Azione Tradizionale » Incise sulla pietra

Léon Degrelle [Incise sulla pietra]

31 Gennaio 2012 da svizzero

Coloro che esitano davanti allo sforzo sono coloro la cui anima è ottusa. Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo… la facilità addormenta l’ideale. Niente lo risveglia meglio che la sferza della vita dura: essa ci permette di cogliere le profondità dei doveri da compiere, della missione di cui occorre essere degni. Il resto non conta. La salute non ha alcuna importanza. Non si è sulla terra per mangiare in orario, dormire a tempo opportuno, vivere cent’anni od oltre. Tutto questo è vano e sciocco… l’anima sola conta e deve dominare tutto il resto. Breve o lunga, la vita vale soltanto se noi non avremo da vergognarcene nel momento in cui occorrerà renderla

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Marco Aurelio [incise sulla pietra]

24 Gennaio 2012 da svizzero

“Tutto ciò che accade, accade giustamente”. Troverai che è vero, se rifletterai con attenzione. E non dico solo secondo un rapporto di conseguenza, ma secondo giustizia e come se qualcuno distribuisse le sorti secondo il merito individuale. Osserva quindi come hai iniziato, e qualunque cosa tu faccia, falla così, con la volontà di essere buono nel senso specifico in cui s’intende che un uomo è buono. Osserva questa regola in ogni tua azione.

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Non vivere come se tu avessi ancora diecimila anni da vivere. Il fato incombe su di te. Finché vivi, finché ti è possibile, diventa buono.

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Il trattato del Ribelle - Ernst Junger [Incise sulla pietra]

17 Gennaio 2012 da svizzero

Coerentemente con la cronaca di questo periodo, fatta di caccia alle streghe e dei cigolii di una macchina repressiva che sta sempre più velocemente riattivandosi, abbiamo deciso di dedicare la rubrica di questa settimana al “Ribelle”, così come descritto da Ernst Junger. Perchè, oggi come non mai, è veramente, e solo, nel ribelle l’uomo sano.

L’inevitabile assedio dell’essere umano è pronto da tempo, e a disporlo sono teorie che tendono a una spiegazione logica e completa del mondo, e avanzano di pari passo con il progredire della tecnica. L’accerchiamento del nemico è prima razionale, poi anche sociale, e infine, al momento opportuno, lui, il nemico, viene sterminato. Non vi è destino più disperato che essere catturati in questa spirale, dove il diritto viene usato come arma.

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Il tramonto dell’Occidente - O. Spengler [Incise sulla pietra]

3 Gennaio 2012 da svizzero

«Una civiltà nasce nel punto in cui una grande anima si desta dallo stato della psichicità primordiale di una umanità eternamente giovane e si distacca, forma dall’informe, realtà limitata e peritura di fronte allo sconfinato e al perenne. Essa fiorisce sul suolo di un paesaggio esattamente delimitabile, al quale resta radicata come una pianta. Una civiltà muore quando la sua anima ha realizzato la somma delle sue possibilità sotto specie di popoli, lingue, forme di fede, arti, Stati, scienze; essa allora si riconfonde con l’elemento animico primordiale. Ma finché essa vive, la sua esistenza nella successione delle grandi epoche, che contrassegnano con tratti decisi la sua progressiva realizzazione, è una lotta intima e appassionata per l’affermazione dell’idea contro le potenze del caos all’esterno, così come contro l’inconscio all’interno, ove tali potenze si ritirano irate. Non è solo l’artista a lottare contro la resistenza della materia e contro ciò che in lui vuol negare l’idea. Ogni civiltà sta in un rapporto profondamente simbolico e quasi mistico con l’esteso, con lo spazio in cui e attraverso cui essa intende realizzarsi. Una volta che lo scopo è raggiunto e che l’idea è esteriormente realizzata nella pienezza di tutte le sue interne possibilità, la civiltà d’un tratto s’irrigidisce, muore, il suo sangue scorre via, le sue forze sono spezzate, essa diviene civilizzazione.

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[La biblioteca dello scriba]

12 Ottobre 2011 da Redazione

“… a breve scadenza, volendolo o no, in un modo più o meno brusco, con o senza una catastrofe, dovrà inevitabilmente sopravvenire un mutamento di orientazione.”

