I soliti “terroristi”?

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    Da giorni tiene banco la vicenda dei tre tecnici italiani ENI rapiti su di una piattaforma petrolifera nella zona del Delta del Niger, e dei tentativi, tutti fin’ora falliti, per tentarne la liberazione. Così mentre stampa e TV fanno leva sul piano emozionale della vicenda, si tenta di mascherare con un alone di banditismo quelle che sono le sacrosante rivendicazioni di uomini che vedono ogni giorno la loro terra sfruttata, inquinata ed impoverita dal progresso, e le cui richieste di riscatto sono libertà, scuole e benessere economico…una “somma” forse troppo alta per i colossi mondiali del capitale.

    NAIROBI – Il leader del Mend, Jomo Gbomo, aveva già sottolineato in parecchi messaggi inviati al Corriere della Sera: «Se l’Agip tenterà di usare altri mezzi per cercare di liberare gli ostaggi, metterà a rischio la loro incolumità. Non tentate di servirvi di gente che si spaccia per negoziatori, né di corrompere le nostre guardie, altrimenti saranno guai». Jomo, probabilmente un nome di battaglia, aveva anche minacciato di far fuori gli ostaggi se qualcuno avesse tentato di liberarli con la forza. E aveva poi aggiunto in un messaggio successivo: «I miei combattenti si sono sentiti insultati dall’atteggiamento dell’Agip che ha offerto soldi per la liberazione degli ostaggi, mentre non sono state prese in considerazione le nostra richieste: migliorare la situazione della gente che vive nel delta del Niger e tirar fuori di galera chi sta cercando di lottare per l’emancipazione della popolazione di qui. Ci trattano come banditi e criminali, mentre noi siamo un movimento politico».

     «NON ACCETTIAMO SOLDI» – «Per dimostrare che non accettiamo i loro soldi insanguinati, potremmo giustiziare gli ostaggi e spedire i loro corpi all’Agip», aveva concluso. All’obiezione che in fondo i quattro tecnici sequestrati (tre italiani, Francesco Arena, capo del terminale petrolifero di Brass, Cosma Russo e Roberto Dieghi, e un contrattista libanese, Imad Abed) sono solo dei lavoratori e non si possono loro attribuire le colpe per la società per cui lavorano, aveva risposto: «Non so se questi signori sono innocenti. Loro sono testimoni del comportamento diabolico di chi cerca di mantenere la nostra popolazione calma e tranquilla. Gli stranieri stanno nei loro alloggiamenti e aiutano il governo nigeriano a rapinare le nostra ricchezze. Per questo abbiamo chiesto a chi lavora per le compagnie petrolifere di andarsene. Siamo stanchi di minacciare solamente come abbiamo fatto finora. Hanno bisogno che ammazziamo qualcuno per farci prendere in considerazione seriamente? Lentamente stiamo diventando dei mostri, contro la nostra volontà. Pensavamo che loro portassero lavoro per la nostra gente e prosperità per il nostro Paese. Invece la Nigeria è una delle nazioni più degradate del continente. Hanno portato miseria e morte. Qui c’è disoccupazione, mentre il lavoro viene dato alle persone che arrivano da altre parti del Paese». Il riferimento è ai dirigenti mussulmani del nord che hanno governato la Nigeria per anni e raccomandato i loro concittadini alle compagnie petrolifere. «Quando ieri (cioè il 2 gennaio, ndr) abbiamo scoperto che il signor John Weri aveva cercato di corrompere le guardie per far scappare gli ostaggi i miei uomini hanno minacciato di ucciderli subito e spedire i corpi all’Agip. Si sentono raggirati, giacché nessuno prende in considerazione le nostre richieste e cioè liberare quattro persone che sono giustamente rinchiuse in carcere».

    TRATTATIVE – Alla domanda se sia vero che state aperte trattative per il rilascio dei rapiti, in questi giorni, in diverse mail, Jomo aveva spiegato: «Non abbiano mai parlato con emissari né dell’Agip, nè del governo di Bayelsa, nè con il ministero degli esteri italiano». E all’osservazione che in Italia si parla di trattative in corso, ha così smentito: «E’ falso. Lo dimostra il fatto che il Segretario dello Stato di Bayelsa, il signor Igali, è stato incaricato di seguire i negoziati per le liberazione degli ostaggi. Igali è partito per le vacanze invernali prima di Natale, prima in Gran Bretagna, ora in America e non è ancora tornato. Una chiara indicazione che non c’è nessun contatto in corso. E’ un chiaro tentativo di tener tranquille le famiglie».

     «SCUOLE NON RISCATTO» – «L’Agip deve capire che deve spendere il denaro per costruire scuole e altre infrastrutture per le comunità che vivono nei territori che loro hanno distrutto. Non deve pagare riscatti. Rilasceremo i quattro senza prendere un centesimo, ma quando le nostre richiesta saranno accettate. Non devono cercare l’aiuto di criminali che vogliono guadagnare sulla pelle degli altri. Sappiamo che la compagnia italiana ha speso un sacco di soldi finiti nelle tasche di chi faceva loro credere di essere in rado di liberare gli ostaggi. No, le condizioni sono chiare e precise. Ripetiamo: non cerchino altre strade». Jomo aveva anche spiegato perché le comunicazioni telefoniche sono state interrotte: «Per la sicurezza degli ostaggi. Ogni volta che li facciamo parlare con qualcono dobbiamo cambiare rifugio per evitare di essere individuati». L’ultima conversazione con il corriere data 24 dicembre. Dopo Natale gli ostaggi riuscirono a comunicare brevemente con le famiglie. «Grazie a un telefono che avevano ricevuto di nascosto. Abbiano scoperto il trucco e glielo abbiamo tolto».

    GUARITO UNO DEI RAPITI – E sul fatto che uno di loro, Roberto Dieghi, stava male? «E’ guarito. Ma avevamo chiesto un medico. Dicono che era pronto, ma nessuno ci ha mai fornito il suo numero, come avevamo chiesto». Jomo aveva chiesto di poter avere quel numero anche attraverso il Corriere, ma la Farnesina si era rifiutata di darlo anche a noi.

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