Opzioni «put»: qualcuno si prepara a un nuovo 11 settembre?

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    Un anomalo movimento di opzioni «put» – strumenti finanziari derivati – viene segnalato attorno al 6 ottobre: come se qualche bene informato prevedesse un crollo dei mercati per o attorno a questa data.
    Le opzioni «put», sul mercato dei derivati, equivalgono sostanzialmente a una vendita di titoli allo scoperto: qualcuno promette di vendere a una certa data azioni che non detiene, fidando (o sapendo) che a quella data i titoli saranno crollati e potrà comprarli a basso prezzo, ricavando un lucro.
    Poche settimane prima dell’11 settembre 2001 accadde lo stesso: qualcuno che sapeva negoziò un’anomala quantità di opzioni «put» (più del 600% di una giornata normale) sui titoli di United e American Airlines, le due compagnie colpite dal mega-attentato, e su assicurativi (come Swiss RE) che avevano in portafoglio azioni delle due compagnie.

    Stavolta, le mani ignote che stanno speculando al ribasso lo fanno su grossi indici: il «Diamonds DOW Trust», il «S&P Depository Receipts», il Nasdaq (l’indice di 3 mila titoli tecnologici) e il «Market vector Gold Miners».
    Come se gli ignoti prevedessero una drammatica caduta generale dei mercati.
    Non siamo in grado di dare particolari, poiché la segnalazione è contenuta in una newsletter a pagamento: https://fastquote.fidelity.com/webxpress/ia_optionchain_frameset.phtml?priced=Y&SID_VALUE_ID=DIA ma ciò che sappiamo basta ad allarmare.
    Degli insider traders si stanno premunendo contro qualcosa di grave che accadrà ad ottobre.
    L’attacco all’Iran?
    O un attentato che lo giustifichi?
    Questi movimenti speculativi arrivano in un momento in cui dal gruppo di potere americano emanano segnali contraddittori.
    Da una parte, la Casa Bianca si mostra rassegnata a lasciare tempo alla diplomazia europea degli EU-3 (Francia, Germania e Gran Bretagna) che stanno trattando con Teheran con qualche risultato.
    Si lascia filtrare una «indiscrezione» secondo cui, in un «incontro segreto dell’intelligence a Washington», in cui gli intervenuti hanno dichiarato unanimemente che i rischi di un attacco aereo alle installazioni nucleari iraniane supererebbero i vantaggi, a quanto pare, s’è pronunciato contro il generale John Abizaid, comandante delle forze USA in Medio Oriente, preoccupato della reazione che l’attacco provocherebbe negli sciiti iracheni.
    Anche John Negroponte avrebbe detto che non c’è alcuna urgenza di bloccare il programma atomico degli ayatollah.
    «Il presidente non intraprenderà azioni militari contro il parere del segretario di Stato, dei generali e del direttore dell’intelligence nazionale», ha fatto sapere Patrick Clawson, del Washington Institute for Near East Policy.

    Ma queste dichiarazioni tranquillizzanti hanno uno scopo evidente: «raffreddare» il prezzo del petrolio fino alle elezioni di novembre, per favorire una vittoria del partito repubblicano.
    Già il petrolio è calato, e il calo alle pompe di benzina americane ha fatto risalire Bush, almeno un poco, nei sondaggi.
    Per contro, due portaerei a propulsione atomica, la Enterprise e la Eisnhower, accompagnate dalle loro squadre navali – fra cui mezzi per elicotteri anti-sommergibili e mezzi da sbarco – sono in navigazione e si dispiegheranno nel Golfo Persico appunto a metà ottobre: una flotta formidabile, pronta per un attacco sicuramente programmato da mesi e mesi. (2)
    E Bush, di fronte alle critiche sempre più numerose alla sua disastrosa condotta delle due guerre già in corso, ha reagito – nel suo settimanale discorso alla radio – con queste parole: «Il solo modo di proteggere i nostri cittadini è di andare all’offensiva contro i nemici in tutto il mondo. Resteremo all’offensiva finchè i terroristi saranno debellati e il conflitto sarà vinto».
    Combattere «across the world», in tutto il mondo.
    E fino alla vittoria.
    Si sa che forti resistenze al nuovo intervento si sviluppano agli alti livelli militari USA, preoccupati per l’esaurimento delle forze armate di terra in Iraq.
    In questo senso va intesa anche l’uscita di Colin Powell, ex generale prima di essere ministro degli Esteri: ha rivelato alla MSNB che non fu lui a dimettersi come capo del Dipartimento di Stato, ma di essere stato «licenziato».
    Un atto inaudito per un fedelissimo e lealissimo – fino alla propria rovina – di Bush.
    Allarmano i generali USA i sempre più evidenti segni di collasso nelle avventura iracheno-afghane.
    In Afghanistan, dove gli americani hanno passato il comando delle azioni offensive alla NATO (un trucco per far pagare agli alleati il costo del disastro da loro provocato) avvengono cose deprimenti.
    Le truppe inglesi hanno raggiunto un accordo coi Talebani per una «tregua», che si configura come un’umiliante ritirata da una delle zone più pericolose del conflitto. (3)
    Il centro dell’accordo sottobanco è il fortino di Musa Qala, nel sud, dove le truppe britanniche sono state assediate per ben due mesi ed hanno perso otto uomini.
    Ma la mezza disfatta riguarda tutti gli avamposti della provincia di Helmand.
    Sui giornali britannici, nonostante la censura, appaiono racconti spaventosi inviati dai combattenti per mail: parlano di assediati che hanno esaurito i proiettili, delle armi che si fondono e diventano inutilizzabili, di gruppi di parà costretti a razionare il cibo e a bollire l’acqua in un assedio imprevisto; parlano di elicotteri di soccorso che non riescono a far giungere i rifornimenti per l’efficacissimo fuoco nemico, di truppe speciali francesi (di cui i giornali francesi tacciono) sgozzate vive. (4)

