Azione Tradizionale » Dottrina

Considerazioni sull’uomo obliquo

12 Ottobre 2009 da Redazione

di Julius Evola
Nel precedente periodo avemmo a formulare una teoria delle “razze dello spirito”, che s’intendeva ad individuare tipi e atteggiamenti fondamentali dell’essere umano. Per il che ci riferimmo anche ad antiche tradizioni, le quali misero determinati caratteri in relazione simbolica con pianeti, divinità ed elementi: così noi parlammo delle razze dell’uomo solare, dell’uomo tellurico, lunare, afroditico, dionisiaco e via dicendo.

Se oggi dovessimo riprendere tale ordine di studi ci accorgeremmo di aver dimenticato un tipo speciale, attualmente diffuso quanto mai, tipo che potremmo chiamare dell’uomo mercuriale o, più intelligentemente, razza dell’uomo sfuggente (è la stessa cosa perché il “mercurio” andrebbe preso come simbolo di una natura labile, inafferrabile, sfuggente).

Quale azione corrosiva gli avvenimenti degli ultimi anni – fine guerra e dopoguerra – abbiano esercitato sull’animo umano, è cosa abbastanza nota e, purtroppo, da noi in Italia perfino più visibile che altrove. Ma, in questo dominio, si può andar ancor oltre. Si potrebbero individuare vere e proprie variazioni psicopatologiche del tipo umano del periodo attuale, variazioni generali ed uniformi, riscontrabili un po’ dappertutto fra i popoli europei e altresì in America U. S., tanto da potersi quasi parlare di una nuova razza: appunto di quella dell’uomo sfuggente.

Per cominciare, a caratterizzare in genere il nuovo tipo del dopoguerra basta una “anestesia morale”. La preoccupazione di “non perdere la faccia”, il senso elementare di rispetto verso se stessi son quasi scomparsi. Precisando, non è che in precedenza si potesse riconoscere in ciascuno un “carattere”. Ma anche in coloro che non lo avevano, sussisteva il sentimento di quel che essi avrebbero dovuto essere e che un tipo umano normale, in genere, è. Ebbene, proprio questo, in un gran numero di persone, ormai manca: esse sono di fatto labili, oblique, informi, sfuggenti. Non hanno più una misura per se stesse. La loro sensibilità morale è appunto “anestetizzata”.

Anzi, rispetto a dei principi ad una esigenza di coerenza, di linea, essi manifestano spesso una insofferenza quasi isterica.

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Le ragazze italiane

1 Settembre 2009 da Redazione

di Julius Evola
[...] La donna mediterranea, quasi senza eccezione, ha la propria vita orientata nel modo più unilaterale e, diciamo pure, più primitivo verso l’uomo. Noi siamo ben lungi dall’esaltare la donna mascolinizzata o la “compagna”: fatto è però che la donna mediterranea trascura quasi sempre di formarsi una vita propria autonoma, una sua personalità, indipendentemente dalla preoccupazione del sesso, tanto da potersi permettere poi, nel campo del sesso, quella libertà, e mantenere in esso quella spregiudicatezza unita a linea, che si riscontrano, ad esempio, in una berlinese, in una viennese, in una danese.

La vita interiore della gran parte delle nostre ragazze si esaurisce, invece ed appunto, nella preoccupazione pel sesso e per tutto ciò che può servire per ben “apparire” e per attrarre l’uomo nella propria orbita. È così che noi vediamo spesso donne e giovanissime, tenute ancora dalla famiglia in una specie di recinto di protezione, tutte pittate ed attrezzate come, nei paesi del Nord non lo sono nemmeno le professionals. E basta esaminarle un momento per accorgersi che, malgrado tutto, l’uomo e i rapporti con l’uomo sono l’unica loro preoccupazione, tanto più palese, per quanto è mascherata da ogni specie di limitazioni borghesi ovvero da una sapiente, razionalizzata amministrazione dell’abbandono. Al che, subito si aggiungono complicazioni ben comprensibili, data la corrispondente attitudine dell’uomo.

