Lo sapevamo già

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    Un’inchiesta del Washington Post rivela le oscure trame che si celano dietro la Casa Bianca. Scoprendo, d’incanto, che quello che ufficialmente era il vice Bush, Dick Cheney, aveva in realtà un posto di primissimo piano, forse superiore allo stesso Bush jr. Nel suo curriculum: Guantanamo e il blocco alla sua chiusura, la “Guerra al Terrore” con gli interventi militari in Afghanistan e Iraq (e il prolungamento di questi), le autorizzazioni alle torture nei carceri segreti della Cia sparsi nel mondo, etc. etc. Vogliamo continuare?

    NEW YORK – Ogni sera tutti i documenti, gli appunti e le minute del lavoro del giorno vengono raccolte e chiuse in una cassaforte Mosler, alta un metro e ottanta, e gli elenchi dei visitatori vengono distrutti. La sua agenda resta il più possibile riservata, si rifiuta di fornire i nomi dei componenti del suo staff e perfino il numero di persone che lavorano al suo servizio. Da quattro anni nega ogni informazione sui documenti riservati in transito per il suo ufficio e anzi ha proposto di chiudere l’organismo di controllo. Tutto deve avvenire nell’invisibilità, senza fare rumore.

    Dick Cheney è l’uomo che ha inventato la vicepresidenza imperiale. Un ruolo nuovo, che non ha precedenti, che sfugge ai controlli e coltiva l’ossessione per la segretezza e il fastidio per le burocrazie e i contrappesi.

    Da anni si dibatte sul ruolo del presidente degli Stati Uniti, sui suoi poteri, sugli organismi di controllo, sui rapporti di forza con il Congresso. Arthur Schlesinger Jr, il grande storico da poco scomparso, impose il termine “Presidenza imperiale” con uno tra i suoi libri più famosi, in cui analizzava la crescita del potere della Casa Bianca dai tempi di Roosevelt fino al tonfo di Nixon, quando grazie allo scandalo Watergate il Congresso diede battaglia per limitare la libertà d’azione del presidente.

    Dick Cheney frequentava già lo Studio Ovale, come giovane assistente reclutato da Donald Rumsfeld, quando Richard Nixon fece le valige: vide un presidente umiliato, nella polvere, sotto l’attacco della stampa e del Congresso e si convinse che quel potere andava restaurato. Conosce alla perfezione le leve del potere, è entrato alla Casa Bianca consapevole di ogni meccanismo della macchina imperiale, perché dopo Nixon c’è stato con Ford, è tornato come ministro della Difesa di Bush padre e sette anni fa con il figlio. Dal gennaio del 2001 lavora per aumentare l’autorità di George W. Bush ma anche per costruire un ruolo nuovo, senza precedenti storici, per se stesso, per aumentare la sua sfera di influenza nell’amminstrazione americana.

    Lo strapotere di Dick Cheney è da ieri meno oscuro, il Washington Post ha pubblicato la prima di quattro puntate di una mastodontica inchiesta dedicata al vicepresidente, costruita intervistando più di duecento persone che lavorano o sono state alla Casa Bianca in questi ultimi sette anni. “Gli è concesso di sedersi ad ogni tavolo e di partecipare a tutte le riunioni” sulla guerra, sulla difesa nazionale, sull’energia, l’ambiente, le tasse, il bilancio pubblico e le nomine alla Corte Suprema. Partecipa ad ogni decisione ed è il primo ad incontrare il presidente ogni mattina. Ha una portentosa capacità di lavoro: si sveglia alle 4:30 ogni mattina, due ore dopo riceve le informative riservate dei servizi e alle otto è al briefing con Bush.

    Il suo peso si sente continuamente: blocca la decisione di chiudere Guantanamo, spinge per una risposta forte al regime iraniano, rifiuta di discutere il ritiro dall’Iraq.
    I suoi avversari hanno scoperto presto con chi avevano a che fare. Accanto allo Studio ovale c’è una saletta con un tavolo di legno tondo: è lì che il presidente e il suo vice pranzano insieme, a quattr’occhi, una volta alla settimana. È lì che Cheney, all’inizio di novembre del 2001, consegnò a Bush un documento di quattro pagine scritto dal suo consigliere giuridico. Un documento che nessuno conosceva, che non era mai stato letto dagli staff della Casa Bianca e nemmeno dal Diaprtimento di Stato o della Giustizia.

    Nel giro di un’ora quelle quattro pagine cambiarono aspetto e finirono in una cartellina blu con il sigillo presidenziale, trasformandosi in un ordine militare firmato dal Comandante in Capo, George Bush. Erano le direttive che stabilivano le regole di trattamento per i sospetti terroristi catturati dagli americani: veniva negato il diritto di un processo o di un tribunale, civile o militare, e si stabiliva che sarebbero stati detenuti a tempo indeterminato e senza formalizzazione dei capi d’accusa.

    “Ma che diavolo sta succedendo?” urlò Colin Powell, il segretario di Stato di Bush, quando apprese la notizia dalla Cnn, e sbigottiti rimasero tutti nelle stanze del potere a Washington. Era successo che “Angler”, il pescatore, come lo chiamano in codice gli uomini del secret service, aveva segnato il più importante punto a suo favore.

    Quella decisione di Cheney avrebbe plasmato la presidenza e definito le regole della “Guerra al terrore” accantonando la Convenzione di Ginevra: da lì nascono il carcere di Guantanamo, le autorizzazioni alle torture, le prigioni segrete della Cia. Due dei suoi avversari in quella partita hanno abbandonato la partita sconfitti: Powell e l’ex ministro della Difesa Ashcroft. Ma nell’ultimo anno anche lui ha perso due tra i suoi migliori alleati: Rumsfeld e Lewis “Scooter” Libby, condannato a 30 mesi di carcere. Gli resta, seppur azzoppato, il ministro della Giustizia Gonzales.

    Dall’altra parte la sfida è continua con Condoleeza Rice e con il nuovo segretario alla Difesa, Robert Gates.
    La sua immagine è terribile oggi in America, per il fallimento della guerra in Iraq, i conflitti di interesse con la Halliburton, che ha guidato per sette anni, e per un incidente di caccia, quando sparò in faccia ad un amico. Ma lui non se ne cura, è convinto di lavorare per la Storia e per il Paese, il resto non lo tocca.