Giovinezza legionaria

31 Marzo 2010 da Redazione

Documenti per il Fronte della Tradizione - Fascicolo n. 41

80 pp.

A cura della Comunità Militante Raido

PREMESSA

Com’è d’uso in ogni anniversario, l’occasione di questi primi quindici anni di Raido ci ha imposto di tirare le somme su taluni discorsi e battaglie portate avanti in questi anni. Fra queste si annoverano le molteplici iniziative che hanno avuto per oggetto la Guardia di Ferro. Non è un mistero, infatti, che la storia e l’esempio di Corneliu Codreanu, e del Movimento legionario rumeno, costituiscano per la Comunità militante di Raido un punto di riferimento imprescindibile, di più: un esempio da attualizzare quotidianamente. Rattrista, invece, dover constatare come nel panorama dell’attuale destra extra-parlamentare, tale messaggio sia spesso poco considerato o inteso come semplice riferimento ideologico e non come “metodo” su cui fondare la propria azione militante: azione di rettifica e di rinnovamento.
Per tutti questi motivi, in occasione di tale anniversario, anziché abbandonarci in facili autoesaltazioni o celebrazioni dell’azione fin’ora svolta, abbiamo deciso di dedicare un gruppo di studio alla figura e all’opera del Capitano. Da questo lavoro di approfondimento interno, sono stati elaborati una serie di articoli, che non recano firma dei loro autori: in conformità a quel principio di impersonalità che tanto spazio aveva proprio all’interno della Guardia.
I brevi scritti che seguono sono perciò frutto di un lavoro condotto dai militanti interni alla Comunità: uno sforzo di verifica e riproposizione.
Non v’è, perciò, pretesa di natura accademica nel parlare dell’argomento, né l’ambizione di pubblicare un’opera che possa dirsi pienamente esaustiva. Si introdurrà, invece, il lettore ad un’analisi militante nell’esperienza legionaria. Le direttrici saranno, perciò, quelle dell’approfondimento circa la concezione della lotta politica legionaria, l’attenzione ai principi cardine che davano vita – unendo e regolando – i cuib, senza tralasciare il significato delle dure prove richieste all’aspirante legionario: ovvero all’uomo nuovo di cui parla Codreanu. Tutto questo poiché riteniamo che gli insegnamenti e le indicazioni che il Capitano ha tramandato, abbiano ancor oggi una validità assoluta, costituendo così un imprescindibile riferimento per qualsiasi militante o comunità che voglia ispirarsi ai valori tradizionali.

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Coscienza e Dovere [Fascicolo 29]

