Risiko tra i ghiacciai

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    Flotte militari rimodernate, primi ministri e ammiragli che promettono di assicurarsi per primi le terre ricche di risorse, confini e vie di comunicazione tutti da definire.Grazie allo scioglimento dei ghiacci provocato dal riscaldamento del pianeta, l’Artico promette di essere il nuovo Eldorado: nel sottosuolo nasconde petrolio, gas e altri minerali. Usa, Canada, Russia, Norvegia e Danimarca ci hanno già messo gli occhi sopra…


    Usa e Canada si muovono. “L’Artico canadese è parte della nostra storia. E rappresenta l’enorme potenziale del nostro futuro”, ha detto lunedì scorso il primo ministro Stephen Harper, annunciando la costruzione di un nuovo porto artico e di sei nuove navi rompighiaccio capaci di pattugliare le coste settentrionali del Canada per buona parte dell’anno, al costo di 7 miliardi di dollari. “Dobbiamo scegliere come difendere la nostra sovranità sull’Artico. O lo usiamo o lo perdiamo. E credetemi, il governo intende usarlo”, ha concluso Harper. Il giorno dopo, a Washington, per la prima volta i massimi vertici della Marina si sono incontrati con alcuni climatologi. Al summit, l’ammiraglio Timothy McGee ha affermato che gli Usa devono “assolutamente” potenziare la loro presenza nella regione artica, paragonandola al Medio Oriente di cento anni fa, quando i Paesi europei non erano ancora consci delle ricchezze del sottosuolo. “Non avevano visto giusto. Stavolta, dobbiamo vederci giusto noi”, ha detto McGee.
    La posta in palio. Il “grande gioco” tra i ghiacci ruota intorno a due questioni: le risorse naturali e le nuove rotte marittime tra Atlantico e Pacifico che si potrebbero aprire con l’aumento della temperatura, attraversando il Passaggio di Nord-ovest. Lo stretto, scoperto da Giovanni Caboto nel 1497 ma attraversato per primo da Roald Amundsen solo nel 1906, è rivendicato dal Canada perché passa tra le sue isole, ma il resto del mondo lo considera in acque internazionali. Al momento è parzialmente navigabile solo per qualche settimana di agosto, ma si prevede che nel giro di un decennio sarà percorribile per due mesi, e dopo il 2050 anche per buona parte dell’anno. Ciò consentirebbe di risparmiare 5.000 chilometri per un viaggio in nave da Londra a Tokyo, rispetto al transito via Suez.
    Acque contese. Sul possesso delle acque contese ci sono due scuole di pensiero. Per i canadesi, siccome il Passaggio è stato attraversato in pieno solo tre volte, manca il criterio della “funzionalità” per stabilire che sia in acque internazionali. Per americani ed europei, un viaggio è sufficiente. Anthony D’Amato, professore di diritto internazionale alla Northwestern University di Chicago, crede che il Canada abbia torto. “Non è che se cambia il tempo, cambiano anche le leggi”, spiega al telefono con PeaceReporter. “Ma non ho dubbi che in futuro la Corte dovrà dirimere delle questioni in merito. E non escludo nessun tipo di verdetto”. La questione va di pari passo con quella della “Rotta del Mare del nord”, l’altra via teoricamente navigabile in futuro, che passa dalla parte russa del Circolo polare artico: Mosca tende a considerarla in acque proprie, gli altri Paesi no.
    Ricchezze inesplorate. Ma l’assottigliamento dei ghiacci rende percorribile anche un’altra strada: quella dell’esplorazione del sottosuolo. Si calcola che, nella regione artica, si trovino un quarto delle riserve mondiali di gas e petrolio non ancora sfruttate, oltre a diamanti, nichel e altri minerali, per non parlare delle nuove risorse ittiche che diverrebbero disponibili. Qui la spartizione delle nuove ricchezze è più semplice: la Convenzione Onu sul diritto marittimo (Unclos) stabilisce una “zona economica esclusiva” (Eez) per ogni Paese entro 200 miglia nautiche dalla costa. Non è però così facile dirimere le questioni sull’ampiezza della “piattaforma continentale”, ovvero il prolungamento sottomarino della costa, che per la Unclos costituisce la fascia successiva alla Eez di ogni stato. “Le potenze artiche dovranno in sostanza mettersi a un tavolo e spartirsi la regione tracciando delle linee chiare. Entro trent’anni sarà inevitabile che arrivino a questo”, dice a PeaceReporter Rob Huebert, direttore del Center for Military and Strategic Studies dell’università di Calgary. Per partecipare al taglio della torta, però, bisogna venire alla cerimonia. Anche per questo gli Usa, che in 25 anni non hanno ancora ratificato la Convenzione Onu, ora sembrano aver cambiato idea: lo scorso maggio il presidente Bush ha esortato il Senato a provvedere, e al Congresso si sta raggiungendo un consenso bipartisan sulla ratifica. Come per l’inizio dello sfruttamento dell’Artico, anche qui sembra essere solo questione di tempo.

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