Integrazione forzata

    292

    L’appello arriva da Giuliano Amato, che dalla “Conferenza sull’immigrazione” lancia un monito tra l’idiota e l’aberrante. Secondo l’ex premier infatti per permettere una vera integrazione nella società italiana degli immigrati nostrani, occorrerebbe affidare parti di rilievo nei film e nella TV a “persone di colore” senza relegarle quindi al solito ruolo del vucumprà, e cita a sostegno della propria tesi il modello americano, dove attori afro-americani interpretano spesso i ruoli che qui da noi sono normalmente interpretati da bianchi ma, e Amato se lo scorda, dove anche i disordini razziali nelle metropoli sono all’ordine del giorno, come diretta conseguenza di un’integrazione forzata tutt’altro che possibile…

    GENOVA. «Gli americani fanno ormai vedere abitualmente ufficiali di polizia e capi delle squadre omicidi di pelle e caratteristiche somatiche ben diverse da Clint Eastwood. Noi siamo rimasti ai tempi di ‘’Via col vento’’ quando la mamy di Rossella e in generale i neri parlavano, e mi perdoni Ciriaco che è un amico, come De Mita». E’ con una battuta in difficile equilibrio sul filo del più «politicamente corretto» sfottò antimeridionale rispetto al razzismo contro gli immigrati che il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, lancia un appello a favore dell’integrazione di altri popoli e altre culture.

    L’occasione è la Conferenza sull’immigrazione, analisi e prospettive nazionali ed europee, che si è tenuta ieri a Palazzo Ducale, presente anche il ministro della Solidarietà Sociale Paolo Ferrero e il vicepresidente della Commissione europea, Franco Frattini.

    «Fatemi vedere – ha detto Amato, che per la verità si è scagliato anche contro i proprietari immobiliari che “affittano a 10 studenti per metro quadro e a 30 clandestini per metro quadro” – un senegalese che faccia il medico e curi un bianco. Qui da noi gli facciamo fare i ‘’vu’ cumprà’’».

    Il messaggio del ministro dell’Interno è chiaro: «La scuola è fondamentale per l’integrazione, ma anche i media lo sono, proprio per un messaggio di ‘’normalità’’ che possono dare, come è ormai normale che un uomo con una pelle diversa nelle produzioni Usa ricopra ruoli di responsabilità». «Sarà poco – ha aggiunto Amato – ma è un segnale. Vuol dire che alla fine essere bianco o nero è indifferente rispetto ad essere capo di un servizio».

    Perché è proprio attraverso la fiction, infatti, per la sua stessa popolarità e capacità di fascinazione, che i messaggi arrivano a segno con maggior capacità di convincimento. Quindi occorre molta attenzione sull’uso di personaggi e situazioni. Bastino due esempi in positivo del passato: di fronte all’aumento delle truffe agli anziani in tutte le grandi città italiane, a poco erano serviti appelli e messaggi di rappresentanti delle istituzioni o delle forze dell’ordine, persino dei parroci dai pulpiti, finché prima «La Squadra», su Raitre, poi altri programmi hanno raccontato episodi del genere, con immediato effetto di messa in allerta che si è andato positivamente ad aggiungere a tutte le iniziative più istituzionali; e la proposta di una normalità gay non caricaturale ribadita in tutte le puntate di «Commesse», spettacolo anche questo di grande successo e diffusione popolare, può aver contribuito non poco a metabolizzare un tranquillo rapporto con la cosiddetta diversità.

    Altrimenti l’inconsueto può diventare sospetto. Come è accaduto pochi anni fa a un giornalista nero di Raitre che, sedendosi al tavolo per una conferenza stampa, in mezzo agli altri colleghi, unico tra i presenti si sentì chiedere bruscamente da chi l’aveva convocata: «Lei chi è?».

    «Ho parlato di questi problemi in Rai, ma mi sembra che abbiano altre preoccupazioni» ha concluso Giuliano Amato.