Dobbiamo spezzare la penna?
30 Giugno 2008 da Redazione
Tratto da Raido n.15
Questo articolo, pur collocato temporalmente, conserva intatta tutta la sua valenza di analisi propositiva della decadenza presente in ogni campo del vivere moderno, che non risparmia neppure il nostro ambiente, incapace di costruire un “quadrato” contro il nulla che avanza. Il titolo originario è Risposta al Direttore, che apparve ne “Il Conciliatore”, XII, N°10, in data 15 ottobre 1963 (pagg. 196-197). Con esso Evola replica all’editoriale Dovremo spezzare la penna? (“Il Conciliatore”, XII, N°7-8, luglio-agosto 1963, pagg. 147-148), in cui il Direttore della Rivista (Carlo Peverelli), nel rivolgere un “ultimo appello agli uomini di buona volontà”, constatava la incoscienza “godereccia” degli italiani, inerte al mare di fango che sale, insensibile “alla volgarità che ha invaso l’arte, il pensiero, la politica, la vita”, confessava, di fronte a ciò, “un profondo senso di amarezza e di stanchezza”, concludendo col dire: “Lo spirito, che ha animato per oltre dodici anni le nostre forze, non è inesauribile e a un certo punto s’impone l’interrogativo: ‘è giunto il momento di spezzare la penna?’ ”.

di Cicerone
È consuetudine che fra padre e figlio avvenga il rito, che si chiama il legato. Quando il padre si sente vicino a morire chiama suo figlio. Dopo aver coperto il suolo con erba fresca, aver ridestato il fuoco e aver posta dell’acqua in una coppa vicino a lui, siede e attende il figlio. Una volta giunto, questi deve avvicinarglisi e toccargli gli organi dei sensi con i suoi. L’uno sedendo dinanzi all’altro, si compie il legato “Pongo in te la mia parola” – dice il padre. “Assumo in me la tua parola” risponde il figlio. “Pongo il mio alito vitale in te” dice il padre. “Assumo il tuo alito vitale in me” risponde il figlio”. “Pongo in te la mia vista – il mio udito – il mio gusto” dice il padre. “Assumo in me la tua vista- il tuo udito – il tuo gusto” risponde il figlio. “A te trasmetto le mie opere” dice il padre. “Assumo le tue opere” risponde il figlio. “A te trasmetto le mie gioie e i miei dolori” dice il padre. “Assumo in me le tue gioie e i tuoi dolori” risponde il figlio. “In te pongo il mio piacere, la mia potenza di generazione” dice il padre. “Assumo il tuo piacere, la tua potenza di generazione” risponde il figlio. “A te do la mia via” dice il padre. “Assumo il tuo piacere e la tua potenza di generazione” risponde il figlio. “A te do la mia via” dice il padre. “Assumo la tua via” dice il figlio. “Pongo in te i miei pensieri, il mio sapere, i miei desideri” dice il padre. “Assumo i tuoi pensieri, il tuo sapere, i tuoi desideri” risponde il figlio.
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