Cure virtuali per guerre reali

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    I soldati americani tornati dal fronte, irakeno ed afghano, sono sempre più vittime dei tipici disturbi post-bellici, come durante il conflitto in Vietnam. Lo stato americano, che ha così a cuore lo status mentale dei suoi “patrioti” andati ad esportare un po’ di democrazia qua e là nel mondo, interviene però per curarli. Come? Con l’ennesima dose di guerra ma, stavolta virtuale…Così mentre i pochi soldati americani sottoposti al trattamento di guerra-virtuale, potranno reintegrarsi nella vita ordinaria e “smilitarizzata”, i milioni di afghani ed irakeni resteranno in patria a fare quotidianamente i conti con la guerra. Quella vera, però.

    Un mezzo corazzato va in pattuglia, cercando di schivare l’esplosione degli ordigni piazzati sulla strada. Tutto intorno odore di polvere da sparo, gomma bruciata, sudore. Sembra Falluja, ma siamo negli Stati Uniti: è la guerra virtuale, la nuova terapia per far superare i traumi della guerra ai reduci del fronte.

    Ptsd. Sono decine di migliaia i militari statunitensi che, tornati in patria dopo avere combattuto in Afghanistan e Iraq, hanno sviluppato i sintomi del Ptsd, disturbo post-traumatico da stress: incubi ricorrenti, crisi di panico, difficoltà a concentrarsi, sensazione di isolamento, che rendono impossibile il ritorno alla vita normale. Il Ptsd, riconosciuto come disturbo invalidante già dopo la guerra del Vietnam, nasce dalle condizioni di estrema fatica e stress a cui sono sottoposti i soldati nei mesi trascorsi al fronte. E mentre alcuni psichiatri lo considerano come una malattia cronica, con cui si può solo cercare di convivere, altri lo ritengono un disturbo curabile. Come ad esempio i ricercatori della University of Southern California, che hanno sviluppato un software per aiutare i loro pazienti a superare il trauma subìto: la guerra virtuale, appunto.

    Videogioco di guerra. “E’ un’esperienza interattiva, in cui il paziente può rivivere le esperienze che lo hanno traumatizzato, ma in un contesto sicuro”, ha spiegato il professor Rizzo presentando la nuova tecnologia. Il paziente siede su una poltrona, indossando un casco per la realtà virtuale, e inizia il suo viaggio vicino a un Humvee, un veicolo corazzato usato dall’esercito Usa nei teatri di guerra. Quando si sente più tranquillo, può salire sull’Humvee e partire. “Nel corso delle sedute, introduciamo gradualmente altri elementi”, illustra il professor Rizzo, “come armi, bombe, combattenti nemici, un attentato e così via”. Sotto la poltrona del soldato virtuale, un potente subwoofer riproduce i suoni e le vibrazioni di battaglie, spari, autobombe. E il terapista può aggiungere a sua discrezione anche gli odori: polvere da sparo , cordite, gomma bruciata, spezie irachene, agnello alla griglia e sudore (“Non ridete”, raccomanda Rizzo, “è un odore molto significativo in quei contesti”). I ricercatori stanno valutando se aggiungere anche il sangue e la carne bruciata, ma non sono sicuri di potersi “spingere fin là”.

    I risultati. Finora sono stati sottoposti alla terapia poche decine di soldati, per due sedute settimanali di un’ora e mezzo ciascuna. E sembra dare i primi risultati: secondo il professor Rizzo, i sintomi di quattro pazienti si sono notevolmente ridotti grazie alla realtà virtuale. Per quattro soldati che fanno progressi, però, ce ne sono centinaia di migliaia (per non parlare dei milioni di afgani e iracheni) che ancora sono in guerra. Questa, però, è vera.

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