26 Gennaio 2010 da Redazione

Inerente al prossimo convegno organizzato da Raido…

Documenti per il Fronte della Tradizione - Fascicolo n. 29

PREMESSA

La scuola di Mistica Fascista “Sandro Italico Mussolini”, fu fondata da Arnaldo Mussolini, figura attualmente dimenticata dagli storici e poco conosciuta dal pubblico. Arnaldo era il fratello minore di Benito, al quale era legato da profondo affetto e da una stretta collaborazione, il cui ingegno è rappresentato dall’aver contribuito notevolmente a definire la dottrina e la politica del Fascismo. La scarsa notorietà di Arnaldo Mussolini, anche tra gli ambienti del neofascismo, è riconducibile al suo carattere, perché pur collaborando proficuamente con il fratello, operò sempre con discrezione. Un combattente che non si lasciò abbagliare dall’orgoglio, che sempre riuscì a coniugare modestia e fierezza, e che seppe conservare sempre il sogno di una vita semplice ed essenziale. Fu un uomo operoso, austero, generoso e riservato anche quando il successo lo vedeva ai vertici della politica nazionale. “Il chiasso è una manifestazione tipica degli irresponsabili. L’esibizionismo è odioso” amava ripetere soprattutto ai giovani. Con la creazione della Scuola di Mistica Fascista “Sandro Italico Mussolini”, intitolata al figlio morto di leucemia, Arnaldo volle idealmente consegnare alle nuove generazioni il compito di fascistizzare l’Italia, che ancora si attardava dietro l’ideologia liberale. Compito della scuola doveva essere, secondo il suo fondatore, quello della rivoluzione permanente, facendo rivivere lo spirito della trincea e dei primi anni del Fascismo, oramai che il regime si andava consolidando. Questa scuola formò migliaia di giovani che con eroiche scelte di vita seppero dimostrare la loro adesione all’idea che professavano, fu una scuola che si basava sulla convinzione che la rivoluzione non è sconvolgimento ma ordine, riconquista del senso della vita con la vittoria sulle passioni, con la sconfitta dell’egoismo, con la connessione tra l’uomo e il soprannaturale. La scuola fu fondata ai primi di Aprile del 1930 in seno al Gruppo Universitario Fascista di Milano, con l’appoggio del locale Istituto Fascista di Cultura. Dopo un periodo di incomprensione con il fascismo “ufficiale”, nel 1937 il PNF ne convalidò la costituzione, ma solo nel 1940 cessò di essere amministrata dalla federazione dei Fasci di Combattimento di Milano e dispose di un’amministrazione autonoma. “Coscienza e dovere”, fu il discorso letto da Arnaldo Mussolini all’inaugurazione del terzo anno della scuola, e ben presto divenne il suo testamento politico da cui fu tratto il decalogo dell’italiano nuovo, che insieme al motto “Nudi alla meta!” divennero le parole d’ordine della Scuola di Mistica Fascista e di tutta la gioventù del tempo. Riproporre questo testo è doveroso, soprattutto in tempi come quelli che stiamo vivendo, in cui si è smarrito il senso del fare politica, non più intesa come un momento ideale ma solo come somma di interessi. “Nudi alla meta” incitavano i giovani mistici dopo vent’anni di Fascismo, accusando chi col regime aveva fatto carriera e non voleva più mettersi in discussione. Oggi più che mai questo slogan dovrebbe far pensare chi alla meta è arrivato appesantito da medaglie ed onori, scambiando il potere non per servire, ma per essere servito.

RAIDO

Autore: Arnaldo Mussolini

Pagine: 23

Prezzo: 4 €

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Ricordiamo che tutti i proventi delle vendite sono reinvestiti nell’attivita’ militante.

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Processo alla televisione [Fascicolo 19]

