L’ULTIMO SAMURAI

    535

    “Di fronte al nemico, nel cuore di un uomo vive l’anima di un guerriero: Coraggio, Lealtà, Onore.” Queste sono le parole che presentano il film “L’ultimo Samurai”, film atteso, forse, come uno dei soliti “polpettoni” americani, languidi e superficiali, che però ha preso in contropiede tutti, appassionando il pubblico, che, a volte sorpreso, si è fatto travolgere da due ore e mezzo di passione, storia e valori. L’opera è ambientata nel Giappone Ottocentesco, ormai vittima predestinata dell’industria e del capitalismo, trasportato dalla smania della modernizzazione e corrotto dal denaro occidentale, dove nuovi funzionari spregiudicatamente avidi e arraffoni (vedi l’attuale classe politica italiana) cercano di fare i propri interessi tradendo i valori della propria cultura nazionale. In questa malsana e tragica situazione hanno modo di scontrarsi-incontrarsi due figure apparentemente agli antipodi l’una con l’altra ma che riescono a unirsi sotto le infamie patite che fanno scaturire la rinascita di un valore, ormai, quasi da loro dimenticato: l’onore.

    Infatti il capitano Nathan Algren (Tom Cruise), ingaggiato dal governo nipponico per addestrare il proprio esercito, durante uno scontro viene catturato dai valorosi Samurai, mitici guerrieri al servizio dell’Imperatore che combattevano contro la corruzione della propria nazione. Durante questa esperienza il capitano conoscerà Katsumoto (Ken Watanabe) guida spiritica e capo dei Samurai; questa comunione darà un giusto riscatto ad entrambi. Il film è sorprendente per essere di produzione a stelle e strisce: parla delle angherie patite dagli indiani americani sterminati dall’esercito statunitense; il generale Caster viene descritto come “un vanitoso, innamorato della propria leggenda”; c’è, tra l’altro, una citazione inaspettata: la battaglia delle Termopili (l’americano medio penso che non sappia neanche chi fossero i Persiani?!). Così, inaspettatamente, ritroviamo in questo film concetti e valori, molto abusati e banalizzati in altri, ma che invece quasi rinascono e potentemente crescono trascinando il pubblico in una battaglia catartica, che porta finalmente a pensare e a credere che si può e si deve vivere nella convinzione di certi valori, e che la riscoperta di certe tradizioni e la riappropriazione della propria cultura è forse l’unico antidoto contro una superficialità dilagante in una società abulica e standardizzata. “Se un uomo trascorresse la propria vita alla ricerca di un fiore perfetto, non sarebbe una vita sprecata”.

    Carlo Stalteri