Dresda - Noi non dimentichiamo [In memoriam]

14 Febbraio 2010 da Redazione

Nella notte tra il 13 febbraio del ‘45 e il giorno degli innamorati, un atto d’odio delle forze alleate, a guerra ormai quasi terminata, portò alla morte migliaia di inermi della città di Dresda, radendola al suolo. Noi non dimentichiamo.

Video a cura della Comunità Giovanile Militante Perugia

Pio Filippani Ronconi [In memoriam]

12 Febbraio 2010 da Redazione

Di seguito un articolo che ripercorre le tappe della vita terrena di Pio Filippani Ronconi, un maestro di vita per molti di noi.
Ricordiamo che i funerali si svolgeranno sabato presso la chiesa di S. Caterina, Chiesa nuova ortodossa, in via Gregorio VII in Roma,  alle h.11.00.

Dal nazismo a Buddha: storia dello studioso che ha fatto scandalo

Grande orientalista e storico delle religioni, Pio Filippani Ronconi aveva 90 anni. Nel 2001 fu cacciato dal “Corriere” per il suo passato nelle SS.

di Luigi Mascheroni
La sua vita fu avvolta dalle leggende, e così lo è oggi la sua morte. Tra le tante che aleggiavano attorno alla sua figura di guerriero mistico, si tramandava quella che avesse già scelto la liturgia del proprio funerale. Voleva che la bara fosse avvolta nella bandiera del Terzo Reich. È morto Pio Filippani Ronconi: l’ultimo nazista.
Probabilmente si tratta soltanto di una leggenda nera. Ma quella bandiera, se anche non ne avvolgerà la morte, avvolse buona parte della sua vita, e la memoria del suo nome da qui fino a quando sarà ricordato.

Pio Filippani Ronconi, nato a Madrid nel 1920, un «italiano all’estero» come si definiva, era un orientalista e storico delle religioni, uno dei più grandi del nostro Novecento. Un maestro che conosceva una quarantina di lingue, un accademico di rango, uno studioso che pubblicò una ventina di libri sulle culture e filosofie orientali, un «iniziato» che tradusse dal sanscrito le Upanishad. Ma era ricordato, e lo sarà sempre, perché da giovane indossò la divisa delle SS. Una scelta che non può essere cancellata da alcun percorso culturale successivo. Seppur brillantissimo. Sono scelte estreme, che si pagano, magari anche mezzo secolo dopo, come pagò Filippani Ronconi.

Anzi, il conte Pio Filippani Ronconi, nato da famiglia aristocratica, patrizi romani e conti del Sacro Romano Impero. Il padre passò la vita tra l’Italia, l’Inghilterra, i Caraibi fino in Patagonia. La madre fu fucilata dai repubblicani, in Spagna, durante la guerra civile, finita la quale il giovane caballero che in quel momento conosceva già lo spagnolo, l’inglese, l’arabo, il turco… tornò in Italia. Nella Seconda guerra mondiale, a vent’anni, volontario negli Arditi, è già a combattere in Africa. Durante il conflitto si copre di gloria e di almeno un paio di ferite. La più grave subito dopo l’otto settembre 1943. «Il nove settembre mi resi conto che quello che avevo fatto fino ad allora non era altro che lo sfogo di un giovane studioso ed entusiasta; quello che avevo ancora da fare era qualcosa di molto più vicino all’ideale di uomo», ricordò in un’intervista. Ossia? «Lavare l’onta del tradimento».

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Un minuto di silenzio [Giornata del ricordo]

10 Febbraio 2010 da Redazione

COMUNICAZIONE:

Dalle ore 18,30 alle 20 di oggi verranno proiettati alcuni video sul tema delle Foibe, presso la libreria Raido (via Scirè 21-23, Roma) per onorare il ricordo dei martiri di un eccidio da non tutti dimenticato.

Mentre i clamori di un altro giorno della memoria si vanno lentamente spegnendo, proponiamo un minuto di silenzio che interrompa il normale svolgere della nostra giornata quotidiana e ci ricolleghi spiritualmente a quanti vennero ingiustamente e barbaramente uccisi durante la pulizia etnica in Istria e Dalmazia e successivamente volontariamente dimenticati ed infamati dalla classe politica Italiana.