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Il mistero del Graal

15 Giugno 2009 da Redazione

di Julius Evola
“Venerdì santo. Nella cappella dei Cavalieri del Graal, sul “Montsalvat”, Parsifal, il “puro eroe” o “puro folle”, fa ritorno. Egli ha superato l’inconsapevolezza inerente alla sua stessa innocenza primitiva. Egli ha resistito alla lusinghe “delle fiori” e di Kundry, la bella creatura del mago Klingsor, che ottiene redenzione attraverso l’amore. La lancia del Graal che il re Amfortas aveva perduto peccando, egli l’ha riconquistata nel castello di Klingsor: è la lancia per la cui ferita sgorgò il sangue di redenzione di Gesù ma che anche piagò Amfortas, l’indegno e il lussurioso che volle accostare il Graal. Questa lancia, ora Parsifal la riporta dunque alla roccia del Graal. Al suo tocco, la ferita ardente di Amfortas scompare e il prodigio del venerdì santo si compie ancora una volta. Il Graal – che è coppa in cui Gesù bevve nell’ultima cena e che raccolse il suo sangue divino – si fa luminosa. Dall’alto scende una bianca colomba – lo Spirito Santo – fra la mistica esaltazione dei Cavalieri del Montsalvat”.

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Adriano Romualdi filosofo

25 Maggio 2009 da Redazione

di Rodolfo Sideri
La riflessione fìlosofica di Adriano Romualdi si concentra essenzialmente nelle opere dedicate a Platone, Nietzsche ed Evola. Tre nomi per un itinerario spirituale certo non casuale, legato da un’intima coerenza, ma soprattutto da un elemento che Adriano Romualdi considerò fondamentale per ravvivare e riavviare, in forma moderna, ciò che costituisce l’asse centrale di un’ordinata vita associata: la gerarchia degli spiriti e dei ranghi.
Adriano Romualdi filosofo, infatti, è alla costante ricerca di quegli elementi che fondino il concetto di gerarchia. Per questo egli sceglie come figure paradigmatiche tre spiriti aristocratici e profondamente antidemocratici che in qualche modo lavorano — chi più chi meno scientemente -nella direzione che Romualdi considera compito precipuo di una destra politica: la restaurazione dell’ordine. Come chiarisce nell’introduzione al Platone, non si tratta di difendere questo o quell’ordine politico contingente, “ma l’immutabile gerarchia dei poteri spirituali dell’individuo e dello Stato che vede in alto quelli ascetici, eroici e politici e in basso quelli meramente economici ed amministrativi”. Ci troviamo, dunque, all’interno di quella lotta che le ultime élites politiche hanno combattuto e perduto nel 1945. Platone, Nietzsche, Evola possono costituire agli occhi di Adriano, tre luci orientanti, politicamente ed esistenzialmente, l’uomo nell’età oscura dell’Occidente.
Platone rappresenta “l’aristocratico di sangue divino, l’assertore della dura selezione dei migliori, il profeta delle élites dei sapienti e dei guerrieri”. Ed egli può orientare l’azione nel kali-yuga del mondo moderno, non certo per il modello di costituzione che propugna, legato ai suoi tempi - e Adriano Romualdi sa troppo bene che la Tradizione non è immobilismo o cieco conservatorismo. Il Piatone che Adriano ci trasmette è il filosofo che sa che pensiero e azione sono due diverse modulazioni di una medesima nota, volta a restituire armonia al mondo, secondo il principio greco di kòsmos (ordine). Come scrive lo stesso Platone nella autobiografica VII lettera: “mi vergognavo moltissimo di potere apparire di fronte a me stesso come un uomo capace solo di parole e che mai mette mano di sua volontà ad alcuna opera”. Il concetto di ordine è fondamentale in Platone e perciò Adriano vede il lui “l’assertore del concetto di Stato inteso come ordine dei ranghi e delle dignità spirituali”, ” il pensatore radicalmente antidemocratico che nel suo capolavoro più celebre” organizza, l’educazione, pianifica la procreazione, frena lo sviluppo economico, da norme d’eugenetica, d’urbanistica, d’agricoltura”. In Platone osserviamo, quasi in corpore vili, la struttura dello Stato organico, per di più rivitalizzato in un momento di crisi. Stato organico, Stato tradizionale, quindi, non oppressivo e arbitrario, perché quando l’organismo è ristabilito, ogni parte trova la sua funzione e la sua importanza, libera di muoversi nella sfera di sua competenza. Ognuno al suo posto, ognuno con il suo dovere — prescindendo da quale sia — ma ognuno al suo posto significa anche che “chi è superiore per rango spirituale non deve abbandonare il timone della Città. Nello Stato, come nell’uomo, c’è una parte nobile e una ignobile e giustizia vuole che sia la prima a dirigere”. Proprio questi è la giustizia come la intende Platone, il rispetto del proprio posto di combattimento e il riconoscimento che ciò che è superiore, il principio intellettuale ed eroico, si deve imporre a ciò che è inferiore, la sfera degli istinti e degli appetiti. Così nello Stato, chi incarna un principio metafisico, il filosofo-re, guida lo Stato, coadiuvato dai guerrieri. Filosofi e guerrieri costituiscono un Ordine di tipo cavalleresco-monastico, fatto di vita in comune, di rifiuto dei beni materiali e di ogni elemento individualistico, compresa la famiglia. Gli stessi filosofi non rappresentano certo i professori di filosofia; essi, nella Città platonica, vengono scelti tra i guardiani, forgiati nel fuoco della rinuncia e del coraggio e rudemente addestrati al combattimento. I filosofi, guide dello Stato, sono coloro capaci di cogliere le verità immutabili dell’essere nel divenire delle cose.

