Diamanti sporchi

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    Si chiama «Diamante di Sangue» («Blood diamond») il film a cui la Warner Bros sta dando le ultime pennellate: protagonista Leonardo Di Caprio, dunque successo assicurato. E’ un kolossal, e narra la storia di un mercenario sudafricano che cerca un rarissimo diamante rosa nel corso della guerra civile in Sierra Leone.
    Ma la cosa più strana è che la Warner non deve spendere per la pubblicità: gliela farà la De Beers, la grande azienda sudafricana (di cui è proprietaria una sola famiglia, gli Oppenheimer) che praticamente ha il monopolio della vendita dei diamanti nel pianeta.

    In verità, la De Beers ha scatenato i suoi enormi mezzi finanziari «contro» il film: stanziando otto milioni di dollari da spendere in pagine pubblicitarie sui giornali per contrastare «l’immagine negativa che il film getterà sul nostro business». «Qui, ci rovinano le vendite natalizie», dice Eli Izhakoff, presidente della World Diamond Council, la lobby del settore.
    «E il rischio peggiore è che il pubblico boicotti i diamanti come ha già fatto con le pellicce».
    Perché tanto allarme?
    Perché la gente non deve sapere che il commercio mondiale dei diamanti è il business più segreto, oscuro e discutibile del mondo.
    E da questa oscurità trae i suoi profitti.
    Cominciamo dal prezzo: il fidanzato che compra l’anello col brillantino alla fidanzata («Un diamante è per sempre», è lo slogan della De Beers) non sa che lo sta pagando molto, molto di più di quello che varrebbe, se esistesse un mercato libero.
    Ma in questo settore, il liberismo è inesistente.
    Tutto il commercio è in mano alla Oppenheimer-De Beers: anche i diamanti della Russia sono venduto in monopolio dai sudafricani, grazie ad un accordo della De Beers con Lev Leviev, il re dei diamanti di Mosca, che non manca di legami con le mafie russe.
    Il canale unico di vendita ha lo scopo di sostenere artificialmente i prezzi. Ogni cinque settimane la De Beers, a Londra, mette in vendita i suoi tesori grezzi: ma non si tratta di un’asta libera, è tutto l’opposto.

    Come ha spiegato Gregg Campbell, un coraggioso giornalista autore dell’unica seria inchiesta su questo traffico («Diamanti di Sangue», Carocci Editore), a comprare sono 120 grossisti privilegiati, membri di una lista stilata dalla stessa De Beers.
    Ma anche questi compratori privilegiati non possono scegliere le pietre: se potessero, sceglierebbero solo diamanti da cinque grani e di qualità «ottimo», i più richiesti per gli anelli di fidanzamento.
    Ma la De Beers ha l’interesse contrario, rifilare anche le pietre di minor valore o commerciabilità. I 120 grossisti possono solo fare una petizione a sei intermediari speciali (ovviamente scelti dalla De Beers), ma non è detto che la richiesta sia accolta. Di fatto, i 120 cacciano un grosso anticipo – fino a 20 milioni di dollari – per comprare non ciò che chiedono, ma un «pacchetto sorpresa», che contiene pietre di diverso peso e qualità.
    E si devono accontentare, altrimenti la De Beers li depenna dalla lista e quindi dall’asta. Per questo strano metodo, nel 1994, la giustizia americana ha vietato alla De Beers «ogni attività» in USA per violazione delle leggi di mercato: poco male, basta che i dirigenti De Beers non viaggino in America in più di tre per volta (solo così sarebbero sospettati di «svolgere attività sul territorio USA»).
    Per il resto, la De Beers ha negli USA il suo maggior mercato. Ovviamente, per sostenere il prezzo della pietra, la De Beers deve essere l’unica venditrice: ossia accaparrarsi anche i diamanti scavati in Liberia, Congo, Sierra Leone ed altri Paesi disastrati; deve impedire che questi preziosi finiscano sul mercato libero.
    Ragion per cui, la De Beers è sospettata di trafficare i diamanti insanguinati dalle guerre e guerriglie africane, contrabbandati da delinquenti e sterminatori. Ovviamente, la monopolista nega.
    Sostiene che tutti i suoi diamanti hanno un «certificato d’origine» regolare, che certifica che non vengono da Paesi in guerra. E inoltre, esiste dal 2002 un’associazione, chiamata «Processo di Kimberley», che riunisce 62 Paesi produttori i quali garantiscono che i loro diamanti sono «puliti».