Sunday Bloody Sunday [In memoriam]

30 Gennaio 2010 da Redazione

I controrivoluzionari colorati. Intervista a Claudio Mutti

28 Gennaio 2010 da Redazione

Pubblichiamo di seguito un’interessante intervista apparsa sul quotidiano “Rinascita”  rilasciata dal Prof.  Claudio Mutti sulla situazione dell’Iran, chiarendo il vero ruolo deulle forze che stanno attualmente manovrando le proteste di piazza.

Prof. Mutti, lei si è interessato agli sviluppi della Rivoluzione Islamica in Iran fin da quando, trent’anni fa, pubblicò alcuni scritti dell’Imam Khomeini nelle Edizioni all’insegna del Veltro. Lei attualmente segue gli sviluppi della politica iraniana dall’osservatorio della rivista di studi geopolitici “Eurasia”, della quale è redattore. Quale posto occupa oggi l’Iran nel contesto geopolitico?

Nonostante sia circondata da potenze ostili (i regimi wahhabiti e filoamericani della penisola arabica) e da paesi sottoposti all’occupazione militare occidentale (Iraq, Afghanistan, Pakistan), la Repubblica Islamica dell’Iran ha aumentato il proprio peso geopolitico, sicché essa esercita attualmente un’influenza regionale che si estende dal Tagikistan ai movimenti di liberazione del Libano e della Palestina, mentre Turchia e Siria rientrano nel novero dei suoi paesi amici. Infine, è fondamentale il fatto che l’Iran occupi una posizione geografica di enorme valore per la sicurezza della Russia e disponga di un patrimonio petrolifero di vitale importanza per lo sviluppo economico della Cina. In tal modo la Repubblica Islamica dell’Iran può contare sulla solidarietà delle due maggiori potenze del continente eurasiatico.

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Henri de La Rochejaquelein [In memoriam]

28 Gennaio 2010 da Redazione

da wikipedia.org

Henri du Vergier, conte de La Rochejaquelein (Châtillon-sur-Sèvre, 30 agosto 1772 – Nuaillé, 28 gennaio 1794), è stato il più giovane generale dell’Esercito cattolico e reale che combatté la guerra di Vandea.Nacque a Château de la Durbellière, vicino a Châtillon-sur-Sèvre, fu educato nella scuola militare di Sorèze. La rivoluzione francese era scoppiata quando lui aveva sedici anni, e decise di non seguire suo padre che stava emigrando fuori dalla Francia, perché credeva di poter difendere il Palazzo delle Tuileries, quando venne attaccato il 10 agosto 1792, lui era infatti un ufficiale della Guardia Costituzionale di re Luigi XVI [1].

Così dopo la sconfitta tornò a casa nella sua provincia, rifiutando di rispondere alla leva obbligatoria per lo scoppio delle Guerre rivoluzionarie francesi, si unì quindi all’amico e cugino Louis Marie de Lescure nelle sue terre nella provincia di Poitou.
Subito dopo ha iniziato a combattere contro le truppe della neonata repubblica francese insieme a Maurice Louis d’Elbée e Charles de Bonchamps dall’aprile del 1793.

Mentre conduceva qualche migliaio di contadini vandeani, La Rochejaquelein ha ottenuto la sua prima vittoria sull’esercito repubblicano il 13 aprile 1793 nella battaglia di Les Aubiers, pronunciando la famosa frase:

« Se mio padre fosse fra noi, vi ispirerebbe più fiducia, poiché appena la conoscete. Io del resto ho contro la mia giovinezza e la mia inesperienza; ma ardo già dal rendermi degno di comandarvi. Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi! »

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Drieu La Rochelle e la generazione del dopoguerra [In memoriam]

4 Gennaio 2010 da Redazione

di Alfredo Cattabiani

Non aveva torto Drieu La Rochelle a scrivere prima di morire che le generazioni future si sarebbero chinate incuriosite sui suoi libri per cogliere un suono diverso da quello solito.

