarre l’uomo nella propria orbita. È così che noi vediamo spesso donne e giovanissime, tenute ancora dalla famiglia in una specie di recinto di protezione, tutte pittate ed attrezzate come, nei paesi del Nord non lo sono nemmeno le professionals. E basta esaminarle un momento per accorgersi che, malgrado tutto, l’uomo e i rapporti con l’uomo sono l’unica loro preoccupazione, tanto più palese, per quanto è mascherata da ogni specie di limitazioni borghesi ovvero da una sapiente, razionalizzata amministrazione dell’abbandono. Al che, subito si aggiungono complicazioni ben comprensibili, data la corrispondente attitudine dell’uomo.

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Il mistero del Graal

15 Giugno 2009 da Redazione

di Julius Evola
“Venerdì santo. Nella cappella dei Cavalieri del Graal, sul “Montsalvat”, Parsifal, il “puro eroe” o “puro folle”, fa ritorno. Egli ha superato l’inconsapevolezza inerente alla sua stessa innocenza primitiva. Egli ha resistito alla lusinghe “delle fiori” e di Kundry, la bella creatura del mago Klingsor, che ottiene redenzione attraverso l’amore. La lancia del Graal che il re Amfortas aveva perduto peccando, egli l’ha riconquistata nel castello di Klingsor: è la lancia per la cui ferita sgorgò il sangue di redenzione di Gesù ma che anche piagò Amfortas, l’indegno e il lussurioso che volle accostare il Graal. Questa lancia, ora Parsifal la riporta dunque alla roccia del Graal. Al suo tocco, la ferita ardente di Amfortas scompare e il prodigio del venerdì santo si compie ancora una volta. Il Graal – che è coppa in cui Gesù bevve nell’ultima cena e che raccolse il suo sangue divino – si fa luminosa. Dall’alto scende una bianca colomba – lo Spirito Santo – fra la mistica esaltazione dei Cavalieri del Montsalvat”.