14 Dicembre 2009 da Redazione

Documenti per il Fronte della Tradizione - Fascicolo n. 19

PREMESSA

Questo contributo di Rutilio Sermonti rappresenta una delle migliori armi per comprendere a fondo e, di riflesso, combattere un fenomeno che, negli ultimi anni, ha assunto un potere dilagante: la televisione. Nell’era dell’impero televisivo, dove milioni di persone vivono ubriacate dalla droga pappa che spappola il cervello, il nostro atteggiamento si pone in radicale antagonismo contro la stragrande maggioranza. Come sempre. E’ dunque nel quadro di una più vasta estensione della lotta - oggi quanto mai necessaria - che si inserisce questo agile pamphlet. Già dal titolo si evidenzia l’atteggiamento, l’analisi ed il percorso dello scritto. Un “processo” ed una sentenza senza appello, una chiara condanna: morte alla televisione! Il tema centrale, infatti, non ruota intorno a ciò che la televisione vomita sui cervelli - spugna dei telespettatori - per fare questo ci sarà sempre un pagliaccio televisivo ben pagato che, con i suoi artifizi piccolo-borghesi ci consiglierà che la TV non è buona o cattiva e che basta saperla usare, basta saper scegliere. La portata autenticamente rivoluzionaria dell’analisi verte sulla necessità di combattere a tutto campo il mezzo televisivo in sé, il teleschermo. Questo in ragione del fatto che la critica, il disinnesco, l’annientamento della televisione, può avvenire solo dall’esterno. La TV, come un alieno prepotente, si è incuneata nella nostra vita, nelle nostre case, nei nostri rapporti interpersonali e familiari. Essa condiziona abitudini e costumi; frantuma la famiglia e ogni comunione domestica in piccole solitudini televisive. Basterebbe osservare solo superficialmente cosa determina su noi stessi. Essa immobilizza, neutralizza, ipnotizza e condiziona la mente, con i suoi fantasmi luminescenti che si rivolgono a noi sì, proprio a noi, chiedendoci un poco di attenzione. Ma la televisione è molto di più e molto più nociva di un semplice passatempo. Già questo a chi, come noi, sente profondo il dovere dell’azione e la necessità di non farsi sopraffare dall’amplificatore della Voce del Padrone - un padrone sciocco, deviato e corrotto - dovrebbe provocare uno scatto d’istinto. Già si sente puzza di bruciato. Ed infatti, come si evincerà dal testo proposto in questo fascicolo, l’equazione è sempre la stessa: Democrazia - Capitalismo - Centri Finanziari, più o meno occulti. La solita setta, quella che, per intenderci, vive e si ingrassa dietro le quinte e che ci spara sullo schermo i giornalisti poliziotti della verità, i guardiani dell’immaginario, le soubrette di regime, “Pippi Baudi” e grandi fratelli compresi. Tutti questi capitali, questi centri di produzione, questi incubatori mass-mediali, questi affanni, sarebbero dunque al servizio di uno smisurato amore per il progresso dell’umanità? La puzza si fa ancora più forte. La realtà è che attraverso la televisione si scardinano i punti deboli delle persone - pensate ai bambini ed agli anziani - se ne piega la volontà, se ne omologano i gusti, le scelte e la cultura; si stabilisce addirittura una gerarchia delle emozioni.Eccolo il fine ultimo, eccolo l’avvento della Santa Profezia: un mondo artificiale e puzzolente popolato da un frullato di bastardi senza radici, senza passato né futuro. Eccolo il radioso prodotto generato dalle menti dei nemici dell’uomo, una melma di meticci svirilizzati che vive in un eterno presente, con un solo scopo nella vita: consumare! Se questo futuro non ci entusiasma e ci accorgiamo che la TV fa male, allora facciamo del male alla TV. Spegniamola o almeno iniziamo a cambiargli di posto, non concedendogli, in casa, il posto d’onore. Magari leggeremo un bel libro, faremo una chiacchierata con i nostri o andremo a fare una passeggiata. Sì, una bella passeggiata, perché è sempre meglio di uno strepitoso programma televisivo. Buona lettura.

RAIDO

Autore: Rutilio Sermonti

Pagine: 36

Prezzo: 4 €

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I volontari europei delle Waffen SS [Fascicolo 40]

1 Ottobre 2009 da Redazione

Finalmente disponibile il nuovo fascicolo di Raido! Acquistabile online qui e disponibile direttamente in sede!

Documenti per il Fronte della Tradizione - Fascicolo n. 40

PREMESSA

«Meine Ehre heisst Treue», ovvero «Il mio Onore si chiama Fedeltà». Questo antico detto del codice feudale sassone, ha avuto in tempi recenti nuovi protagonisti che ne hanno incarnato l’essenza: i “monaci-guerrieri” della SS. Le SS, acronimo di “Schutz Staffeln”, nacquero, di fatto, parallelamente al NSDAP: il Partito Nazional-Socialista Tedesco dei Lavoratori. Da subito impiegate con compiti di guardia del corpo, subirono dal 1930 – anno in cui Heinrich Himmler ne prese il comando – un sempre crescente sviluppo. Ma la SS non è stata soltanto Guardia ed Ordine della rivoluzione nazionalsocialista. Molto interessante è stata, infatti, anche la sua fase militare e combattentistica: quella della Waffen SS impiegata al fronte come unità di combattimento, ed inquadrata in divisioni i cui nomi ancora oggi riecheggiano nelle trame della storia. In essa, infatti, la selezione dei combattenti sommata alle durezze imposte dalla vita del fronte, crearono una vera e propria élite forgiata dal fuoco della battaglia. Una solidarietà atavica ed un eroismo integrale, fecero di questi uomini un ordine di credenti e combattenti votati coscientemente al martirio per la causa in cui credevano.
Anche grazie ad istituzioni come la Waffen SS, l’ideologia “fascista”, che nei vari paesi aveva assunto i caratteri d’un movimento prettamente nazionalista e particolare, assunse ad una dimensione più ampia: europea. Cominciò così a lottare per l’unità imperiale del continente contro il democraticismo capitalista da un lato, ed il bolscevismo dall’altro.