Ma soprattutto il Platone di Romualdi è il filosofo che meglio definisce il limite della democrazia, “il regime dell’incompetenza elevata a sistema dove la plebaglia spadroneggia e tutti vivono gaiamente, canagliescamente alla giornata senza proporsi un fine onorevole”. Romualdi non teme di attribuire allo Stato platonico la qualifica di totalitario, in un senso però non moderno, ma letterale, di Stato totale, organismo vivente che gerarchizza le mete e gli obiettivi in vista di un fine spirituale e che pone in basso i valori materiali. Questa gerarchla non è arbitraria, ma naturale, in quanto corrisponde alle varie nature dell’uomo - aurea, argentea e bronzea - dominate da una spiritualità decrescente. Allo Stato totale non può residuare l’arte, cui Platone assegna un ruolo educativo pena l’esclusione dalla Città, e persine l’eugenetica. Alla regola, alla misura, all’unità di stile appartiene anche la soppressione dei minorati e degli inguaribili che Romualdi ammette misure “aspre e incomprensibili” alla mentalità moderna, ma in qualche modo giustifica in nome di quell’ideale classico - che pure è stato definito “umanesimo greco” - che imponeva che alla nobiltà interiore corrispondesse un’immagine di forza e prestanza all’esterno, secondo l’ideale della kalokagathìa, ovvero dell’identità di bello e buono, dove “bello” significa forte e armonioso e “buono” valoroso e leale.

