La rivolta dei tibetani

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    Inoltriamo un’altra notizia riguardante la Cina, e i suoi misfatti. Questa volta ai danni del popolo tibetano, ribellatosi contro lo sfruttamento lavorativo nelle miniere. Stessi protagonisti, stessi interessi. Leggete sotto, e capirete ancor meglio di “chi” stiamo parlando. Ancora una volta lo gridiamo, oggi come ieri, e fin quando non lo sarà: Tibet libero!

    LHASA, Tibet — E’ finita nel sangue la rivolta di un gruppo di tibetani della provincia di Sichuan che protestavano per lo sfruttamento minerario, da parte dei cinesi, di una montagna sacra. La sommossa è stata sedata con le armi. Otto persone risultano al momento disperse.

    Secondo quanto riportato da AsiaNews, gli scontri sarebbero avvenuti a fine maggio. Ma la notizia sarebbe giunta ai mezzi di comunicazione solo poche ore fa, attraverso alcuni abitanti della zona.
    Al centro della contesa, il monte Yala. Uno splendido picco che si erge dalla prateria di Tagong, ad ovest del Sichuan, e che i tibetani ritengono sacro, così come altre nove montagne della zona. I cittadini avrebbero protestato contro lo sfruttamento della montagna, da cui verrebbero estratti piombo e zinco in gran quantità.
    A ribellarsi sarebbero stati un centinaio di tibetani di Bamei, cittadina del Sichuan, che avrebbero portato il corteo davanti ad un’azienda di estrazione mineraria. Durante il tragitto avrebbero anche distrutto numerose automobili.
    Immediata la reazione delle autorità locali, che hanno fatto sapere di aver sedato la rivolta in breve tempo. Corrono voci che ci siano stati alcuni morti, ma la notizia, anch’essa riportata da Asia News, non è confermata. E’ certo invece che otto ribelli che avevano porposto una petizione al governo provinciale, risultano dispersi.