L’Uomo romano: Il Vir

    1482

    Il Vir era sobrio nei gesti e nelle parole, rispettoso degli Dèi e della comunità a cui apparteneva. Centro dell’uomo romano era la predisposizione del proprio animo alla Virtus.
    La Virtus era l’ideale che fondava in un’unità indivisibile tutte quelle qualità che ci si aspetta di trovare in un uomo. Queste sono l’onestà, la laboriosità, la semplicità, la parsimonia, la capacità di restare al proprio posto durante il combattimento. La Piètas e la Fides sono i veri pilastri della Virtus: la prima è il dovere religioso in senso attivo che impegna l’uomo nei suoi rapporti con la divinità, la famiglia e la comunità.

    La seconda è la lealtà che fa riferimento alla legge tramandata dagli avi, l’eredità spirituale. Era la Virtus che faceva del romano, un Vir bonus. Egli dava prova delle sue qualità in ogni occasione, soprattutto perché si sentiva parte di una Comunità, convinto che i cittadini fossero legati l’uno all’altro come parti di uno stesso organismo. Solo nell’ambito della Comunità la virtus acquisiva il suo pieno valore. Solo ciò che la Comunità riconosceva come “honestum” era permesso al Vir bonus. La Comunità riconosceva al Vir la sua virtus attribuendogli gli “honores” e l’iscrizione sepolcrale, affermando che quell’uomo “fu ottimo fra gli uomini” .

    L’uomo romano era misurato e concreto, riusciva a far vivere in terra tutte le virtù spirituali, senza degenerare in un ateo materialismo o in una valutazione intellettuale della vita. La virtus romana era l’ideale fisico-spirituale dell’uomo integro che sapeva dare ad ogni cosa il giusto ruolo e il giusto valore.

    Questo ideale aristocratico della nobiltà d’animo si eleva al di sopra di ogni bassezza e di ogni edonismo, nel superamento di ogni mentalità utilitaristica e materialistica. Tutto ciò che fa della misura, dell’ordine e della riservatezza, i propri vessilli, è lo stile di vita che tutti coloro che si sentono uomini della Tradizione devono seguire. Perché Roma e il suo spirito non sono morti, ma vivono ancora nelle azioni di coloro che credono che “il nostro onore si chiama fedeltà”.

    “Quel che non perdono al mio tempo non è quello di essere vile, ma di dover costruire ogni giorno l’alibi della propria viltà diffamando gli eroi”. E. Junger

    Tratto da

    RAIDO

    CONTRIBUTI PER IL FRONTE DELLA TRADIZIONE

    Anno II numero 7 – ROMA – Equinozio di Primavera 1997