Così, il Platone che recepisce la crisi del modello aristocratico così propriamente e genuinamente greco, che ripropone il modello spartiata di Stato (proibizione della moneta e del vino, eugenetica, ginnastica femminile, pasti in comune), ci appare il combattente contro il suo tempo, “campione di una civiltà in lotta contro la morte”. Il Platone letto da Romualdi è dunque vicino, sebbene distante temporalmente, a quei combattenti della rivoluzione europea che cercarono di incarnare valori eroici, se non sacrali, ripristinando la sovranità della politica sull’economia e una nuova gerarchia dei ranghi. Così com’è loro vicino, è assolutamente lontano dal bolscevismo che, pretendendo di porre come assoluto sociale i valori più bassi dell’economia espressi dal gretto materialismo della falce e martello, si configura come l’esatto rovesciamento dell’ideale platonico. Lo Stato totale disegnato da Platone nella Repubblica, nel Politico e nelle Leggi è molto vicino ai movimenti fascisti europei e strettamente legato a quello nazista. A prescindere, infatti, dai numerosi testi che tra la fine del ‘20 e la metà del ‘30 in Germania si affrettarono a presentare Platone come Hunter des Lebens (difensore della vita), “precursore”, “nordico” e addirittura Fuhrer, Romualdi riconosce che ben difficilmente Platone si sarebbe scandalizzato dei roghi dei libri “corruttori” e delle leggi per la difesa della razza, mentre si sarebbe compiaciuto di quelle Ordensburgen, le rocche dell’Ordine, nelle quali si selezionava con dure prove fisiche e spirituali l’elite dei futuri capi e che d’altronde derivano dall’influenza platonica sulla dottrina interna delle SS. Non casualmente durante il II conflitto mondiale, molte SS portavano nello zaino la Repubblica di Platone. Un’incontestabile eredità platonica nei movimenti fascisti europei è dunque rivendicata da Romualdi che scrive: “L’identificazione dello Stato con la minoranza eroica che 10 regge, il fervido sentimento comunitario, l’educazione spartana della gioventù, la diffusione delle idee-forza per mezzo del mito, la mobilitazione permanente di tutte le virtù civiche e guerriere, la concezione della vita pubblica come spettacolo nobile e bello cui tutti partecipano: tutto ciò è fascista, nazista e platonico insieme. L’evidenza parla da sola”.

Combattente contro il suo tempo, campione di una civiltà in lotta contro la morte. Già queste definizioni avvicinano il Platone di Romualdi a Nietzsche, del resto più volte citato nel saggio sul filosofo greco. La linea della continuità è già segnata.

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L’equivoco del nuovo paganesimo

18 Maggio 2009 da Redazione

Avevamo accennato, nel commento alla notizia sui nuovi pagani in Norvegia, ad un articolo chiarificatore circa il neopaganesimo. Lo pubblichiamo di seguito, nella speranza che possa suscitare riflessioni costruttive e positive, oltre ad un chiarimento generale sull’argomento.

di Julius Evola
Recentemente a Vienna, in occasione di una intervista, un giornalista, cui era noto come noi già molti anni fa in Italia avemmo a difendere un “Imperialismo Pagano”, ci disse che ormai la nostra ora, in un altro paese almeno, poteva dirsi venuta. Egli alludeva naturalmente alla Germania, alle corenti più o meno affiancate al nazismo, intese a creare un nuovo spirito religioso germanico e non-cristiano. Noi rispondemmo che il tempo, piuttosto, ci sembra venuto, in cui ci troviamo quasi costretti a dichiararci, se non cristiani, almeno cattolici.
In realtà, quello del “nuovo paganesimo” d’oltralpe è un grosso equivoco, chiarire il quale non può non offrire dell’interesse, sia per la cosa in sè, che, in una certa misura, appunto per un fatto personale di chi scrive. Noi infatti avemmo ad indicare il valore che la ripresa di alcune nostre grandi tradizioni precristane potrebbe avere per una ricostruzione in senso eroico, imperiale ed integralmente “romano” della nostra civiltà occidentale: ed oggi siamo ben lungi dal pensare diversamente che nel 1928, quando fra una certa sensazione uscí un nostro libro recante appunto il titolo Imperialismo Pagano. Senonché fra le idee da noi riprese, e ciò che viene oggi affermato in Germania come “nuovo paganesimo”, esiste non solo una differenza, ma anche un’antitesi. Per cui - notiamolo di passata, e non senza riferimento alle dicerie di qualche interessato - se è vero che certe nostre opere trovano ora in Germania una risonanza maggiore che in Italia, altrettanto vero è però che una tale risonanza si riferisce assenzialmente ad ambienti dell’antica Germania conservatrice e per nulla alle nuove correnti pagane, con le quali insomma non abbiamo nessun rapporto, e con lo stesso fronte semi-ufficiale di Alfred Rosenberg.

