Il monte della sofferenza

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    Corneliu Zelea Codreanu
    da “Il Capo di Cuib

    “Dopo che uno s’è arruolato legionario con l’amore per la propria terra nel cuore, non lo attende una tavola imbandita. Egli deve accettare invece sulle sue spalle il giogo del nostro Redentore Gesù Cristo: “Prendete il mio giogo sopra di voi”…
    E il sentiero legionario comincia a inerpicarsi per un monte che il mondo ha chiamato “il monte della sofferenza”.
    All’inizio sembra facile scalarlo. Poco dopo, la scalata diventa più difficile, la sofferenza più acuta. Le prime gocce di sudore cominciano a cadere dalla fronte dei legionari.

    Allora uno spirito impuro, infiltratosi tra i legionari che si inerpicano, insinua per la prima volta la domanda “Non sarebbe meglio tornare indietro? La strada legionaria su cui ci siamo incamminati comincia ad essere ardua, e il monte è tanto lungo e alto che non ne vediamo la cima”. Ma il legionario non porge ascolto, va avanti e s’arrampica con difficoltà. Continuando però a scalare il monte senza fine, egli comincia a stancarsi, e le forze sembrano abbandonarlo.
    Fortuna per lui che s’imbatte in una fonte, limpida come il cuore di un amico. Si rinfresca, si lava gli occhi, respira un poco e riprende poi a scalare il monte della sofferenza. Superata la metà, da lì ha inizio la parte del monte priva di acqua, di erba, di ombra – dove esistono solo pietra e sassi. E il legionario vedendo questo dice: “Fin qui ho sofferto molto. Signore, aiutami a raggiungere la vetta”. Ma lo spirito maligno insinua la domanda: “Non sarebbe meglio tornare indietro? Lascia stare l’amore per la tua terra. Non vedi che cosa devi patire se ami la Patria e il Re, la Stirpe e la Terra? E poi, che cosa guadagni qui? Non è meglio che te ne stia tranquillo a casa tua?”.Con fede infinita, egli continua ad arrampicarsi sulla nuda pietra. Adesso è stanco.
    Cade. Si sbuccia le mani e vede scorrere il sangue dalle ginocchia. Si leva come un prode e parte di nuovo. Ne ha ancora per poco. Ma la pietra è divenuta diritta e angolosa, il sangue gli sgorga dal petto e gocciola sulla pietra inclemente. “Non sarebbe meglio tornare indietro?”, si ode di nuovo la voce dello spirito impuro. Egli sembra rimanere sopra pensiero. Ma all’improvviso sente una voce che grida dal profondo di migliaia di secoli:

    “Avanti, ragazzi! Non abbattetevi!”. Un ultimo sforzo. E la sua fronte di prode giunge trionfante alla vetta, sulla cima del monte della sofferenza, con lo spirito cristiano e romeno colmo di felicità e di gioia.

    “Sarete felici quando vi perseguiteranno e diranno solo parole cattive contro di voi… Ed essi partivano rallegrandosi di essere stati percossi per il nome di Gesù”.

    Molte pene soffrono i legionari scalando il monte della sofferenza. A descrivere la loro sofferenza occorrerebbe un libro intero”.

    La castità della parola e della espressione. La montagna insegna il silenzio.
    Disabitua dalla chiacchiera, dalla parola inutile, dalle inutili, esuberanti effusioni.
    Essa semplifica ed interiorizza. Il segno, l’allusione sono qui più eloquenti di un lungo discorso”. J. Evola.

    Tratto da
    RAIDO – CONTRIBUTI PER IL FRONTE DELLA TRADIZIONE
    ANNO II NUMERO 6 – ROMA – SOLSTIZIO D’INVERNO 1996