Oggi infatti i giovani si accostano a lui con interesse e con partecipazione perché lo sentono per molti aspetti attuale. Sono passati vent’anni dal suo suicidio; il fascismo appare alla nostra generazione, che aveva otto anni nel 1945, un’immagine nebbiosa, colta sui libri, nelle architetture delle città, nei racconti dei padri o dei fratelli più anziani. Appartiene già alla storia; come Drieu d’altronde che è entrato, dopo un lungo periodo d’anticamera, nella letteratura francese del Novecento. Eppure, leggendo i suoi scritti politici, ci accorgiamo che sono ancora vivi, legati alla nostra realtà, colmi di interrogativi, di speranze e di delusioni.

Il motivo è che Drieu non era solo un intellettuale fascista, come qualcuno ha voluto etichettarlo un po’ troppo semplicisticamente. È stato uno scrittore che ha creduto di trovare una risposta alle sue domande e alle sue speranze nel fascismo o, meglio, in una certa immagine del fascismo che si era creata. Se non si tiene conto di ciò, si rischia di non capire la sua analisi critica e lucida dei regimi di Mussolini e di Hitler e l’atteggiamento anticonformista che gli attirò le antipatie sia delle destre che delle sinistre.

Il suo fascismo, malgrado le profonde differenze storiche, affondava le radici in un humus ideologico simile a quello italiano; era infatti erede di quel filone politico di fine ottocento e dei primi anni del Novecento che con Drumont, Barrès, Péguy e Sorel aveva cercato di superare le antinomie «destra-sinistra», «conservazione-rivoluzione» in una visione sintetica e originale.

Ma l’adesione di Drieu a questa dottrina nasceva da motivazioni ancora più profonde: «Sono diventato fascista – scrisse prima di morire – perché ho misurato i progressi della decadenza. Ho visto nel fascismo il solo mezzo per frenare e arrestare questa decadenza».

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Affrettati, e approfittane! [Sconti Raido]

11 Dicembre 2009 da Redazione

L’Ass. Cult. RAIDO, ispirandosi all’economia legionaria, attraverso l’impegno dei suoi militanti, reinveste tutte le entrate a favore dell’attività stessa e di conseguenza a favore del Fronte della Tradizione.

Vai al catalogo online!

C. Z. Codreaunu [In memoriam]

1 Dicembre 2009 da Redazione

Nella notte tra il 29 ed il 30 Novembre di settantuno anni fa, il Capitano Corneliu Zelea Codreanu, insieme ad altri tredici legionari con lui arrestati, veniva vilmente strangolato dai suoi carcerieri e quindi sepolto per nasconderne i resti. C. Z. Codreanu, Esempio della lotta spirituale che i tempi in cui siamo stati chiamati a vivere e confrontarci ci impongono, non fu solo il punto di riferimento per quella generazione romena che prodigò in maniera disinteressata il proprio sangue ed il proprio sudore per tornare ad essere Popolo e che vide in Lui il fulgido Esempio d’un Capo, prima di sé e quindi di tutti quei romeni impegnati per il bene della Patria, ma anche testimone e simbolo d’una vita intesa e vissuta come militia: spirituale, militante ed esistenziale. L’anima del Capitano non poté che trovare la sua

consacrazione nella lotta e nell’amore per il sacrificio, conscio che solo dal dono più grande e disinteressato, quello della propria vita votata al servizio dell’Idea, potesse scaturire il germoglio della Vittoria e del riscatto eroico.

A noi oggi l’arduo compito di raccogliere quel testimone intriso del sangue di chi, come Codreanu, è caduto ed ha sofferto con gioia e cuore puro per testimoniare l’Idea…in una parola, “Essere Esempio”.

Trãiascã Legiunea si Cãpitanul!

Evola racconta Codreanu [In memoriam]

28 Novembre 2009 da Redazione

Brani tratti dall’articolo “Così diceva Codreanu” apparso sul quotidiano Roma il 12 dicembre 1958.

Tratto da www.centrostudilaruna.it

Fra le molte figure di dirigenti di movimenti nazionali da noi conosciute nei nostri viaggi in Europa, poche, per non dire nessuna, ci fecero un’impressione più viva di Cornelio Codreanu, il capo della “Guardia di Ferro” romena. Ricordiamo l’incontro con lui, nel marzo del 1938, nella “Casa Verde”, sede centrale che i legionari stessi si erano costruita con le proprie mani, a Bucarest.

