Così pensano i neocon

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    Perché le cose vanno così male per gli americani in Iraq?
    Perché le forze USA sono costrette ad agire «in una cornice troppo piccola» per una superpotenza: così ha detto Richard Perle, uno dei maggiori neocon israelo-americani.
    La sua ovvia deduzione: come rimedio alla sua mezza disfatta in Iraq e in Afghanistan, l’America deve semplicemente allargare il conflitto a Iran e Siria, dove potrà dispiegare tutta la sua potenza atomica.
    Richard Perle l’ha detto alla BBC radio il 4 ottobre (1), rispondendo a critiche su Rumsfeld e la sua disastrosa condotta della guerra.

    «Non ritengo affatto che Rumsfeld debba dimettersi», ha replicato Perle, «ha fatto un lavoro eccellente [sic!] nelle difficilissime circostanze dell’Iraq. Rumsfeld è stato costretto a dipingere su una tela troppo piccola. In Iraq, stiano cercando di trattare i suoi problemi dentro i confini iracheni, mentre questi problemi nascono e sono influenzati da Iran e Siria. E non ci si decide ad agire contro Iran e Siria».
    Ciò che rende pericolosi questi propositi, è il fatto che Richard Perle è stato il massimo promotore dell’invasione dell’Iraq: fra il 2000 e il 2003 ha presieduto il Defense Policy Board, il gruppo di consiglieri «privati» inserito nel Pentagono che, scavalcando ogni altro ufficio, ha affiancato Rumsfeld e Wolfowitz nelle decisioni fatali.
    I «consulenti» di questo ufficio sono praticamente tutti membri dell’American Enterprise (il think-tank neoconservatore) e del PNAC, Project for a new american century, un altro «pensatoio» cruciale, quello che auspicò nel 2000 «una nuova Pearl Harbour» – poi avveratasi l’11 settembre 2001 – per innescare «il nuovo secolo americano», ossia la nuova fase imperiale.
    Perle, detto «il principe delle tenebre», è membro del PNAC.
    I membri dell’uno e altro think-tank sono israelo-americani che hanno di mira la sicurezza di Israele più che il prestigio dell’America.
    Oggi, sono ancora potenti.
    Loro, i veri responsabili del disastro militare e diplomatico, non sono sfiorati dalle critiche che sommergono ormai Bush, Cheney e Rumsfeld.
    Paul Wolfowitz è capo della Banca Mondiale; gli altri due viceministri in carica l’11 settembre 2001, Douglas Feith e il rabbino Dov Zakheim, sono tornati al «privato» (entrambi si occupano di scambi di armamento fra USA e Israele).
    E continuano a suggerire le politiche generali dell’Amministrazione.
    La «proposta» di Perle – colpire l’Iran e la Siria – può essere una tentazione per una Casa Bianca ormai sotto assedio e inondata di critiche.
    Persino Bob Woodward, il giornalista del Washington Post che distrusse Nixon (caso Watergate) su mandato dei poteri forti finanziari di cui è il servitore, ormai critica Rumsfeld e Bush.
    Dopo aver scritto due best-seller che elogiavano Bush come splendido «comandante in capo» e Rumsfeld come il modello dello «stratega fermo, audace e deciso» («Bush at war», 2002, e «Plan of attack», 2004), oggi Woodward pubblica un terzo best-seller, «State of denial», dove rovescia i suoi giudizi sui due suoi eroi di ieri, che ora ridicolizza e che dipinge come dementi privi di contatto con la dura realtà.
    Facendo proprie le critiche all’amministrazione che, fino a pochi mesi fa, contrastava e combatteva.


