Modello americano

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    Sulla scia del modello americano giovanile, dominato nell’immaginario collettivo da gang rivali che si spartiscono a suon di revolverate i territori da sottoporre al controllo della banda d’appartenenza, tutto il mondo sta ormai adeguandosi. In tal senso è al Brasile che spetta il triste primato del più alto numero di morti ammazzati tra i 5 ed i 25 anni, 43 morti ogni centomila abitanti…l’altra faccia della medaglia dell’American way of life

    Al Brasile un triste primato: il più alto numero di morti ammazzati fra i ragazzi tra i 5 e i 25 anni. Si parla di 43 morti ogni centomila abitanti. Questo non significa che una cosa: le armi da fuoco uccidono più bambini e giovani in Brasile che nei paesi in guerra. Lo segue a ruota il Venezuela, con 38 giovani vite spezzate ogni centomila. A dirlo è l’Organizzazione degli stati ispano-americani per l’educazione, la scienza e la cultura (Oie), che si è basata sulle informazioni raccolte dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

    A mali estremi, estremi rimedi. Uno dei dati più gravi è che i giovani uccisi da colpi di arma da fuoco sono aumentati in proporzione più nei luoghi remoti del Brasile che nelle grandi metropoli. La ragione è la ferrea politica di sicurezza inaugurata nelle città, a discapito delle zone interne, che però sono lontane dallo strappare il riprovevole scettro a Rio de Janeiro, dove ogni centomila abitanti cadono vittima delle pallottole 102 ragazzi. Una città come la capitale carioca vede morire circa trecento bambini all’anno per via delle armi di piccolo calibro e un giovane ha cinque possibilità in più di essere ammazzato a Rio che a New York.
    E se la capitale del divertimento brasiliano è una delle città più violente al mondo, con un tasso annuale di omicidi di 50 ogni centomila abitanti, nelle favelas questa percentuale sale a oltre il doppio.

    Impennata nel weekend. È eclatante che quasi tutti i giovani ammazzati siano neri. La statistica riporta che i ragazzi di colore hanno molte probabilità in più di venire uccisi per questioni di narcotraffico o per mano della polizia rispetto ai bianchi. E la ricerca stabilisce come il sangue versato aumenti di gran lunga nei fine settimana e come sia minore in quei luoghi dove le scuole aprono anche il sabato e la domenica, messe a disposizione delle istituzioni per laboratori e attività ricreative.

    Poche speranze. Un quadro terribile emerge anche dai dati raccolti dall’Osservatorio delle favelas. Molto preoccupante è il numero crescente di ragazzini che entrano nelle bande legate al narcotraffico. Un adolescente ogni cinque che si unisce a questi gruppi muore entro due anni, perlopiù per mano di agenti di polizia.
    L’aspettativa di vita media di un abitante dei quartieri poveri brasiliani è di soli 64 anni, otto anni meno della media nazionale.

    Sotto tiro. “Molti di questi bambini non sono mai usciti dalle favelas dove sono cresciuti – spiega Eduardo Azevedo, portavoce dell’Osservatorio – la loro immaginazione è limitata. Possono anche non rendersi conto che ci sono altre opportunità là fuori”. E, nonostante lo stimolo principale che spinge questi figli della miseria a entrare nelle gang sia il denaro, lo studio rivela che i giovani trafficanti non racimolano che una cifra mensile pari a un salario minimo, ossia 350 reais, pari a poco più di 130 euro. Questo si spiega con il ruolo marginale spesso ricoperto dai più giovani, che diventano semplici scagnozzi dei grandi signori degli stupefacenti. In gergo si chiamano soldati e solitamente sono destinati a far da vedetta sui tetti delle case e alle entrate delle favelas, on modo da avvistare gli sbirri, di cui diventano quindi i bersagli principali. dominio della propria banda, anche il resto del mondo sembra esserne influenzato. Più di tutti è il Brasile, a cui spetta il triste primato

    fonte articolo: peacereporter.net