“Fascista” tra reato e non

    580

    In una recente sentenza la Cassazione ha dichiarato nulla l’ipotesi di diffamazione nel caso di utilizzo del termine “fascista”, se indirizzato ad un esponente politico, ma, ne ha confermato invece il carattere offensivo se utilizzato tra comuni cittadini…Eppure c’è chi non s’offenderebbe!

    Via libera alla parola “fascista” nel linguaggio tra politici. Senza paura: l’accusa per reato di diffamazione non sussiste. Lo ha sancito la Cassazione, annullando senza rinvio una sentenza della Corte d’appello di Catanzaro che aveva condannato un consigliere comunale di Crotone perché, nel corso di una seduta del consiglio, aveva qualificato il sindaco della città “fascista nel senso più deteriore della parola”.

    Con il termine “fascista”, rilevano i giudici di Palazzaccio, “non si fa altro che richiamare un’ideologia ed una prassi politica che è stata in passato propria di molti italiani, che ha caratterizzato per un ventennio del secolo scorso il governo del Paese e che, peraltro, trova ancora oggi espliciti sostenitori”. Sul piano politico, dunque, “con l’uso di tale termine si intende stigmatizzare – si legge nella sentenza – da parte degli avversari politici, un comportamento ritenuto arrogante e antidemocratico, improntato cioè a scarso rispetto nei confronti degli oppositori politici, oltre che reazionario nelle scelte di politica sociale”. Per la Suprema Corte (quinta sezione penale, sentenza n.29433), “la critica politica consente l’utilizzo di espressioni forti ed anche suggestive al fine di rendere efficace il discorso e richiamare l’attenzione di chi ascolta. Il limite all’esercizio di tale diritto è costituito dal fatto che la questione trattata sia di interesse pubblico e che comunque non si trascenda in gratuiti attacchi personali”.

    “Fascista” quindi, secondo gli Ermellini “è un termine che sinteticamente ed efficacemente consente di esprimere una valutazione complessiva sull’operato di un pubblico amministratore e il giudizio negativo che sottende è facilmente comprensibile anche per i comuni cittadini perché l’esperienza del ventennnio scorso dominata dall’ideologia fascista è ancora viva nel ricordo di molti italiani”. Alla luce di ciò, per la Cassazione, “non vi è dubbio che tale termine non può essere considerato un’offesa alla persona, ma deve essere ritenuto come espressione di una critica politica, certo assai aspra, ma del tutto legittima”. Certo, “dare gratuitamente del fascista ad un comune cittadino è offensivo – conclude la Suprema Corte – perché mira a dipingere lo stesso come arrogante e prevaricatore, ma riferirlo a un politico che, peraltro esercita rilevanti poteri pubblici, è espressione di critica perché si paragona il modo di governare e di amministrare la cosa pubblica dello stesso ad una prassi ben nota ai cittadini”.

    TgCom