Otto Skorzeny [5 Luglio 1975 – 2007]

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    Il 5 Luglio del 1975 moriva Otto Skorzeny. Nel 2007, a 32 anni di distanza, Raido lo ricorda con questo articolo, apparso sul bollettino Raido 32 del 2007.

    “Chiunque viva o pensi passivamente non giungerà mai a realizzare grandi cose” O. Skorzeny


    In un libro, di ormai difficile reperibilità[1], Otto skorzeny ci narra in una forma scevra da qualsiasi retorica e compiacimento personale, le gesta che, prima come semplice recluta e poi in qualità di comandante di reparti speciali per operazioni oltremodo rischiose, lo hanno visto protagonista durante il secondo conflitto mondiale; molte di queste sue azioni, successivamente, diverranno oggetto di studio nelle accademie militari anche di paesi stranieri.
    Nato a Vienna, il giorno del sessantesimo anniversario dell’incoronazione di Francesco Giuseppe I, il 12 luglio 1908, lega i primi ricordi di infanzia al crepuscolo dell’epoca dorata della monarchia asburgica, tragicamente sommersa dal fango delle trincee nel primo conflitto mondiale.

    La scomparsa dell’impero dell’aquila bicipite, lascia l’Austria degli anni 20 in un clima di tensione e d’instabilità politico-economica, terreno fertile per disordini e ribellioni animate dalle diverse ideologie politiche, in particolare trovano largo seguito il NSDAP (partito nazional-socialista dei lavoratori tedeschi), subito messo fuorilegge dal democratico governo Dolfuss nel 1933, ed i partiti d’estrema sinistra, anch’essi dichiarati illegali verso l’inizio del 1934.
    Animato fin dall’adolescenza da un forte spirito patriottico, dopo la laurea in ingegneria nel 1931, Skorzeny inizia a frequentare ambienti legati al NSDAP; l’incontro con il dottor Goebbels, durante un comizio in un locale viennese nell’inverno del 1932, è decisivo, e le soluzioni ai problemi sociali e la prospettiva della creazione di un Reich pan-germanico che cotempla l’unificazione dell’Austria con la Germania, lo trovano pienamente d’accordo. Questo coinvolgimento lo farà passare da semplice spettatore a parte sempre più attiva, arrivando ad avere un ruolo fondamentale durante le vicende del colpo di stato nazionalsocialista, avvenuto il 13 marzo del 1938 senza spargimenti di sangue, per opera del ministro degli interni Seyss-Inquart.

    All’attività politica alterna un’intensa pratica di molti sport, in special modo il tiro con la pistola e la scherma, attività in cui era richiesto sangue freddo e nervi saldi, e proprio uno dei molti duelli studenteschi all’arma bianca gli procurò le cicatrici al volto di cui andò sempre fiero.
    Poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, iniziò ad interessarsi, anche, alle corse automobilistiche, particolarmente favorite dalle nuove organizzazioni sportive nazionalsocialiste, fin a diventare il responsabile della formazione motorizzata delle SS, riuscendo ad organizzare ed a partecipare a diverse gare, tra cui, la 10 ore delle Alpi, con una Steyr 220 cabriolet, riuscendo ad ottenere un buon piazzamento.
    La sua qualifica d’ingegnere e la preziosa esperienza di pilota automobilistico, fu valutata attentamente dalle autorità tedesche; e, al momento del suo arruolamento come ufficiale ingegnere nel battaglione delle SS “Germania”, gli viene assegnato il compito dell’organizzazione e della manutenzione di tutti i trasporti meccanizzati.
    Con tale incarico, allo scoppio della seconda guerra mondiale partecipa alla campagna di Francia, all’attacco alla Jugoslavia ed all’operazione Barbarossa nel 1941.
    L’invasione della Russia lascia un vivo ricordo nella mente di Skorzeny, l’impatto con la follia bolscevica costruita da menzogne e terrore è descritto ed illustrato da innumerevoli esempi e nei vivi racconti della popolazione incontrata durante l’avanzata verso Mosca.

