Assassini “planetari”

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    Se fino a qualche anno fa parlare di riscaldamento e di inquinamento globale poteva suscitare le risate convulse di qualche estremo sostenitore dello sviluppo “a tutti i costi”, oggi la situazione sembra un pochino migliorata, almeno sulla carta. Infatti mentre l’Europa invita gli USA ad aderire al protocollo di Kyoto, quest’ultimi rispediscono al mittente il gentile invito, rendendo del tutto inefficaci gli sforzi di tutti gli altri paesi nella lotta all’inquinamento ambientale…anche questo è l’American way of life!

    Sul fronte politico la guerra del clima è già cominciata. L’Europa ha aperto ieri i lavori della cinque giorni di studi sul riscaldamento globale con un’offensiva a muso duro contro gli Stati Uniti e l’Australia, i grandi inquinatori che dimostrano «un’attitudine negativa» nei confronti della lotta all’effetto serra. I due paesi sono gli assenti più ingombranti dal novero dei firmatari del protocollo di Kyoto, l’accordo entrato in vigore due anni fa con l’obiettivo di ridurre di almeno il 5,2 per cento le emissioni inquinanti entro il 2012 rispetto ai livelli del 1990.

    «Ci aspettiamo che gli americani cooperino di più – ha attaccato il commissario Ue per l’Ambiente, il greco Stavros Dimas -. È assolutamente necessario che si muovano. Altrimenti gli altri paesi, sopratutto quelli in via di sviluppo, non avranno alcuna ragione di impegnarsi per salvare il pianeta». Non bastano le previsioni catastrofiche che emergono dalla bozza del testo su cui a Bruxelles si stanno consultando 285 delegati di 124 paesi. Inutile sembra anche la profezia di un mondo che fra quarant’anni rischia di non saper come dar da mangiare e da bere a centinaia i milioni di persone. Se anche Washington, responsabile per il 36,1 per cento delle emissioni planetarie, non sale a bordo del treno di Kyoto, lo sforzo degli altri si rivelerà improduttivo.

    «Il loro atteggiamento è incredibile – sottolinea una fonte della Commissione -, a maggior ragione se si pensa che il New England da solo sprigiona la stessa quantità di biossido di carbonio della Germania». Rajendra Pachauri, l’indiano che presiede l’Ipcc – il panel intergovernativo sul cambiamento climatico costituito sotto l’egida delle Nazioni Unite -, non riesce a farsene una ragione. «Da un punto di vista umano – spiega – la situazione è assolutamente critica. Tutti devono fare il possibile per rafforzare la consapevolezza di cosa il riscaldamento globale può significare per le nostre vite e come potrebbe influenzare i sistemi sociali e naturali». Il testo di lavoro sul tavolo degli esperti di Bruxelles, la cui pubblicazione è attesa per venerdì, parla di «rifugiati ambientali», gente che sarà costretta a migrare per evitare carestie e inondazioni, e di guerre ecologiche provocate dalle drammatiche condizioni di vita causate dal mutamento delle stagioni. L’Europa si sente, e a ragione sinora, come la prima della classe. Dimas ricorda che l’impegno preso in marzo dai governi Ue per una riduzione del 20% delle emissioni entro il 2020 è stato stimolato anche dalla brutalità dei contenuti del rapporto diffuso in marzo dall’Ipcc.

    I Ventisette non possono però farcela senza che lo sforzo sia generalizzato. «Non riesco a capire perché l’Australia non firmi Kyoto quando l’80% della popolazione è favorevole», ha rilevato il commissario greco. I motivi, in realtà, sono gli stessi che hanno spinto George Bush a ritirare il consenso dato dal precedente inquilino della Casa Bianca, Bill Clinton. Si teme che una politica virtuosa dal punto di vista ambientale danneggi l’economia e bruci posti di lavoro. Decisamente pragmatico il premier belga Guy Verhofstadt. «Quanto sta succedendo è molto chiaro – ha detto ieri all’avvio dei lavori -. Tuttavia non ci saranno ampie basi per una largo intervento politico sino a quando l’intera opinione pubblica sarà convinta dei rischi che corre a causa del cambiamento climatico».

    A quel punto, ha aggiunto, «i governi saranno costretti a prendere delle decisioni impopolari». Jean-Marc Jancovici, consigliere strategico del governo francese, sostiene che la via più rapida sia l’uso della leva fiscale. «Bisogna aumentare del 5-10% l’anno il prezzo dell’energia per i consumatori – è la sua ricetta – e con i ricavati lo stato potrà sovvenzionare la ricerca e le nuove infrastrutture che occorrono per imbrigliare l’effetto serra». Una medicina amara, senza dubbio. L’unica, però, capace di salvare il gran malato terminale che è il pianeta Terra.

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