    Il giornalista Bob Woodward
    Insomma il giornalista-principe e lecchino dei poteri forti si è coperto egli stesso di ridicolo, come non mancano di fargli notare vari editorialisti. (2)
    Se lo ha fatto, vuol dire che gli è stato ordinato dai suoi padroni, l’alta finanza che possiede il Washington Post, sempre più preoccupata della deriva folle del gruppo Bush.
    In non casuale coincidenza, è scoppiato – e non viene insabbiato – lo scandalo dell’omosessuale pedofilo Mark Foley, deputato repubblicano, che distrugge le speranze dei repubblicani per le elezioni di novembre: un «pagegate» che ricorda troppo da vicino lo scandalo «Watergate» che eliminò Nixon, per non capire che Bush e i suoi sono oggi sotto attacco concertato da parte della finanza e della loro «libera» stampa.
    In questa situazione, l’asse Bush – Cheney – Rumsfeld può non vedere altra cura dei propri guai che una «fuga in avanti» verso la guerra totale contro il cosiddetto terrorismo globale: con un attacco atomico all’Iran, proprio come consiglia il principe delle tenebre Perle.
    E vi sono segnali premonitori di questa nuova deriva: sotto forma di un incipiente disimpegno militare in Afghanistan e Iraq, da cui ritirare le forze che serviranno contro l’Iran.
    A sorpresa, il senatore repubblicano Bill Frist ha reso noto che la Casa Bianca potrebbe fare un’offerta ai talebani, che sono all’offensiva, di farli partecipare al governo di Kabul.
    I talebani sono «troppo numerosi e troppo popolari» per essere vinti militarmente, «bisogna portarli dentro a un tipo di governo più trasparente. Se ci riusciamo, sarà un successo». (3)
    Infatti, mente i comandi britannici attaccano il dittatore pakistano Musharraf accusandolo di sostenere di nascosto i talebani (con cui ha concluso un accordo di non-belligeranza in Waziristan, il loro santuario intoccabile) Bush appoggia anche questa iniziativa di Musharraf.
    Lo stesso si prepara in Iraq.


    Lo «stratega» Donald Rumsfeld
    Gli occupanti americani hanno abbandonato ogni tentativo di disarmare le milizie che si scontrano sanguinosamente nel Paese: (4) adesso sostengono ed armano le milizie sunnite – legate a Saddam – per giocarle contro le sciite, legate all’Iran: nell’evidente speranza che, «missione compiuta» secondo la volontà d’Israele – un Iraq diviso in regioni etnico-religiose ostili, dunque innocue per lo Stato ebraico – si possano ormai disimpegnare gli esausti Marines nel Paese abbandonato al caos, e lanciarli contro l’Iran.
    Dunque Rumsfeld si prepara a «dipingere una tela più grande» con le sue super-armi?
    L’atomica sull’Iran potrebbe dargli il facile successo fin qui sfuggitogli.
    Richard Perle, il rovinoso consigliere, glielo consiglia.
    Occorrerà un pretesto, da fabbricare.
    Occorrerà un uomo vicino a Bush all’ONU, che dia il «mandato internazionale» per l’ulteriore aggressione, e questo c’è già.
    Il successore di Kofi Annan sarà – perchè così vuole l’America – il coreano Ban Ki-moon.
    Costui è membro della «Chiesa dell’Unificazione», ossia la setta del «reverendo Moon» (Sun Myung Moon), la potente organizzazione che da sempre sostiene politicamente e finanziariamente la famiglia Bush, nonché proprietaria del Washington Times, il secondo giornale di Washington, ultra-conservatore.

    Maurizio Blondet


    Note
    1) «The prince of darkness: Iraq ‘canvas simply too small‘», Daily Kos, 4 ottobre 2006.
    2) Si veda per esempio il salace commento su Woodward firmato da Jacob Weisberg, «An imperfect picture of Rumsfeld at war», sul Financial Times, 5 ottobre 2006: «E’ lievemente irritante vedere come Woodward rovescia la sua opinione senza riconoscerne mai di averne avuta una, ora o allora».
    3) Chidanand Rajghatta, «Set to cut deal with Taliban», Times of India, 5 ottobre 2006.
    4) Ali al-Fadhyli, «Militia’s madness stirs Iraq», Asia Times, 5 ottobre 2006.