Egli ci si fece incontro: un giovane di alta statura, aitante, con una espressione di nobiltà, di lealtà e di coraggio impressa nel volto dai tratti del puro tipo dacio-romano, ci si mescolava qualcosa di contemplativo, di ispirato. Fra noi due si stabilì subito una spontanea simpatia; in effetti, molte delle nostre idee concordavano, specie quanto all’esigenza di dare ai movimenti di rinnovamento nazionale una autentica base spirituale.

Il livello dell’organizzazione che Codreanu aveva creato e con la quale si proponeva di rinnovare la Romania, era notevolmente alto. Il movimento complessivo aveva un orientamento originale; si affiancava idealmente ai movimenti nazionali affermatisi in Italia e in Germania, ma con una propria, specifica fisionomia. In un colloquio, lo stesso Codreanu ci indicò questa direzione particolare, usando un’immagine. Egli disse: “L’essere umano è composto dal corpo, dall’energia vitale e dall’anima. Così anche ogni nazione, e un moto di rinnovamento, può far leva su uno o sull’altro di tali elementi e investire il resto partendo da esso. Ora il fascismo italiano mi sembra che parta dall’elemento corpo, cioè dall’elemento forma, riprendendo ideale romano dello Stato quale forza formatrice. Il nazionalsocialismo tedesco, col risalto dato a tutto ciò che è razza e sangue parte invece dall’elemento vita. Quanto alla Guardia di Ferro romena, essa per raggiungere lo stesso scopo vorrebbe agire partendo dall’elemento spirituale, dall’anima”.

Nel caso del movimento di Codreanu, quest’ultima espressione assumeva però un significato peculiare. Per Codreanu, più che di una lotta politica per la semplice conquista del potere, si trattava di creare un uomo nuovo. Egli riteneva che la sostanza del popolo romeno fosse così guasta, che senza un rinnovamento dall’interno, dal profondo, nulla di valido avrebbe potuto essere raggiunto. L’opera di formazione doveva realizzarsi a tutta prima in una minoranza, a che essa facesse poi da spina dorsale alla nazione.

L’orientamento spirituale, religioso, come controparte di quello militante, si palesava già nella designazione che la prima organizzazione aveva avuto: “Legione dell’Arcangelo Michele”. Quando questa divenne la Guardia di Ferro, vi si mantennero tratti di una specie di ascetismo guerriero, analoghi a quelli di alcuni antichi ordini cavallereschi. Così per gli appartenenti ad uno speciale corpo che si fregiava dei nomi di Moza e Marin (due capi della Guardia caduti nella guerra di Spagna) vigeva la clausola del celibato: nessuna cura mondana e familiare doveva diminuire, in loro, la capacità di consacrarsi assolutamente alla causa. Ci si doveva anche astenere dal frequentare balli e cinematografi, si doveva evitare ogni sfoggio di ricchezza e di lusso. Doveva essere amata una certa tenuta spartana di vita. In più, era contemplata la pratica del digiuno, due volte alla settimana. Codreanu era il primo a sottoporvisi.

Particolare importanza veniva poi attribuita alla preghiera intesa come una vocazione. “La preghiera è un elemento decisivo – diceva Codreanu. Vince chi sa attrarre dall’etere, dai cieli, le forz e misteriose del mondo invisibile e assicurarsene il concorso”. Per lui fra tali forze vi erano le anime degli antenati e dei morti. E nei “nidi” (così venivano chiamati i centri della Guardia) ogni riunione s’iniziava e si terminava con una preghiera invocativa rivolta a coloro che lungo i secoli erano caduti per la difesa della patria e della fede e che si riteneva essere rimasti invisibilmente uniti alla stirpe.

[...] Si sa della tragedia della Guardia di Ferro e della fine di Codreanu. [...] Alla fine Codreanu fu arrestato e processato [...] “si tagliò corto” e si ricorse all’assasinio mascherato.

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