L’allargamento della Waffen SS a volontari provenienti da altri paesi d’Europa – e non solo – è un fenomeno ancora “embrionale” all’inizio della guerra e si sviluppò progressivamente e costantemente assumendo la sua maturità consapevole relativamente tardi rispetto all’avvio ed alle successive sorti del secondo conflitto mondiale. Può ben dirsi allora che la prima e autentica idea d’Europa fu quindi partorita sui campi di battaglia della Seconda Guerra Mondiale, e che la Waffen SS ne fu il suo demiurgo. Al fronte, infatti, volontari delle più diverse nazionalità europee acquisirono la percezione d’una unità d’intenti che trovava nella comunanza d’ideali la sua espressione più tangibile. Addirittura, verso la fine del conflitto, la Waffen SS poteva contare su di un organico che rasentava il milione di uomini: tra questi, quasi la metà, non era però tedesco. La migliore gioventù europea, preso atto della portata del conflitto, impose un superamento dei rispettivi particolarismi nazionali: non più dunque semplici nazioni in lotta ma, opposte visioni del mondo – quella fondata sul sacro, e quella materialista – alla resa dei conti finale. E tutto questo avveniva molti anni prima che un pugno di pseudo-europeisti al soldo dell’interesse mondialista, si ritrovasse a costruire artificialmente l’Europa per nome e conto del grande capitale internazionale.

Probabilmente se la SS non avesse avuto quel successivo sviluppo in senso europeo, non avremmo avuto esempi come quello di un Léon Degrelle – che partito soldato semplice pel fronte dell’Est ne sarebbe tornato da generale – o quello dei “Leoni morti” della Charlemagne, che tra le macerie di Berlino morirono per salvare l’Europa dalla schiacciante morsa demo-bolscevica.

***

Questo breve scritto, pubblicato per la prima volta nel lontano 1967, apparve nella “Collezione Europa”, diretta, voluta ed animata dal mai troppo compianto Adriano Romualdi. Tale agile scritto avrebbe dovuto fornire un utile strumento per fornire al lettore l’immagine viva dell’Europa nella drammaticità della sua odierna crisi, generata dalla sua sanguinosa storia recente. Un obbiettivo quantomai attuale visto che l’Europa si trova proprio ora nel suo solstizio d’inverno: nella sua notte più oscura ma, certamente prossima all’irradiarsi del nuovo sole che sorgerà alla conclusione di questi tempi ultimi.

Alla premessa di Adriano Romualdi, seguono le pagine sui volontari europei di Saint-Loup, pseudonimo di Marc Augier. Egli, già combattente nella “Legione dei Volontari Francesi contro il bolscevismo”, poi inquadrata nella Divisione Charlemagne, è autore del celebre romanzo “Gli eretici” da cui sono appunto estratte le pagine che seguono. In esso vi si narrano le gesta dei combattenti francesi della SS, il cui caso – forse per la nota e pluri-secolare rivalità franco-tedesca – ha forse meglio rappresentato il senso del superamento d’ogni differenza nazionale nel nome della ritrovata, vera patria comune: l’Europa cioè l’Idea.

RAIDO
Autore: Saint-Loup
Pagine: 36
Prezzo: 4 €
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I “Castelli dell’Ordine” e i nuovi Junker [Fascicolo 12]