Tratto da La crisi del mondo moderno, di René Guénon

[La biblioteca dello scriba]

28 Settembre 2011 da Redazione

… più un uomo ha bisogni, più rischia di mancare di qualche cosa e quindi di essere infelice. …. Gli uomini non potevano soffrire per non avere cose alle quali non avevano mai pensato; essi invece soffrono di necessità se queste cose vengono a mancare dopo che essi le hanno conosciute, dato che si sono abituati a considerarle come necessarie e che esse son divenute loro veramente necessarie.”

R.G.

Maturità…

3 Luglio 2011 da Redazione

Proponiamo testo e traduzione della versione di latino capitata quest’anno agli esami di maturità per molti studenti prossimi ad abbandonare i banchi di scuola. Forse un invito anche e sopratutto a riflettere in un giorno importante per molti di loro..

TRACCIA DI LATINO

Seneca / Ad Lucilium / Liber VIII – Lettere LXXII-LXIV Il vero bene è la virtù

Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam
si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa
incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit breve est et
exiguum si compares mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut ingrati
divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et
incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae
nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla
felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum
et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non
est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non
concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis. Ab hoc discede
iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare
cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis
quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet
sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta
contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si
timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

TRADUZIONE:

Se uno vuole essere felice, si convinca che l’unico bene è la virtù; se pensa
che ce ne sia qualche altro, prima di tutto giudica male la provvidenza, perché
agli uomini onesti capitano molte disgrazie e perché tutti i beni che essa ci
ha concesso sono insignificanti e di breve durata, se paragonati all’età dell’
universo. Conseguenza di questi lamenti è che non manifestiamo gratitudine per
i benefici divini: deploriamo che non ci capitino sempre, che siano scarsi,
incerti e caduchi. Ne deriva che non vogliamo vivere, né morire: odiamo la
vita, temiamo la morte. Ogni nostro disegno è incerto e non siamo mai
pienamente felici. Il motivo? Non siamo arrivati a quel bene immenso e
insuperabile dove la nostra volontà necessariamente si arresta: oltre la vetta
non c’è niente. Chiedi perché la virtù non provi nessun bisogno? Gode di quello
che ha, non desidera quello che le manca; per essa è grande quanto le basta.
Abbandona questo criterio e verranno a cadere il sentimento religioso, la
lealtà: chi vuole mantenere l’uno e l’altra deve sopportare molti dei
cosiddetti mali, rinunciare a molte cose di cui si compiace come se fossero
beni. Scompare la forza d’animo, che deve mettere se stessa alla prova;
scompare la magnanimità, che non può emergere se non disprezza come cose di
poco conto tutti quei beni che la massa desidera e tiene nella massima
considerazione; scompaiono la gratitudine e i rapporti di gratitudine, se
temiamo la fatica, se pensiamo che ci sia qualcosa di più prezioso della
lealtà, se non miriamo al meglio.

[La biblioteca dello scriba]

29 Giugno 2011 da Redazione

‎”L’argomento più decisivo contro la “democrazia” si riduce a due parole: il superiore non può promanare dall’inferiore, perché il più non può trarsi dal meno”.
R. G.

[La biblioteca dello scriba]

22 Giugno 2011 da Redazione

Riguardo la scienza profana odierna: “Non partendo più da nessuna certezza assoluta, essa si è ridotta a formulare probabilità e approssimazioni, o a costruzioni puramente ipotetiche che son solo l’opera della fantasia individuale. … Tutto quanto è di pertinenza della scienza attuale può solo appartenere al campo delle ipotesi, mentre, per le scienze tradizionali, si trattava di ben altro, cioè di conseguenze indubitabili tratte da verità conosciute intuitivamente e superrazionalmente, quindi in modo infallibile, nell’ordine metafisico.”

R.G.

[La biblioteca dello scriba]

8 Giugno 2011 da Redazione

“In generale, la forma del linguaggio è analitica, discorsiva come la ragione umana di cui esso è lo strumento proprio e di cui segue o riproduce il cammino con la massima esattezza possibile; al contrario, il simbolismo propriamente detto è essenzialmente sintetico, e per ciò stesso intuitivo in qualche maniera, il che lo rende più idoneo del linguaggio a servire da base all’intuizione intellettuale, che è al di sopra della ragione e che occorre star bene attenti a non confondere con quella intuizione inferiore alla quale si appellano diversi filosofi contemporanei. “

R.G.

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