Vento Divino…

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    Nel paese del Sol Levante si è da poco, anche in seguito all’uscita di un film, riaperto il dibattito sul valore “storico” e reale dei kamikaze giapponesi. L’operazione in atto, se da un lato sembra far credere necessaria un operazione di “riabilitazione” (non di certo richiesta dai kamikaze che non poterono compiere il loro destino) di quella generazione che si immolò con spirito patriottico, dall’altro nega a quest’ultima ogni valore Superiore delle loro fatali gesta, vincolandole ad una dimensione di puro doverismo militare e, molto più spesso, di vero e proprio obbligo coercitivo. Ci sembra scontato ricordare che quei ragazzi giovanissimi, aldilà delle facili strumentalizzazioni che ad oggi possono essere fatte delle loro figure, furono uno degli esempi più concreti nello scorso secolo di Azione secca, disinteressata ed EROICA. Le chiacchiere le lasciamo agli “storici”… Tora!Tora!Tora!

    Sono pochi quelli che accennano un sorriso. Hanno tra i 17 e i 28 anni. La maggior parte indossa un casco d’aviatore e occhiali sulla fronte. Alcuni sono in tenuta da sottufficiali. Moriranno e lo sanno. Un migliaio di fotografie, in posa, occupano le pareti della prima sala del museo della pace alla memoria «dei piloti-suicidi» nella piccola città di Chiran, a sud di Kyushu, dove si trovava una delle loro basi.

    Una poesia prima dell’attacco Di tutte le età, silenziosi, i visitatori osservano i volti di questi adolescenti, si avvicinano alle didascalie per leggere i loro ultimi messaggi o le loro ultime poesie scritte a mano con cura e lasciano spazio all’immaginazione guardando i loro oggetti: mascotte in chiffon e un «tessuto ai mille punti» porta fortuna accompagnavano chi aveva ricevuto il «foglio rosso»: l’ordine di partire al fronte. In una fotografia si vede un gruppo di cinque giovani piloti dall’aria allegra. Uno di loro tiene per il collo una donna che potrebbe essere sua madre e si chiama Tome San. Aveva in città un piccolo bistrot ed era un po’ la madre di tutti: davanti a lei non avevano paura di avere paura. Alla vigilia della loro partenza, un giovane pilota le scrisse un messaggio d’addio: «Ti dono la mia giovinezza». «Fino alla sua morte, a 89 anni, Tome San se l’è ricordato: è per questo che ho potuto vivere così a lungo…». Poco prima della sconfitta, un altro gli aveva detto che sarebbe ritornato trasformato in una lucciola. In futuro, Tome San avrebbe chiamato il suo piccolo bistrot «Locanda delle Lucciole».

    La retorica del super-patriota Il piccolo museo di Chiran suscita un interesse nuovo nei giapponesi. Un lavoro di memoria, ancora traboccante e troppo a lungo allontanato, ricomincia. Libri e pellicole hanno inoltre cercato di scovare gli uomini dietro i soldati. Ricostruire l’immagine del «super patriota»: il kamikaze («vento divino», in riferimento alle burrasche che fermarono l’invasione mongola del XIII secolo). Ammirati per il loro coraggio, i piloti-suicidi sono sempre più considerati come giovani sacrificati a una causa persa. È il caso del film tragicomico «The Winds of God: Kamikaze» (titolo in inglese), uscito nell’estate 2006, che Masayuki Imai ha scritto prendendo spunto dall’opera teatrale «Reincarnazione» della fine degli Anni ‘80. «L’operazione kamikaze è stata disumana: erano giovani normali mandati a morire», spiegavano all’uscita del film.