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Adriano Romualdi filosofo

25 Maggio 2009 da Redazione

di Rodolfo Sideri
La riflessione fìlosofica di Adriano Romualdi si concentra essenzialmente nelle opere dedicate a Platone, Nietzsche ed Evola. Tre nomi per un itinerario spirituale certo non casuale, legato da un’intima coerenza, ma soprattutto da un elemento che Adriano Romualdi considerò fondamentale per ravvivare e riavviare, in forma moderna, ciò che costituisce l’asse centrale di un’ordinata vita associata: la gerarchia degli spiriti e dei ranghi.
Adriano Romualdi filosofo, infatti, è alla costante ricerca di quegli elementi che fondino il concetto di gerarchia. Per questo egli sceglie come figure paradigmatiche tre spiriti aristocratici e profondamente antidemocratici che in qualche modo lavorano — chi più chi meno scientemente -nella direzione che Romualdi considera compito precipuo di una destra politica: la restaurazione dell’ordine. Come chiarisce nell’introduzione al Platone, non si tratta di difendere questo o quell’ordine politico contingente, “ma l’immutabile gerarchia dei poteri spirituali dell’individuo e dello Stato che vede in alto quelli ascetici, eroici e politici e in basso quelli meramente economici ed amministrativi”. Ci troviamo, dunque, all’interno di quella lotta che le ultime élites politiche hanno combattuto e perduto nel 1945. Platone, Nietzsche, Evola possono costituire agli occhi di Adriano, tre luci orientanti, politicamente ed esistenzialmente, l’uomo nell’età oscura dell’Occidente.
Platone rappresenta “l’aristocratico di sangue divino, l’assertore della dura selezione dei migliori, il profeta delle élites dei sapienti e dei guerrieri”. Ed egli può orientare l’azione nel kali-yuga del mondo moderno, non certo per il modello di costituzione che propugna, legato ai suoi tempi - e Adriano Romualdi sa troppo bene che la Tradizione non è immobilismo o cieco conservatorismo. Il Piatone che Adriano ci trasmette è il filosofo che sa che pensiero e azione sono due diverse modulazioni di una medesima nota, volta a restituire armonia al mondo, secondo il principio greco di kòsmos (ordine). Come scrive lo stesso Platone nella autobiografica VII lettera: “mi vergognavo moltissimo di potere apparire di fronte a me stesso come un uomo capace solo di parole e che mai mette mano di sua volontà ad alcuna opera”. Il concetto di ordine è fondamentale in Platone e perciò Adriano vede il lui “l’assertore del concetto di Stato inteso come ordine dei ranghi e delle dignità spirituali”, ” il pensatore radicalmente antidemocratico che nel suo capolavoro più celebre” organizza, l’educazione, pianifica la procreazione, frena lo sviluppo economico, da norme d’eugenetica, d’urbanistica, d’agricoltura”. In Platone osserviamo, quasi in corpore vili, la struttura dello Stato organico, per di più rivitalizzato in un momento di crisi. Stato organico, Stato tradizionale, quindi, non oppressivo e arbitrario, perché quando l’organismo è ristabilito, ogni parte trova la sua funzione e la sua importanza, libera di muoversi nella sfera di sua competenza. Ognuno al suo posto, ognuno con il suo dovere — prescindendo da quale sia — ma ognuno al suo posto significa anche che “chi è superiore per rango spirituale non deve abbandonare il timone della Città. Nello Stato, come nell’uomo, c’è una parte nobile e una ignobile e giustizia vuole che sia la prima a dirigere”. Proprio questi è la giustizia come la intende Platone, il rispetto del proprio posto di combattimento e il riconoscimento che ciò che è superiore, il principio intellettuale ed eroico, si deve imporre a ciò che è inferiore, la sfera degli istinti e degli appetiti. Così nello Stato, chi incarna un principio metafisico, il filosofo-re, guida lo Stato, coadiuvato dai guerrieri. Filosofi e guerrieri costituiscono un Ordine di tipo cavalleresco-monastico, fatto di vita in comune, di rifiuto dei beni materiali e di ogni elemento individualistico, compresa la famiglia. Gli stessi filosofi non rappresentano certo i professori di filosofia; essi, nella Città platonica, vengono scelti tra i guardiani, forgiati nel fuoco della rinuncia e del coraggio e rudemente addestrati al combattimento. I filosofi, guide dello Stato, sono coloro capaci di cogliere le verità immutabili dell’essere nel divenire delle cose.

Ma soprattutto il Platone di Romualdi è il filosofo che meglio definisce il limite della democrazia, “il regime dell’incompetenza elevata a sistema dove la plebaglia spadroneggia e tutti vivono gaiamente, canagliescamente alla giornata senza proporsi un fine onorevole”. Romualdi non teme di attribuire allo Stato platonico la qualifica di totalitario, in un senso però non moderno, ma letterale, di Stato totale, organismo vivente che gerarchizza le mete e gli obiettivi in vista di un fine spirituale e che pone in basso i valori materiali. Questa gerarchla non è arbitraria, ma naturale, in quanto corrisponde alle varie nature dell’uomo - aurea, argentea e bronzea - dominate da una spiritualità decrescente. Allo Stato totale non può residuare l’arte, cui Platone assegna un ruolo educativo pena l’esclusione dalla Città, e persine l’eugenetica. Alla regola, alla misura, all’unità di stile appartiene anche la soppressione dei minorati e degli inguaribili che Romualdi ammette misure “aspre e incomprensibili” alla mentalità moderna, ma in qualche modo giustifica in nome di quell’ideale classico - che pure è stato definito “umanesimo greco” - che imponeva che alla nobiltà interiore corrispondesse un’immagine di forza e prestanza all’esterno, secondo l’ideale della kalokagathìa, ovvero dell’identità di bello e buono, dove “bello” significa forte e armonioso e “buono” valoroso e leale.