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Drieu La Rochelle. Il mito dell’Europa

11 Maggio 2009 da Redazione

di A.N.S.

Questo libro, edito nel lontano 1965, poi ristampato nel 1981, ed ormai reperibile nel migliore dei casi in sbiadite fotocopie, rivelò al distratto pubblico italiano la figura di Pierre Drieu La Rochelle. A questa lacuna, aveva in parte rimediato un libro di Paul Serant (Romanticismo fascista) uscito qualche anno prima, ma fu solo con questo piccolo saggio che esplose la passione per questo “poeta maledetto” del Novecento. Contemporaneamente alla scoperta in Italia della figura del “collaborazionista” La Rochelle, in Francia cominciavano ad essere ristampati i suoi testi, come in una timida, comune, primavera del pensiero anticonformista brutalmente azzittito con la sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale.

La Rochelle è sicuramente una personalità forte, uno scrittore dal temperamento d’acciaio, ma anche un polemista dalle grandi capacità di romanziere. Questa sua grande sensibilità fu probabilmente dovuta all’esperienza tragica nella Prima Guerra Mondiale (in cui fu ferito tre volte), e all’estrazione borghese della sua famiglia, rovinata da crisi economiche e sentimentali.

Sicuramente Drieu sapeva che non si potevano servire due “padroni”, la verità e la notorietà, scegliendo così di essere compreso bene, ma da pochi. Non a caso gli autori del libro, sottolineano la figura di questo poeta come quella del miglior Nietzsche: un’inattuale appunto, che ha lasciato fosse il fluire del tempo a dispiegare tutta la sua attualità e profeticità.

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La Tradizione e le Tradizioni [Parte I]

8 Ottobre 2008 da Redazione

Per la lunghezza e una maggior “digeribilitàdel tema, abbiamo diviso questo capitolo di Renè Guenon in due parti. Ecco a voi la prima, buona lettura!

di Renè Guenon

Vi sono ancora delle possibilità iniziatiche nelle forme tradizionali occidentali?

Si può dire che ogni forma tradizionale particolare è un adattamento della Tradizione primordiale, da cui tutte sono derivate più o meno direttamente, in certe circostanze speciali di tempo e di luogo; così che quel che cambia dall’una all’altra non è affatto l’essenza stessa della dottrina, che è al di sopra di queste contingenze, ma solo gli aspetti esteriori di cui essa si riveste ed attraverso i quali si esprime. Risulta da questo, da una parte, che tutte queste forme sono necessariamente equivalenti come fondamento, e, dall’altra parte, che vi è generalmente vantaggio, per gli esseri umani, a ricollegarsi, per quanto possibile, a quella che è propria all’ambiente nel quale essi vivono, perché è quella che normalmente deve meglio convenire alla loro natura individuale. È questo che faceva rimarcare con giusta ragione il nostro collaboratore J.-H. Probst-Biraben alla fine del suo articolo sul Dhikr; ma l’applicazione che trae da queste verità incontestabili ci sembra richiedere qualche precisazione supplementare, al fine d’evitare qualsiasi confusione fra domini differenti che, per quanto ugualmente appartenenti all’ordine tradizionale, sono nondimeno profondamente distinti.

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Sul carattere primordiale del patriziato

