Etiopia noachica

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    L’Etiopia annuncia: abbiamo «spaccato la schiena» alle Corti islamiche. Il dittatore di Addis Abeba governa su un Paese il cui prodotto lordo pro capite è sui 439 dollari l’anno, poco più di un dollaro al giorno ed ha spaccato la schiena ai governanti di un Paese il cui PIL si aggira sul mezzo dollaro a testa.

    E il peggio è che l’Etiopia ha attaccato su mandato di Washington, da cui riceve aiuti sostanziali in armi.
    Ha un esercito di 150 mila uomini sperimentati (dalla trentennale guerra con l’Eritrea) che ha lanciato contro un’accolita di forse diecimila guerriglieri male armati.
    Un «intervento di auto-difesa», dice Addis Abeba: evidentemente ha imparato la terminologia da Israele (che aggredisce «per autodifesa»), e dai suoi consiglieri militari.
    In difesa, aggiunge, del «governo legittimo» somalo, un governo che nessuno in Somalia vuole, ma che ha l’appoggio della ben nota «comunità internazionale»: quella stessa che sostiene il «legittimo» governo Siniora in Libano, il fantoccio Karzai in Afghanistan, il ridicolo regime collaborazionista in Iraq.
    L’Occidente noachico, insomma, il promotore della democrazia globale dettata dall’alto.

    Il fatto è che i somali hanno scelto un loro governo: è quello delle Corti islamiche.
    I saggi islamisti somali hanno messo fine a decenni di caos, insicurezza, scontri ripugnanti tra signorotti della guerra, criminali comuni più che politici, con le loro bande di persecutori e taglieggiatori.
    Le Corti islamiche hanno portato una qualche misura di pace e di giustizia.
    Sono – come è spesso l’Islam nel «buco nero» disperante che si chiama Africa – una realtà civilizzatrice.
    Dicono che sono i Talebani di Somalia.
    Sono fondamentalisti, ma a differenza dei Talebani – importati dal Pakistan – questi sono somali, nati e cresciuti in Somalia.
    E’ un regime nazionale che non deve niente alle potenze straniere. La propaganda noachica dice, ovviamente, che sono sostenuti da «Al Qaeda». Quella Al Qaeda che in Iraq non alza un dito contro l’invasore, ma massacra a centinaia gli sciiti?
    Quella che appare a scadenza regolare quando serve a Bush, in video accuratamente Made in Usa? Il fatto è che la «vittoria» etiopica promette di essere simile alla «vittoria» del cosiddetto Occidente in Afghanistan.
    Là i Talebani sono alla riscossa ed avanzano.
    Per le Corti islamiche, la guerra è solo cominciata.

    L’Eiopia, ubbidiente, s’è cacciata nel prossimo pantano di tipo iracheno. Il sostegno reale della popolazione per il regime musulmano assicura decenni di guerriglia e infinite sofferenze per una popolazione sempre sull’orlo della denutrizione e della miseria. Non solo quella somala.
    Metà della popolazione etiopica è sotto il pur minimo «livello» della povertà del Paese. Che l’Etiopia possa occupare stabilmente la Somalia – terreno difficile, vastissimo ed infido, semi-desertico – è escluso.
    «E’ una vittoria limitata, non si può immaginare quale obbiettivo concreto abbia», ha detto anche David Shinn, ex ambasciatore americano ad Addis Abeba.
    L’obbiettivo è quello ordinato dall’America noachica, «contenere l’avanzata dell’islamismo nel Corno d’Africa».
    A questo scopo il Pentagono ha stanziato almeno 1.500 uomini a Gibuti dal 2002 e numerosi consiglieri militari e fornitori di intelligence ad Addis Abeba. Ma sarà una vittoria di Pirro. (1)
    L’evidente sostegno americano agli etiopici è per sé una propaganda a favore dell’islamismo militante nell’area.

    Maurizio Blondet, www.effedieffe.com

    Note: 1) Edmund Sanders, «Somalia could be Ethiopia’s quagmire», Los Angeles Times, 26 dicembre 2006.