17 Giugno 2009 da Redazione

PREMESSA

In questi articoli, tratti da Rassegna Italiana (I “castelli dell’Ordine” e nuovi Junker, del luglio 1938), da Vita Italiana (L’ “Alta Scuola” e la formazione politica dei docenti, del dicembre 1941) e da Regime Fascista (Un “Vivaio” di capi: Al castello dell’Ordine di Krossinsee del 22/5/1939, e Le Napolas del 27/5/1941), Julius Evola affronta il problema della selezione e della formazione politica della futura classe dirigente dello Stato Fascista. La sua attenzione è rivolta ad un nuovo tipo di educazione, idoneo a superare il tipo dell’intellettuale o del burocrate, modelli questi, che affiorano e hanno gran risalto, nella pedagogia democratica e liberale. A tal fine Evola mise a disposizione la sua notevole esperienza acquisita, per oltre un decennio, viaggiando per le diverse nazioni europee e incontrando gli esponenti più rappresentativi del nuovo schieramento nazional -rivoluzionario. Unitamente alle avanguardie spirituali più intransigenti, Evola individuò nella scuola il luogo dove iniziare il processo di selezione, atto a far emergere nel giovane le attitudini alla responsabilità e al comando. Il modello che qui viene attenzionato, non privo di critiche e appunti, è il sistema educativo scolastico della Germania nazionalsocialista, che alla base del Nuovo Stato-Ordine unisce alla disciplina virile e militare, una visione del Mondo elitaria. Il giovane, viene educato a fortificare e irrobustire il fisico e il carattere, attraverso una serie di prove di ardimento, che hanno lo scopo di selezionare gli individui non adatti ad un clima di severa ascesi eroica. Solo così il nuovo Junker impara a confrontarsi con la realtà, a combattere i nemici visibili e invisibili, che vengono individuati da Evola, con la Massoneria, l’ebraismo e il comunismo. Questi articoli presentano una vera e propria peculiarità, infatti all’aspetto politico e dottrinale della costituzione del nuovo Stato-Ordine, si unisce quello propriamente pedagogico, elemento quest’ultimo ancora poco conosciuto nella pur vasta opera evoliana.

RAIDO

Autore: J. Evola
Pagine: 44
Prezzo: €3

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La Dottrina aria di Lotta e Vittoria [Fascicolo 38]

3 Febbraio 2009 da Redazione

PREMESSA
Un’antica massima recita: «Vita est militia super terram», ovvero, vivere non è conservarsi, ma lottare. Ma che significato hanno queste parole in un’epoca – come la nostra – dove tutto inneggia ad una sdolcinata pace, senza contrasto alcuno, in cui ogni giorno scorre uguale, appiattito su di una monotona esistenza borghese? Per quale motivo si dovrebbe oggi lottare, e soprattutto che cosa significa “lottare”?
L’Islam usò il termine di “Grande guerra santa” per descrivere la lotta interiore di quella parte dell’uomo virtuosa ed orientata verso il sacro, contro quella animalesca e brutale che compone la totalità degli uomini moderni: troppo presi dalla loro avidità e dall’interesse per accorgersi della loro condizione poco più che bestiale. Questa lotta interiore non è una battaglia intellettuale o mentale, né tantomeno può fermarsi alle “belle parole” o al credere di essere “qualcuno” o “qualcosa”: questa si concretizza solo nell’azione quotidiana svincolata dall’insieme delle passioni e dell’interesse che fa, invece, parte di quella natura animalesca che va vinta e dominata. Non è un caso allora che nei miti di molte tradizioni, la lotta contro la parte oscura di se stessi sia stata più volte presentata nel duello contro una bestia nascosta in una caverna o in un abisso, utilizzando di volta in volta un drago (San Giorgio), un serpente (Thor e Sigfrido) o un toro (Mithra), quali simboli di quelle passioni che, spuntando dalle profondità nel nostro essere, tentano di sopraffare la parte migliore di noi. Il santo, l’eroe, o l’uomo fattosi dio, intraprende allora la lotta nell’intento di vincere questa battaglia interiore, poiché azione doverosa e giusta: ma solo compiendola senza badare ai frutti delle proprie azioni riuscirà è possibile uscirne vittoriosi.
Il senso genuino della lotta, dunque, è quello di una azione eroica e purificatrice tesa alla trasformazione dell’uomo che, dalla sua condizione di semplice “prodotto della terra” (Homo deriva infatti da Humus, cioè “terra”), deve tendere ad essere Vir, cioè essere virile dotato di virtù. Chi dedica la sua vita a questo continuo ed incessante percorso di liberazione dalle scorie del mondo moderno – che ognuno porta più o meno conficcate dentro di se – è proprio il guerriero. Guerriero é colui che è mosso dall’Amore (inteso come tensione interiore verso ciò tutto ciò che è Verità e Giustizia), e poiché strumento di questa forza può agire libero dall’interesse e dalla paura, su di sé e sul mondo che lo circonda.
Chiarito questo, non si può cadere nel sottile tranello di identificare la parola combattimento esclusivamente  con un confronto sanguinoso e crudo con un avversario fisico: si può, infatti, lottare nella scuola (mirando ad ottenere il massimo dei voti), o in un ufficio (non facendosi invischiare nelle piccole gelosie ed invidie tra colleghi). Si può combattere, infine, facendo militanza: dedicando cioè il proprio tempo ad azioni che, costando sacrificio e non portando alcun ricavo personale, costituiscono l’arma migliore contro questa esistenza fatta di egoismi, viltà e di “uomini” che si confondono ormai con le rovine di questo mondo che cade a pezzi. Sicuramente la militia citata in quella frase non è la vita spesa nelle discoteche, o negli scontri tra tifoserie negli stadi, come non c’è eroismo nel correre in auto il sabato sera, e tantomeno c’è dignità in una vita fatta di vuote parole, di pigrizia o di timore per i propri interessi, di qualunque genere essi siano. Sono tutti casi – seppur diversi – in cui ci si agita come trottole impazzite o si è statici come cadaveri, che è lo stesso.
Valga dunque, oggi come ieri, il senso ed il significato degli antichi miti. Oggi come ieri, divenire esempio attraverso il quale tramandare i valori della stirpe e l’eredità degli avi è pertanto il nostro dovere. A noi, e a noi soltanto, spetta compierlo, mantenendoci saldi in questo mondo di rovine.