    Così, una ventina di giorni fa, il brigadier generale Ed Butler, comandante della task force britannica, è volato a negoziare la ritirata con una «shura» di capi-villaggio.
    A costoro, Butler ha detto che era pronto a «cessare i combattimenti» se gli anziani potevano garantire che, ritiratisi gli inglesi, anche i Talebani si sarebbero ritirati dall’area.
    La «garanzia» era stata accordata: una pietosa bugia per salvare la faccia, visto che i Talebani sono mescolati, anzi fanno tutt’uno, con la popolazione stessa.
    Il generale David Richards, comandante della NATO in Afghanistan, s’è detto contrario all’umiliante tregua.
    Ma i soldati britannici hanno fatto da sé: 29 uomini persi in meno di due mesi nell’area sono bastati.
    Le cose non vanno meglio in Iraq.
    Nel sud, gli inglesi sono praticamente alla mercè dell’armata del Mahdi di Muktada al-Sadr.
    A Baghad, il governo collaborazionista ha decretato un lunghissimo coprifuoco totale di 36 ore – da venerdì a domenica – come prevenzione di un non meglio specificato colpo di Stato che stavano tramando, pare, «seguaci di Saddam e uomini del Baath», dunque sunniti.
    E i generali USA non fanno che segnalare l’esaurimento psico-fisico delle loro truppe sul terreno.
    Una simile situazione consiglierebbe una sospensione dei progetti di allargamento del conflitto all’Iran.
    Ma invece, un incidente ha dimostrato che questi progetti sono ben vivi.
    Lo rivela il giornale turco Zaman: a Roma, in una riunione del Defense College della NATO, il 15 settembre scorso, durante una lezione tenuta da un colonnello americano.
    Forse per inavvertenza, il colonnello si è servito di una mappa dell’area molto particolare, che ha irritato gli ufficiali turchi presenti.
    La mappa mostra un Iraq diviso in un «Arab Shia State» con capitale Bassora, in un «Sunni Iraq», e in un «Free Kurdistan».
    Quest’ultimo soprattutto: è il più grosso ed esteso dei nuovi Stati, ricavato a spese di Siria e Turchia.
    Proprio ciò che i sospettosi turchi temono: il progetto di premiare i curdi collaborazionisti (oggi addestrati da israeliani) regalando loro uno Stato con sottrazione di territorio alla Turchia e alla Siria.
    Immediatamente, gli ufficiali turchi hanno abbandonato la riunione.
    E il capo di Stato Maggiore Yasar Buyukanit ha chiamato il suo pari grado al Pentagono, generale Peter Pace, per chiedere a brutto muso spiegazioni.
    Il Dipartimento di Stato ha dovuto scusarsi ufficialmente e assicurare Ankara che la mappa «non riflette le visioni americane», e che l’incidente era «inaccettabile».
    Ma le scuse non hanno placato i turchi.
    Il primo ministro Erdogan è tornato a chiedere agli americani, a voce ormai altissima, di «stroncare» le azioni del PKK che attacca la Turchia dal santuario del Kurdistan iracheno.
    La mappa mostrata per errore mostra che è ancora in piedi – anzi più attivo che mai – il progetto dettato da Kivunim (la rivista dell’Organizzazione Sionista Mondiale) nel lontano febbraio del 1982: dove Oded Ynon, giornalista vicino al Mossad, preconizzava, per la sicurezza d’Israele, lo smembramento degli Stati circostanti secondo linee etnico-religiose, frantumandoli in staterelli innocui: l’Iraq era il primo candidato, ma anche la Turchia era nel novero delle entità smembrabili.
    I generali turchi conoscono bene quel documento, e non possono ovviamente rassegnarsi – loro, i custodi della nazione – alla sua realizzazione.
    E’ possibile che da un momento all’altro le forze turche penetrino in Iraq ed occupino il cosiddetto Kurdistan: al punto che il PKK, su consiglio americano, ha dichiarato in queste ore una tregua unilaterale.


