Democrazia? Al contrario!

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    La popolarità di George W. Bush si aggira sul 40% , i democratici sono in testa in tutti i sondaggi, ma non è per niente detto che il 7 novembre riescano a mettere le mani sul Congresso. Il motivo? Le elezioni statunitensi di medio termine sono truccate, o per meglio dire, il trucco c’è, si vede, ed è vecchio di duecento anni e, casualmente nato proprio negli Stati Uniti. Si chiama “gerrymandering”, termine intraducibile in italiano, che sta a significare la ridefinizione territoriale dei collegi elettorali con l’obiettivo di far rieleggere chi è già in carica.
    In pratica non sono i cittadini ad eleggere i loro rappresentanti, ma i politici a scegliere i loro elettori, e con i repubblicani che partono in vantaggio nella maggioranza degli stati, le elezioni del 7 novembre sono una partita in cui le regole sono state decise dal partito di Bush.

    L’usanza fu concepita nel 1812 dal governatore del Massachusetts Elbridge Gerry, che voleva farsi rieleggere. Gerry ridisegnò sulla carta i collegi elettorali dello stato in modo da massimizzare il risultato finale. In particolare, uno di questi collegi si snodava lungo un percorso innaturale, che ricordava la sagoma di una salamandra; in inglese, salamander. Alla fine molti cittadini del Massachusetts si sentirono presi in giro dalla novità ribattezzata gerrymander, e Gerry non fu rieletto governatore. Fu poi scelto come vicepresidente da James Madison, morendo durante il suo mandato. Ma l’idea da lui lanciata si è poi dimostrata una costante delle elezioni americane, ed è stata usata a piacimento da repubblicani e democratici.

    Il gerrymandering va a braccetto con il sistema maggioritario: chi prevale in un collegio fa suo l’intero piatto, chi arriva secondo – anche per un pugno di voti – perde tutto. Per fare un gerrymandering efficace, bisogna allo stesso tempo concentrare e disperdere gli elettori in determinate zone, secondo i propri calcoli politici. Un esempio estremo: supponiamo che uno stato abbia 90 votanti, e tre rappresentanti da eleggere tra il partito rosso e il partito blu. Alle elezioni precedenti, i rossi hanno conquistato due seggi su tre. Ma nel frattempo la marea è cambiata, e solo 35 elettori su 90 voterebbero per il partito al governo. Come potranno mantenere la maggioranza i rossi, se 55 cittadini sceglieranno probabilmente i candidati blu? Se i tre collegi fossero divisi a caso, non ci sarebbe storia. Ma se questi vengono ridisegnati in modo da creare un feudo avversario, dove 27 elettori su 30 voterebbero blu, e altri due collegi con 16 votanti rossi e 14 blu, il risultato finale stravolge le proporzioni della vigilia: e i rossi riescono a mantenere la maggioranza, per due seggi a uno.

    Essendo un calcolo basato sulle previsioni, non può essere immune da errori. Ma negli ultimi venti anni, con l’aiuto di database e modelli informatici, sbagliare è diventato più difficile. Oggi entrambi i partiti si avvalgono delle consulenze di esperti del settore: incrociando dati come l’età, il reddito dichiarato, il livello d’istruzione, la razza, la registrazione elettorale (obbligatorio indicare per quale partito) e le eventuali donazioni alle campagne passate, si può ragionevolmente prevedere la distribuzione territoriale del voto, e modellare di conseguenza i collegi uninominali. L’effetto può essere geograficamente bizzarro: uno dei due collegi di Austin, la capitale del Texas e una delle città più progressiste dello stato, si allunga a sud lungo un corridoio di 500 chilometri, che arriva fino al Messico. Esempi simili si trovano in tutti gli States. E nelle elezioni del 2002 il risultato si è visto: 431 rappresentanti su 435 sono stati rieletti. Quando la Camera ha riaperto, c’erano solo quattro facce nuove.

    La creazione di onnipotenti baroni locali, che possono in sostanza permettersi di ignorare le richieste degli elettori che non li hanno votati, è uno degli effetti negativi del gerrymandering. Un altro è lo scoraggiamento nei potenziali elettori, specie della parte “derubata”: perché andare alle urne, se il voto è in sostanza inutile? Non è un caso che le elezioni di medio termine facciano registrare costantemente i tassi di affluenza più bassi: nel 2002 ha votato il 37 percento degli aventi diritto, e l’ultima volta che si è superato il 40 percento era il 1970. Ma il gerrymandering viene usato anche in funzione “positiva”, per assicurare una rappresentanza politica alle minoranze. Così, in particolare all’inizio degli anni Novanta, i democratici hanno provveduto a ridisegnare collegi “sicuri” per i candidati afro-americani.

    Secondo la Costituzione statunitense, i collegi possono essere ridisegnati ogni dieci anni, dopo le nuove mappe demografiche fornite dal censimento. A seconda di chi controllava le singole legislature, entrambi i partiti hanno sfruttato massicciamente questa possibilità, tanto che nel 2004 gli osservatori internazionali dell’Osce hanno bacchettato questa pratica in un rapporto ufficiale. Negli anni Novanta lo hanno fatto i democratici, a inizio Duemila i repubblicani si sono vendicati. E ora ci hanno preso gusto: l’ex leader del partito di Bush al Senato, Tom DeLay, nel 2003 ha tracciato la nuova mappa dei collegi nel Texas, assicurando ai repubblicani una vittoria per 21 a 11 nei rappresentanti da mandare alla Camera. La mossa provocò scalpore perché avvenne fuori dalla cornice prevista dalla Costituzione. Ma lo scorso giugno, la Corte Suprema ha legittimato il suo “strappo”, dando in sostanza il via libera alla ridefinizione dei collegi in qualunque momento.

    Si va quindi alle elezioni con mappe dei collegi disegnate in gran parte dal partito di Bush. Saranno in gioco 435 seggi alla Camera e 100 al Senato. Ma grazie a un gerrymandering sempre più raffinato, in realtà il 90 percento dei collegi è molto omogeneo e difficilmente vedrà perdere il rappresentante in carica. Nel 2000, alla Camera solo 57 seggi su 435 furono vinti con un margine percentuale inferiore al 10 percento. Quest’anno, per tornare ad essere maggioranza al Congresso, i democratici dovrebbero riconquistare 15 seggi alla Camera e 6 al Senato. Ma nonostante i favori dei sondaggi, sanno di partire con un handicap. Che però, insegnano le elezioni passate, non sempre è foriero di sconfitta. Nel 1994, con presidente Clinton e mappe dei collegi fresche di rifacimento da parte dei democratici, i repubblicani conquistarono il Congresso per la prima volta dopo quaranta anni.