    I combattimenti attraverso l’immensa steppa russa procedono superando tutti gli ostacoli possibili, inclusa la selvaggia resistenza delle truppe sovietiche, per lo più composte da Siberiani e Calmucchi, del tutto insensbili al dolore ed alla fatica; ma il grande alleato dei russi, che già aveva fermato le armate napoleoniche nel 1809, è in agguato; in ottobre, durante l’ultima grande offensiva dell’asse, i primi fiocchi di neve annunciano che il generale inverno è arrivato, presto la temperatura scende fino a trenta gradi sottozero, rendendo tutto molto più difficile, se non impossibile; la spinta propulsiva dell’esercito Tedesco si spegne a pochi chilometri da Mosca; il 12 di dicembre, arriva l’ordine di ripiegare.
    Skorzeny vivrà solo in parte la tragedia della ritirata, infatti, colpito da una grave infezione viene reimpatriato con un treno ospedale; dopo essersi sottoposto ad alcune cure, viene giudicato non idoneo al servizio al fronte e viene destinato al quartier generale di Berlino.

    La fin troppo tranquilla vita di palazzo non fa per lui, nel 1943, date le sue qualifiche specialistiche e la sua esperienza di veterano gli viene affidato il comando e la responsabilità di organizzare, all’interno del servizio segreto tedesco, una sezione operativa per impieghi speciali, tale sezione, alle dirette dipendenze del Servizio di Sicurezza delle SS, , prese il nome di “Orianemburg”, con il compito di vigilare sulla situazione politica interna del Reich e dei suoi alleati.
    “Il Duce significa per me l’incarnazione dell’ultimo console romano, non ignoro che l’Italia ci volterà le spalle, in quanto questo è lo scopo del nuovo governo. Desidero essere fedele al mio camerata fino all’ultimo momento. (…) L’ho scelta per questa missione tanto delicata, perché so che è un uomo responsabile e non ignora che, essa stessa è di vitale importanza”, con queste parole, il Fuhrer stesso gli affida la missione che lo renderà famoso in tutto il mondo e che gli farà guadagnare l’appellativo di uomo più pericoloso d’Europa: la liberazione del Duce, imprigionato dopo il colpo di stato del 25 luglio 1943, dallo stesso Re d’Italia e dal traditore Badoglio, ansiosi di salire sul carro del vincitore Anglo-Americano.
    Inizia così una febbrile caccia all’uomo; per il nuovo governo Badoglio, che da tempo tramava alle spalle dell’alleato tedesco e intratteneva intensi rapporti con gli Alleati, era di primaria importanza che il luogo della detenzione fosse tenuto strettamente segreto e cambiato con frequenza, infatti, una clausola dell’armistizio, reso pubblico l’otto di settembre, ma firmato molto prima, prevedeva la consegna del Duce agli alleati.

    La rete spionistica tedesca fa il suo dovere e anche con l’aiuto della dea bendata viene scoperto che Mussolina è tenuto prigioniero nell’albergo di Campo imperatore sul Gran Sasso, struttura completata poco prima della guerra e quindi assente da tutte le cartine militari; l’unico modo per arrivarci è la teleferica, fortemente presidiata a valle ed in vetta; si decide così per un attacco dall’aria, usando dieci alianti.
    Con riferimenti alquanto scarsi e con visibilità molto limitata, il 12 Settembre, otto dei dieci alianti partiti da Pratica di Mare, atterrano dinanzi all’albergo di Campo imperatore, cogliendo totalmente di sorpresa la guarnigione italiana, tre minuti dopo l’atterraggio e senza nessun spargimento di sangue, il Duce è libero ; “Sapevo che il mio Amico Adolf Hitler non mi avrebbe abbandonato” sono le prime parole che Mussolini scambia con Skorzeny.
    Anche se sessantanni di progresso tecnico ci hanno ormai abituato ad imprese incredibili, per come fu organizzata e per i mezzi impiegati la liberazione del Duce rimane un’ azione che non smette di stupirci, ma soprattutto sono le parole stesse dell’autore ad interessarci: Ho compiuto in modo soddisfacente la missione che mi si affidò, ma soprattutto il mio sano ottimismo e la mia ferrea volontà vinsero tutti gli ostacoli che mi sbarrarono il cammino” .

    Dovremmo tenere sempre a mente queste parole, anche nelle vicende di tutti i giorni; mettendo in chiaro quanto è piccola la nostra volontà se queste ultime, che non possono essere paragonate minimamente a azioni così rischiose e ardite, hanno il potere di farci deprimere e buttar giù.


    [1] Vivere Pericolosamente, titolo dell’opera originale Lebe Gefärlich Ring Verlag Helmut Cramer-Sieburg 1965