Così, il Platone che recepisce la crisi del modello aristocratico così propriamente e genuinamente greco, che ripropone il modello spartiata di Stato (proibizione della moneta e del vino, eugenetica, ginnastica femminile, pasti in comune), ci appare il combattente contro il suo tempo, “campione di una civiltà in lotta contro la morte”. Il Platone letto da Romualdi è dunque vicino, sebbene distante temporalmente, a quei combattenti della rivoluzione europea che cercarono di incarnare valori eroici, se non sacrali, ripristinando la sovranità della politica sull’economia e una nuova gerarchia dei ranghi. Così com’è loro vicino, è assolutamente lontano dal bolscevismo che, pretendendo di porre come assoluto sociale i valori più bassi dell’economia espressi dal gretto materialismo della falce e martello, si configura come l’esatto rovesciamento dell’ideale platonico. Lo Stato totale disegnato da Platone nella Repubblica, nel Politico e nelle Leggi è molto vicino ai movimenti fascisti europei e strettamente legato a quello nazista. A prescindere, infatti, dai numerosi testi che tra la fine del ‘20 e la metà del ‘30 in Germania si affrettarono a presentare Platone come Hunter des Lebens (difensore della vita), “precursore”, “nordico” e addirittura Fuhrer, Romualdi riconosce che ben difficilmente Platone si sarebbe scandalizzato dei roghi dei libri “corruttori” e delle leggi per la difesa della razza, mentre si sarebbe compiaciuto di quelle Ordensburgen, le rocche dell’Ordine, nelle quali si selezionava con dure prove fisiche e spirituali l’elite dei futuri capi e che d’altronde derivano dall’influenza platonica sulla dottrina interna delle SS. Non casualmente durante il II conflitto mondiale, molte SS portavano nello zaino la Repubblica di Platone. Un’incontestabile eredità platonica nei movimenti fascisti europei è dunque rivendicata da Romualdi che scrive: “L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che 10 regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione delle idee-forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile e bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola”.

Combattente contro il suo tempo, campione di una civiltà in lotta contro la morte. Già queste definizioni avvicinano il Platone di Romualdi a Nietzsche, del resto più volte citato nel saggio sul filosofo greco. La linea della continuità è già segnata.

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L’equivoco del nuovo paganesimo

18 Maggio 2009 da Redazione

Avevamo accennato, nel commento alla notizia sui nuovi pagani in Norvegia, ad un articolo chiarificatore circa il neopaganesimo. Lo pubblichiamo di seguito, nella speranza che possa suscitare riflessioni costruttive e positive, oltre ad un chiarimento generale sull’argomento.

di Julius Evola
Recentemente a Vienna, in occasione di una intervista, un giornalista, cui era noto come noi già molti anni fa in Italia avemmo a difendere un “Imperialismo Pagano”, ci disse che ormai la nostra ora, in un altro paese almeno, poteva dirsi venuta. Egli alludeva naturalmente alla Germania, alle corenti più o meno affiancate al nazismo, intese a creare un nuovo spirito religioso germanico e non-cristiano. Noi rispondemmo che il tempo, piuttosto, ci sembra venuto, in cui ci troviamo quasi costretti a dichiararci, se non cristiani, almeno cattolici.
In realtà, quello del “nuovo paganesimo” d’oltralpe è un grosso equivoco, chiarire il quale non può non offrire dell’interesse, sia per la cosa in sè, che, in una certa misura, appunto per un fatto personale di chi scrive. Noi infatti avemmo ad indicare il valore che la ripresa di alcune nostre grandi tradizioni precristane potrebbe avere per una ricostruzione in senso eroico, imperiale ed integralmente “romano” della nostra civiltà occidentale: ed oggi siamo ben lungi dal pensare diversamente che nel 1928, quando fra una certa sensazione uscí un nostro libro recante appunto il titolo Imperialismo Pagano. Senonché fra le idee da noi riprese, e ciò che viene oggi affermato in Germania come “nuovo paganesimo”, esiste non solo una differenza, ma anche un’antitesi. Per cui - notiamolo di passata, e non senza riferimento alle dicerie di qualche interessato - se è vero che certe nostre opere trovano ora in Germania una risonanza maggiore che in Italia, altrettanto vero è però che una tale risonanza si riferisce assenzialmente ad ambienti dell’antica Germania conservatrice e per nulla alle nuove correnti pagane, con le quali insomma non abbiamo nessun rapporto, e con lo stesso fronte semi-ufficiale di Alfred Rosenberg.

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