    La mappa presentata alla riunione del Defense College della NATO
    Insomma la situazione è sempre più difficile per il regime di Bush.
    Si aggiunga un losco scandalo di pedofilia omosessuale che investe in queste ore la Casa Bianca stessa: un repubblicano, Mark Foley, ha dovuto dimettersi per certe mail inviate a un sedicenne che lavorava per la White House.
    La cosa non finisce lì, perché il giro dei balletti verdi pare essere vastissimo. (6)
    Un disastro, per il partito repubblicano che difende «i valori cristiani e della famiglia», a poche settimane dalle elezioni di medio termine.
    Ma proprio questa situazione disperata – politica, militare, d’immagine – che investe il regime rischia di indurre Bush e i suoi a tentare di salvarsi con una fuga in avanti, un colpo a sorpresa per risollevare le proprie sorti: una «october surprise».
    Che sia o no l’attacco all’Iran, o un attentato che giustifichi l’ampliamento del conflitto «across the world» ossia in tutto il mondo, è incerto.
    Ma c’è chi lo sa e specula al ribasso sulle azioni americane.

    Maurizio Blondet
    www.effedieffe.com 


    Note
    1) Sarah Baxter, «US may accept Iranian nuclear bomb», Sunday Times, 1 ottobre 2006.
    2) Mahdi D. Nazemroaya, «The march to war, naval build-up in the Persian Gulf and Eastern Mediterranean», Globalresearch, 1 ottobre 2006.
    3) Michael Smith, «British troops in secret truce with the Taliban», Times, 1 ottobre 2006.
    4) Raymond Whitaker, «Blood and guts: at the front with the poor bloody infantry», Independent, 2 ottobre 2006. Ecco un brano: «A British soldier reported on an operation to rescue Afghan troops and French special forces who had been ambushed by Taliban. ‘I could not believe we were going to charge off this helicopter into a wall of lead’, he wrote. ‘Not everyone wanted to get off. One guy actually defecated. He sat rigid with fear inside the cargo hold until we pulled him up and pointed him towards the door’. ‘We had to manoeuvre across open ground for 200 metres. The scene was like a human abattoir. We fought off the Taliban, but were too late to save the French guys. All of us were shaking when we were flown back to base. One of the Afghan survivors said the French had been tied up, then gutted alive by the Taliban. It was one of the most shocking things I had ever heard».
    5) Suleyman Kurt, «Carved-up map of Turkey at NATO prompts US apology», Zalman, 29 settembre 2006.
    6) Così sul giornale della Florida «Alligator» si parla, sarcasticamente, del giro pedofilo del repubblicano Foley «Until last week, he represented Florida’s 16th Congressional District. He was a staunch opponent of gay marriage, illegal immigration and especially child pornography – in fact, he helped write the Child Safety and Protection Act, which the president signed into law this July. But last Friday, Foley resigned from Congress. Why? Well, it turns out he’s a pedophile. For at least a year, Foley sent sexually explicit e-mails and instant messages to congressional pages – high school boys, some as young as 16, who brought him coffee and bagels. He flirted with them. He asked, ‘Do I make you a little horny?’ He even requested photographs. Now Foley faces prosecution under the laws he helped write. But there’s more to the story. The top Republicans in the House – Speaker Dennis Hastert and Majority Leader John Boehner – knew about Foley’s activities for months. In 2005, a page told them that Foley’s messages ‘freaked (him) out’ and called Foley ‘sick sick sick sick sick’. Pretty unambiguous. But did the Republican leadership reprimand Foley? No. Instead, they left him in charge of the House’s Missing and Exploited Children’s Caucus». Il pedofilo si occupava dei bambini smarriti e sfruttati! Un vero cristiano rinato.