    Ma è proprio così? Facciamo un esempio: il Congo scopre nelle sue miniere ogni anno non più di 50 mila carati di pietre.
    Però ne esporta fra i 3 e i 5 milioni di carati ogni anno.
    Non è un miracolo, è un traffico sporco: evidentemente, il Congo riceve di contrabbando diamanti insanguinati dalle vicine guerre africane, e li fornisce del proprio certificato d’origine.
    Il fatto è che il diamante, al contrario dell’eroina, non viene annusato dai cani anti-droga; non fa trillare i metal-detector negli aeroporti. Ma come la droga, il diamante si paga in contanti, non con assegni né tanto meno con cambiali. Nella 47 strada di Manhattan o ad Anversa, dove specialisti ebrei coi riccioloni e la redingote nera tagliano e smerciano i diamanti più preziosi, in Israele (dove si taglia la metà dei diamanti del mondo) o in India (dove si taglia il resto), chiunque vuole comprare arriva con pacchi, anzi con una valigia di bigliettoni.
    Tutto sulla parola.
    Tutto sotto controllo della comunità ebraica, che mantiene il segreto professionale più assoluto su questo busines da 14 miliardi di dollari annui.
    E tutto senza lasciare alcuna traccia bancaria.
    Come si capisce, questo metodo rende il diamante appetibile non solo alle donne, ma anche a tutte le organizzazioni criminali che fanno traffici meno legali, ma anch’essi in contanti: traffico di droga e di armi. Come mezzo di pagamento, per costoro, il diamante è l’ideale.
    Non solo non lo scoprono i cani né i metal-detector; un sacchetto di camoscio con poche pietre, che sta in tasca, vale milioni di dollari. Equivalente a una valigiata di bigliettoni, ma molto meno visibile e sospetta.

    E’ come denaro contante: garantito anche contro le fluttuazioni di prezzo che rendono incerto il valore di ogni altra materia prima, grazie al monopolio mondiale de Beers. E difatti, nel 2002, un’inchiesta Interpol condotta tra Anversa e il Libano ha scoperto che due emissari di Al-Qaeda sono andati in Africa per comprare diamanti – 20 milioni di dollari – cercando nello stesso tempo di pagare, con essi, una grossa partita di armi sofisticate, anche missili anti-aerei.
    Ma la cosa più strana è che i due emissari di Al Qaeda, per comprare le armi, si rivolsero (lo ha scritto il Washington Post) «a Simon Yelnik, un trafficante d’armi israeliano con sede a Panama»: il quale si affrettò a mandare una mail all’esercito del Nicaragua (il fornitore delle armi, insieme a una ditta bulgara) per un ordinativo che, scrisse, «serve ai nostri amici in Africa».
    Oggi Yelnik è in galera a Panama, e nega che la vendita sia andata a buon fine. In ogni caso, la vicenda – che stranamente non ha interessato l’FBI – suscita inquietanti interrogativi.
    Com’è che terroristi arabi si rivolgono a un mercante israeliano?
    D’altra parte, poiché il commercio di diamanti grezzi è in mano alla comunità ebraica, una vendita di 20 milioni di dollari non può passarle inosservata; deve avvenire, perlomeno, con la sua benevola neutralità.
    Infine, è ragionevole ritenere (è scritto in un rapporto dell’ONU del novembre 2001) che nel traffico abbia le mani in pasta il Mossad, doppiamente interessato a quel mezzo ideale di pagamento «invisibile» che sono i diamanti, e al traffico clandestino di armi – di cui Israele è parte notevole. Com’è che le spie israeliane non hanno bloccato i due di Al Qaeda?
    Ognuno ne tragga le conclusioni.
    Noi ci limitiamo a raccontare un fatto avvenuto nell’agosto 2003 a New York, e raccontato da una rivista del settore, «The Professional Jeweler».

    Un agente negro dell’FBI, spacciandosi per un membro di un’organizzazione islamica clandestina sudanese, avvicina un certo Hemat Lakhani – un indiano con passaporto britannico – che i federali sospettano di spacciare armi.
    Il falso sudanese cerca missili anti-aerei SA-18.
    Affare fatto, gli risponde l’indiano: presentati fra tre giorni con l’anticipo. In contanti, naturalmente.
    Tre giorni dopo, con una valigetta dentro cui ha 30 mila dollari, l’agente FBI viene portato dall’indiano alla 47ma di Manhattan, nel quartiere dei diamantieri coi riccioloni.
    E precisamente, negli uffici della Ambuy Gem Corporation. Dove il padrone della ditta – Yehuda Avrham, di anni 75 – conta accuratamente i soldi, che sa servire a comprare missili per terroristi, e li mette in cassaforte.
    Il falso sudanese (che ha un registratore nascosto sul corpo) finge d’innervosirsi: ma come, mi hai portato da un ebreo? Non ci tradirà? L’indiano risponde giulivo: tranquillo, il signor Avraham è il nostro riclicatore di fiducia.
    Sai, lavora coi contanti, sa come non lasciare tracce… Segue l’arresto di tutti.
    Mister Avraham però viene rilasciato: il giudice gli ha chiesto una cauzione impagabile, ma lui l’ha pagata senza batter ciglio.
    Dieci milioni di dollari.
    Ecco il coperchio che il film di Leonardo Di Caprio rischia di sollevare.

    Maurizio Blondet
    22/11/2006
    fonte: www.effedieffe.com