29 Agosto 2008 da Redazione

di Julius Evola

La civiltà indo-aria presenta una delle più complete applicazioni di questi principii. In essa la casta brahmana, o brahman, non stava al sommo della gerarchia per via della forza materiale o della ricchezza, nemmeno di una organizzazione sul tipo di una Chiesa. Solo il rito sacrificale, che era suo privilegio, determinava la distanza fra la casta brahmana e le altre. Il rito ed il sacrificio, investendo chi lo esercita di una specie di carica psichica, ad un tempo temibile e benefica, fa partecipi i brahmana della stessa natura delle potenze invocate e questa qualità non solo resterà per tutta la vita alla persona facendola, direttamente come tale, superiore, venerata e temuta, ma si trasmetterà alla discendenza. Passata nel sangue come una trascendente eredità, essa diverrà una proprietà di razza che il rito di iniziazione varrà via via a rendere di nuovo attiva ed efficace nel singolo (1). La dignità di una casta si misurava sia dalla difficoltà che dall’utilità delle funzioni che essa aveva in proprio. Ma, appunto per i presupposti dianzi accennati, nel mondo della Tradizione nulla era considerato più utile delle influenze spirituali che il rito poteva attivare con la sua azione necessitante (2); e nulla appariva più difficile dell’entrare in un rapporto reale attivo con le forze invisibili, pronte a travolgere l’imprudente che le affrontasse senza conoscenza e senza possedere la qualificazione necessaria. Solo per questo, sparsa come era, unicamente quale unità immateriale di singoli individui non soltanto umani, la casta brahmana poté imporre in India alle masse fin da tempi antichissimi un rispetto e avere un prestigio che nessun tiranno fra i meglio armati ha mai posseduto (3).

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“Chi sono io?”

9 Ottobre 2006 da Redazione

La domanda fondamentale della nostra esistenza terrena è “CHI SONO IO?”
Molti ritengono di rispondere a questa domanda servendosi di risposte pre­confezionate. Così è facile definirsi fascisti, nazional-popolari, nazional­socialisti, tradizionalisti, pagani, ecc.. Ma costoro si rendono conto di cosa significa attribuirsi tali definizioni? Infatti, non è sufficiente conoscere il significato storico o morale di un concetto o di un fenomeno, bisogna viverlo, poiché per ogni dottrina sapienziale: “conoscere è vivere”, domandiamoci come sia possibile far vivere ciò che è morto da tempo. Queste definizioni, categorie politiche o sociali trovano la propria ragion d’essere in un particolare contesto “spazio-temporale” e non possono essere riportate alla realtà storica ed esistenziale attuale.
Ma non basta. Cosa dire di coloro che si definiscono “neo”? Neo-fascisti, neo-pagani, neo-etc, che riducendosi ad esser preda di folcloristiche e velleitarie posizioni, sanno provocare solo un intimo senso di insicurezza. Ogni vero uomo deve rifuggire da queste sterili e sentimentali fughe verso astratte nostalgie passate o future che siano! Egli deve chiedersi “Chi sono io?”, deve fare propria l’antica massima “Conosci te stesso!”. Precisiamo che ogni definizione è una limitazione! Sarebbe il riconoscimento implicito dell’affermazione della materia sulla forma, della quantità sulla qualità e del divenire sull’essere. Porre l’attenzione su sé stessi vuol dire far cambiare prospettiva alla propria vita, non più rivolgendosi all’esterno bensì all’interno del proprio essere. Infine bisogna vedere in che misura e con quale consapevolezza i fenomeni storici suddetti abbiano avuto una valenza tradizionale. Questo sarà l’argomento di future riflessioni, ma intanto chiediamoci tutti: “chi sono io ?”

Tratto da RAIDO - CONTRIBUTI PER IL FRONTE DELLA TRADIZIONE - Anno I numero 2 – ROMA – Equinozio di Primavera 1996

L’azione tradizionale

6 Settembre 2006 da Redazione

Nascere nell’ epoca attuale, pone ciascun uomo al confronto con un tipo di società e di ambiente in cui e’ disconosciuto qualsiasi punto di riferimento spirituale. Questo clima di sradicamento può determinare nell’individuo, confuso, tra esempi di vuoto moralismo e di superficiale anticonformismo, una crisi esistenziale.

Nella migliore delle ipotesi, costui si potrà rendere conto di non aver ancora compreso il significato della propria esistenza e guardando dentro se stesso si accorgerà di quale influenza abbiano su di lui i condizionamenti esterni. Allora sarà facile notare, come sovente si siano assunti degli atteggiamenti, quasi delle maschere, che lo hanno reso simile più ad un attore che ad una persona.

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