    «Nulla a che fare con gli arabi» La ricostruzione della figura del kamikaze è stata stimolata dagli attentati dell’11 settembre. Sono molti i giapponesi che si sono indignati per l’appropriazione della parola «kamikaze» al di fuori del contesto storico e culturale. «Quest’omologazione è insensata», insorge Iwao Fukagawa, che a 21 anni comandava una piccola unità di kamikaze: «I terroristi agiscono per odio e prendono di mira civili. Noi eravamo soldati che eseguivano un ordine e i nostri obiettivi erano militari». Iwao è sopravvissuto solo perché la sconfitta è arrivata prima dell’ordine di partire. Quasi 10.000 giovani morirono in queste operazioni. Eppure nel codice d’onore del guerriero non c’è traccia della tradizione di attacchi-suicidi. Lo Stato maggiore ricorse a questa tattica alla fine del 1944, quando la guerra iniziò ad andare male. La maggior parte delle forze navali e aeree era stata distrutta a Leyte, alle Filippine. È là, il 20 ottobre 1944, che i kamikaze fecero la loro comparsa. I soldati erano arrivati per combattere fino alla fine e preferivano una «morte d’onore» alla cattura: era la prima volta che piloti ricevevano l’ordine di gettarsi sul nemico. I kamikaze si moltiplicarono tra aprile e giugno 1945, in occasione della battaglia di Okinawa. Più di 3.000 presero parte e praticamente tutti morirono. Il tasso di successo fu misero: appena il 10 per cento raggiungeva l’obiettivo. «I piloti avevano talvolta meno di 100 ore di volo – ricorda Iwao Fukagawa – Spesso, i loro apparecchi erano “bare volanti”, in cattivo stato e senza abbastanza combustibile per il rientro». Shigeyoshi Hamazono, un sopravvissuto, non nasconde il rancore covato verso i capi che non partivano: ricorda, nel quotidiano Asahi Shimbun, che dirigendosi verso il suo apparecchio, il 6 aprile 1945, bevve del sakè dalla bottiglia e si mise ai comandi urlando: «Banda di c…». Ai sopravvissuti spettava un altro calvario: mandati in un campo di rieducazione «sopportavano le umiliazioni peggiori», racconta Kenichiro Onuki, che passò i mesi più orribili della sua vita con un centinaio di altri compagni in uno di questi centri, a Fukuoka. Avevano dato la loro vita e, poiché per miracolo l’avevano conservata, venivano privati della dignità. Gli ultimi messaggi dei giovani piloti di Chiran o le prove dei rari sopravvissuti restituiscono un’immagine ben diversa da quella di fanatici. Indubbiamente vi erano alcuni illuminati, ma la grande maggioranza partì perché non aveva scelta. «Ci confortavamo cullandoci nell’idea che quanto meno saremmo stati degli eroi», annota uno di loro nel suo diario. Secondo Hideo Den, sopravvissuto, «era la disperazione che ci faceva andare avanti». Volontari? «Credevamo di esserlo. In realtà, eravamo stati scelti ed era impossibile sfuggire. La pressione sociale era troppo forte», dice Iwao Fukagawa.

    La metafora del fior di ciliegio Come la Germania nazista amava Wagner, il Giappone imperiale mise al servizio della sua ideologia l’estetica del fiore di ciliegia, simbolo dello «spirito giapponese». Le prime unità di kamikaze furono battezzate con nomi che evocavano i fiori di ciliegia, i cui delicati petali sono portati via dalla brezza: così doveva comportarsi l’uomo di fronte alla grandezza dello Stato. Dopo la sconfitta, il Giappone si liberò dei kamikaze come di un fastidio. Alcuni, dispersi in una società in rovina che li rinnegava, diventarono dei delinquenti. «Avevano 20 anni e avevano imparato a morire, non a vivere – spiega Iwao Fukagawa – altri si sono fusi nell’anonimato».

    Chiusi in loro stessi I giovani piloti erano, per la maggior parte cadetti o studenti soldati. Prima di partire, dovevano scrivere un testamento ufficiale ed evocare la «grande causa» per cui andavano a morire. Ma negli ultimi messaggi alle famiglie, che affidavano di nascosto ai giovani dipendenti della base, non c’era traccia di enfasi. «Non è vero che voglio morire per l’imperatore… Ma è stato deciso così per me», scrive uno di loro. E aggiunge che i suoi compagni non avevano che un desiderio: tornare a casa. Una volta designati, ricorda Shigeyoshi Hamazono, «si chiudevano in se stessi, e i loro compagni non osavano nemmeno andare più a parlare con loro». Morte inutile? «Erano coraggiosi e sinceri. Ed è per questo che bisogna onorare la loro memoria», ritiene Iwao Fukagawa. I diari lasciati dai kamikaze, lunghi soliloqui di domande sul senso della vita, sono infarciti di citazioni di autori giapponesi, di Kant, Rousseau… Alcuni erano idealisti, altri romantici, a volte marxisti. «Che cosa significa patriottismo? Milioni di morti e la privazione della libertà per milioni di altri», scrive Hachiro, morto a 22 anni, nell’aprile 1945.

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