***

Per fama e natura di contributo semplice e diretto, questo scritto di Julius Evola non avrebbe di per sè bisogno di alcuna presentazione. Da oltre trent’anni, infatti, questo agile documento, resoconto di una conferenza tenuta da Evola al Kaiser Wilhelm Institut a Roma il 7 dicembre 1940, ha influenzato il pensiero e la formazione d’intere generazioni di militanti politici. Pregio di questo scritto, qui riproposto con il testo originale in lingua tedesca, è proprio la sua intima semplicità, che lo rende di facile comprensione per un pubblico giovane che si avvicina a tematiche metapolitiche per la prima volta, ma anche per chi, in poche pagine, vuole ritrovare l’essenzialità della dottrina tradizionale.
Considerata l’importanza formativa di questo scritto, abbiamo ritenuto doveroso ripresentarlo in un formato nuovamente agile ed economico, con la speranza che possa così raggiungere un pubblico vasto, e destinandolo in particolar modo ai militanti di domani: avanguardie di una nuova Civiltà.

RAIDO

Autore: Julius Evola
Pagine: 38
Prezzo: 3€

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Dalle Tempeste d’Acciaio ai Proscritti [Fascicolo 37]

18 Gennaio 2009 da Redazione

PREMESSA
Per una certa generazione di uomini, quella che combattè sotto le insegne del Reich tra il 1914 e il 1918, il passaggio dalle tempeste d’acciaio vissute nelle trincee, ad essere proscrittiin patria fu breve, quasi naturale. Non avrebbe potuto essere altrimenti: un’intera generazione di uomini, questa, vinta al fronte ma non nello spirito che, trasfigurata dall’esperienza bellica, decise di non smettere di combattere. Questi soldati dell’onore, segnati dall’esperienza estrema e mistica della guerra, meccanizzata e scientificamente letale, tornati in patria, anzichè deporre le armi, decisero di puntarle contro quello stesso sistema che li aveva dimenticati, uccidendoli due volte: prima nella dignità di uomini al fronte, e poi nell’onore di soldati, poichè non sconfitti sul campo ma, pugnalati alla schiena dal tradimento del fronte interno.

Dopo il 1918 cambiava soltanto il nemico ed il fronte: le malsane trincee erano sostituite dalle stazioni, dalle birrerie e dalle piazze, scelte come nuovo campo di battaglia, ed il nemico non era più il soldato dello schieramento opposto ma, la democrazia di Weimar e le sue istituzioni decadenti ed egualitarie. Questi combattenti, spesso poco più che ragazzi, abbandonate le loro case, le loro famiglie ed i loro affetti, con le loro passioni ed i loro sogni infranti avevano acceso un rogo, dove ardevano le loro speranze, e con il quale avrebbero bruciato le leggi borghesi e democratiche di una Germania che non riconoscevano più, e che non riconosceva più quest’ultimi come figli propri. Figli di nessuno, questi soldati votati ad abbattere il nuovo regime, avevano giurato odio eterno alla loro epoca: materialista e borghese.

Spontaneamente questi combattenti, nazionalisti e rivoluzionari allo stesso tempo, presero a riunirsi nei Freikorps, o in circoli culturali più o meno elitari, ritrovando il clima ed i vecchi compagni del fronte in confraternite cameratesche o in organizzazioni a carattere
politico-esoterico. La Konservative Revolution che nacque da questo vasto, eterogeneo, mondo, fu l’espressione di un’avanguardia dotata di un’insopprimibile esigenza di rinnovamento che, dall’attentato dinamitardo fino alla cura di riviste combattentistiche, prepararono il campo per l’abbattimento della regime democratico, imprudentemente
sorto sulle ceneri dell’onore tedesco sepolto da quel freddo Novembre del 1918.

Un destino comune, al di là delle contingenze, delle incomprensioni o delle diverse vedute politiche, legò uomini come Ernst Junger, Ernst Von Salomon, o Oswald
Spengler, passando per Arthur Moeller Van Den Bruck ed Othmar Spann. Fu quell’innato senso del cameratismo, fondato su di un vincolo di servizio che l’etica spartana e militare
appresa dall’esperienza anzitutto interiore della guerra aveva insegnato loro, a legarli indissolubilmente.

Non fu, pertanto, lo stato o il governo a fare di questi uomini dei proscritti, cioè dei “senza patria”. Questi furono, invece, proscritti per scelta, e non potevano, né volevano, più tornare indietro. Non potendo riconoscersi, infatti, nella Germania di Weimar ma, nemmeno nella decadente Germania guglielmina, vollero preparare la venuta d’uno stato nuovo, fondato sulla mobilitazione totale e permanente, che avrebbe trasformato l’uomo qualunque in un fervente soldato politico votato al sacrificio disinteressato.

L’ascesa al potere del movimento nazional-socialista nel 1933 coinvolse alcuni di questi uomini, escludendone, anche violentemente, altri. Per alcuni, questa fu la realizzazione
dei loro sforzi, per altri, invece, poco più d’una rivoluzione abortita. In ogni caso, per la Germania iniziava una nuova era: quella di Adolf Hitler e del suo Reich millenario.

RAIDO

Autore: Maurizio Rossi

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L’esempio legionario - Fascicolo n.4

26 Novembre 2008 da Redazione

PREMESSA:
Nei confronti del fascismo ci siamo sempre pronunciati in maniera critica. Non è nostra abitudine affidare a dei pregiudizi, positivi o negativi che siano, le nostre posizioni e abbiamo sempre tenuto come unico riferimento la Dottrina Tradizionale, fonte di verità e giustizia. Non ci sembra corretto elevare a principio eterno un fenomeno storico che, pur rappresentando una manifestazione di quei valori che hanno la loro origine nel Sacro, non può essere considerato di per sé un riferimento spirituale né, tantomeno, una religione. Anzi, bisogna purtroppo aggiungere che nell’ambito del fascismo trovarono spazio non solo le idee e i valori a cui abbiamo accennato, ma anche i germi di quella sovversione con la quale, lo sappiamo, non si patteggia se non si vuole essere destinati ad esserne, prima o poi, del tutto travolti. Beninteso, tra gli aderenti a tutti i fascismi europei si sono affermate numerosissime figure veramente eroiche, alcune celebri, molte sconosciute, alle quali va la nostra ammirazione ed anche la nostra gratitudine. Dobbiamo tuttavia precisare che tra i vari movimenti nazionali della prima metà del secolo ve ne è stato uno al quale non possiamo attribuire quei compromessi col nemico che determinarono il crollo, prima nella sostanza e poi nelle strutture, del regime di Mussolini. E’ il caso della Guardia di Ferro rumena di C.Z. Codreanu, movimento che ha avuto dalla sua nascita al suo martirio un’unità ideale, prima ancora che politica.

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Elementi della cultura tradizionale

18 Dicembre 2006 da Redazione

Gli scritti di Antonio Medrano, “Elementi fondamentali della cultura Tradizionale” e “Il modo di vita Tradizionale”, apparsi in Italia per la prima volta nella seconda metà degli anni ottanta, sulla rivista Heliodromos - Contributi per il Fronte della Tradizione, rappresentano un sicuro punto di riferimento per il militante del Fronte della Tradizione.

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